Protezione civile, ci vuole una catastrofe per cambiare

(di Luca Rinaldi)

Neve in arrivo venerdì e sabato e a Roma si chiudono gli uffici. Ora il governo dice che cambieranno le norme che impediscono gli interventi di emergenza della Protezione civile. «Ci siamo impegnati a studiare un percorso per poter modificare la legge», ha detto il ministro dell’Interno Cancellieri. Come è stato possibile che dalla Protezione Civile dei grandi eventi dell’era Bertolaso si sia passati al «tir con il motore di una Cinquecento» di Franco Gabrielli?
Dallo strapotere targato Guido Bertolaso al «tir con il motore di una Cinquecento» di Franco Gabrielli. Incredibile ma vero, il tutto è accaduto in meno di due anni e nella disattenzione di politici che oggi, ogni due per tre, tirano in ballo quella legge 10 del 2011. La norma connette alla dichiarazione dello stato di emergenza un potere/dovere di spesa in capo alle regioni, che solitamente sono assai restie a sobbarcarselo. Altri vincoli di spesa stanno poi in capo al Fondo Nazionale per la protezione civile che deve essere sempre ripianato. Come a livello regionale, anche in quello nazionale la via è quella di alzare le tasse sui carburanti, qualcuno la chiama “tassa sulle disgrazie”. Quel comma che modifica la legge istitutiva della Protezione Civile all’interno del cosiddetto “milleproroghe”, precisamente il 2 e il 5 bis, costringono oggi l’organismo di via Ulpiano a “concertare” ogni atto e ogni spesa col ministro dell’Economia e delle Finanze e la Corte dei Conti, anche in stato di emergenza.
Se sotto la guida Bertolaso la Protezione Civile interveniva anche nei mondiali di nuoto o nei viaggi del Papa, quella di Gabrielli, giusto per citare un altro esempio vicino nel tempo è arrivata sull’isola del Giglio sette giorni dopo il naufragio, a emergenza svanita. Ed è proprio la parola “emergenza” che dovrebbe caratterizzare gli interventi della protezione civile.
Così, se prima lo stato di emergenza si dichiarava per gli eventi più disparati oggi la nuova Protezione Civile, uscita praticamente con le mani legate dal famigerato “milleproroghe”, prima di intervenire, deve attendere i pareri del Ministero dell’Economia e delle Finanze e la valutazione della Corte dei Conti. Da un controllo di spesa, legittimo dopo l’era Bertolaso, all’ingessatura quasi totale il passo è stato breve.
Per capire il perché di una riduzione di capacità di intervento tale occorre andare indietro nel tempo, precisamente al 1992, anno di istituzione della Protezione Civile con la legge 225 di quello stesso anno. All’articolo 5 della legge 225/92 si fissavano i criteri per la dichiarazione dello stato di emergenza e i poteri di ordinanza dell’organismo. Si parlava di “grandi rischi”, ma non di “grandi eventi”. Insomma, una volta dichiarato lo stato di emergenza in meno di 36 ore la protezione civile si rendeva operativa, senza particolare onnipotenze, almeno fino al 2001.
È la legge 40 del 9 novembre 2001 (governo Berlusconi) che inserisce i “grandi eventi” tra le competenze del Dipartimento della Protezione Civile. Così dalle calamità naturali la Protezione Civile si trova a gestire vertici internazionali e manifestazioni sportive in “stato di emergenza”. Attraverso quei “grandi eventi” passerà di tutto e di più, arrivando ai presunti affari della “Cricca” tra il G8 mai svolto in Sardegna, i mondiali di nuoto di Roma e la ricostruzione post-sisma in Abruzzo nel 2009.
Così attraverso la figura del “commissario delegato”, nomina che spesso finiva proprio allo stesso Bertolaso, la Protezione Civile ha gestito e speso soldi per gli eventi più disparati. Nel consultare la pagina dedicata sul sito ufficiale si trova davvero di tutto: dai vertici Nato ai viaggi del Papa, dai mondiali di nuoto di Roma alle regate di vela, dalle celebrazioni per i 150 anni dell’Unita d’Italia ai campionati di ciclismo su strada 2008.
Una torta ghiottissima quella dei grandi eventi, tutti trattati come un’emergenza su cui il capo della Protezione civile, avvalendosi proprio di quella legge del 2001 fortemente voluta da Berlusconi e Letta, aveva il potere di emanare ordinanze in deroga a leggi vigenti sia nazionali, sia europee. Basti pensare che tra il 2001 e il 2009, anni in cui il medico Guido Bertolaso è stato a capo della Protezione Civile, sono state emanate 587 ordinanze per emergenze e spesi più di 11 miliardi di euro.
Un potere, quello in mano a Bertolaso, che fece poi scoppiare il caso del G8 alla Maddalena e quello della Cricca mettendo in evidenza tutto il contorno fatto di personaggi borderline e spreco di denaro pubblico, portando poi a galla i contrasti tra Tremonti e lo stesso capo della Protezione Civile. L’ex ministro dell’Economia e delle Finanze non tardò a far calare la mannaia sui bilanci della Protezione Civile, tagliando le risorse, ma appesantendo la macchina burocratica: se prima il potere di ordinanza era praticamente incontrollato dopo il placet della Presidenza del Consiglio dei Ministri, ora entra in gioco tutto il meccanismo complesso per mettere in moto quel «tir con il motore di una cinquecento» denunciato da Gabrielli in commissioni lavori pubblici il sette febbraio scorso.
Franco Gabrielli, subentrato al posto di Bertolaso al termine del 2010 si accorse immediatamente della rappresaglia Tremonti nei confronti della triade Bertolaso-Berlusconi-Letta, che ambivano a quella Protezione Civile Spa che non vide mai la luce. Quel comma del “milleproroghe” in cui si afferma che in caso di dichiarazione di stato d’emergenza le ordinanze sono «emanate di concerto con il ministero dell’Economia», era certamente un paletto che Tremonti inserì tra Bertolaso e i denari pubblici. Gabrielli se lo ritrovò addosso e lo denunciò in tempi non sospetti, rincarando la dose, oggi pare a ragione e diceva: «Dovremo aspettare la prossima catastrofe per un nuovo decreto che ci ridia i poteri che ci tolgono».
Intanto le catastrofi sono arrivate e anche chi quel milleproroghe lo ha approvato oggi sembra non averlo mai letto. Così oggi la protezione civile si ritrova a intervenire sui luoghi delle calamità con abissali ritardi e pochi fondi, ma nessuno contesta invece il fatto che all’interno dei compiti di Protezione Civile rimangano le gestioni dei Grandi Eventi. Recentemente è stato il padre della prima protezione civile, il democristiano Giuseppe Zamberletti, a ricordare di nuovo che «è indispensabile limitare il ruolo della Protezione civile a quello originario, cioè la previsione, prevenzione e interventi per l’emergenza».
A oggi, passando da quel potere assoluto di ordinanza ai lacci odierni, rimane il paradosso di avere regioni alluvionate, come le Marche, per cui non vi è ancora una ordinanza nonostante la calamità si sia verificata lo scorso marzo. In questo caso sarebbe infatti la regione a dover richiedere lo stato di emergenza, ma in quel caso lo Stato richiederebbe indietro soldi che la Regione non ha e che dovrebbe andare a reperire attraverso l’aumento delle accise sui carburanti. Inoltre va registrato lo stato di prosciugamento del “Fondo di protezione civile”, vuoto dal 2004 per quanto riguarda quello nazionale, e dal 2008 quello regionale, con i soldi che arrivano centellinati quando necessario.
Ma la Protezione civile rimane lì, con le chiavi in mano pronta ad arrivare in ritardo. Come scriveva Jacopo Barigazzi nel suo editoriale su Linkiesta «non si può non chiedere alla politica anche di trovare un giusto equilibrio fra lo strapotere di Bertolaso e le mani legate di Gabrielli. Anche perchè, dovra presto o tardi arrivare anche in Italia la consapevolezza che grandi poteri e grandi responsabilità non implicano necessariamente malaffare e approfittamenti. Rendere inservibile la Protezione Civile perché così almeno “nessuno se ne approfitta” non è una vittoria, ma la più grave delle sconfitte. Un passo indietro, quando ne servono due avanti».

(pubblicato su www.linkiesta.it e su lucarinaldi.blogspot.com)