Non abbiamo (più) la stoffa degli olimpionici

Difficile sostenere che il premier Monti non sia un bravo comunicatore. E del resto nel ruolo delicato che si trova ad occupare, scegliere le parole giuste è un fatto di cruciale importanza. Esaltare la pancia del proprio elettorato e contemporaneamente farsi demonizzare dall’altra metà degli italiani (ma ultimamente erano molti di più), come faceva sistematicamente il suo predecessore, è un lusso che non può permettersi. E c’è da dire che la scelta misurata delle parole è uno sport che gli riesce piuttosto bene, tanto da far suonare molto fragorosamente cadute di stile come quella circa la monotonia del posto fisso che, sempre riferita al suo predecessore, forse non avrebbe suscitato alcunché, abituati com’eravamo. Le parole con cui Mario Monti ha annunciato il no del governo alla firma della garanzia finanziaria per il progetto delle Olimpiadi di Roma 2020 non fanno eccezione: “Siamo arrivati alla conclusione unanime che il governo non ritiene che sarebbe responsabile nelle attuali condizioni dell’Italia assumere un impegno di garanzia. […] Desideriamo esprimere grande condivisione delle linee di questo progetto e abbiamo veramente ammirato in Consiglio dei Ministri i vari motivi di interesse di questo progetto”. Unanimità, responsabilità, impegno: ecco ribaditi i tratti fondamentali dell’immagine che questo esecutivo vuole dare di se. Con in più il tocco di classe di ribadire che si, l’idea ci era piaciuta davvero. Come a voler fermare sul nascere le intenzioni di chi avrebbe voluto guardare dietro a questa decisione, cercando altre motivazioni che non siano la pura e semplice resa di fronte alla più grave crisi economica che l’Italia si trova ad affrontare da quando è una Repubblica. Basta guardare al passato recente per avere un’ulteriore elemento su cui riflettere. Chi sono gli ultimi due paesi ad aver ospitato i Giochi Olimpici? La Grecia, che mentre si dissangua sta ancora pagando per l’edizione del 2004, e la Cina che…è la Cina.
Un “no” che arriva poche ore prima di un’altra importante decisione, che tocca un altro nervo molto sensibile: quella, annunciata dal ministro della difesa Di Paola, di dare una sforbiciata consistente ai capitoli di spesa concernenti questo comparto, proprio a partire dai tanto chiacchierati aerei F-35, che verranno ridotti di circa un terzo. Per non parlare del congelamento dei fondi destinati alla madre di tutte le Grandi Opere Inutili, il Ponte sullo Stretto: l’immagine del presunto miracolo dell’Italia berlusconiana, che ora si rivela per quel che è. Un bel sogno. Un “no” che arriva in un Paese da sempre molto affine all’organizzazione dei grandi eventi, e da sempre saturo delle polemiche e dagli illeciti che ne derivano. Il G8 della Maddalena, spostato in extremis e con un enorme spreco di risorse pubbliche all’Aquila, come presunta brillante mossa di marketing, ne è un preclaro esempio. Il governo dei tecnici continua quindi a prendere decisioni dal peso specifico tutt’altro che leggero, con ricadute non solo a breve ma anche e soprattutto a medio e lungo termine, e che assumono un sapore molto più politico che tecnico. Ulteriore conferma di ciò è il “no” che invece non arriva, e che non credo possa mai arrivare, al progetto Tav, legati mani e piedi come siamo alla governance europea.
Per carità, lungi dal mettere in dubbio la buona fede dei promotori della candidatura. Ma è innegabile che corruzione, infiltrazioni criminali e costi che lievitano fino all’inverosimile sono delle insidie irremovibili per ogni grande progetto che si decide di far partire in Italia. Quello che nella vulgata si definisce “magna magna”, e che questa volta non ci sarà, segno evidente che se fin’ora ha – sempre per usare un’espressione popolare – “pagato Pantalone”, ora Pantalone non ha più una lira, un euro che dir si voglia. Forse proprio qui sta la spiegazione del consenso che questa decisione cosi impopolare, cosi puramente “tecnica”, sta incontrando nell’opinione pubblica, che ben evidentemente sta iniziando a prendere coscienza di questo malcostume. Stiamo iniziando a prendere coscienza che Pantalone, da troppo tempo, siamo proprio noi.