La ‘ndrangheta dovrà risarcire la Provincia

La ‘ndrangheta dovrà risarcire di 9 milioni di euro la Provincia di Reggio Calabria. Una decisione senza precedenti quella assunta dal Tribunale di Palmi, a conclusione del processo civile promosso dall’Ente di via Foti, nei confronti di Giuseppe e GioacchinoPiromalli, Girolamo Albanese, Domenico Stanganelli, Luigi Emilio Sorridente e Antonio Zito, per i reati accertati nell’ambito dell’operazione ‘Porto’.
Il provvedimento è stato impugnato dal giudice Claudio Parise, con sentenza depositata lo scorso mese di gennaio. Dopo le condanne dei due giudizi di merito e il rigetto del ricorso per Cassazione proposto dagli imputati (ricordiamo che l’Ente si era costituito parte civile), il dirigente del settore Avvocatura della Provincia, Attilio Battaglia, aveva ritenuto opportuno procedere ulteriormente, per ottenere in sede civile la quantificazione dei danni subiti in conseguenza dei reati commessi.
“Il riconoscimento, in sede penale prima e ora in quella civile – Presidente della ProvinciaGiuseppe Raffa – dà il senso concreto di una amministrazione provinciale che intende perseguire concretamente il bene comune, al di là degli slogan e dell’antimafia di facciata”. Raffa sottolinea poi che la decisione della magistratura palmese “dimostra la linearità e la coerenza dell’Amministrazione provinciale nella lotta alla criminalità organizzata e nel garantire il rispetto per la legalità”.
Il Presidente della Provincia ha tenuto a precisare che non appena queste somme saranno disponibili ed entreranno nelle casse dell’Ente, verranno investite nell’area di Gioia Tauro, in particolare nel retroporto. Questo per rilanciare lo scalo gioiese, che sicuramentenecessita di ulteriori attenzioni anche da parte della Pubblica Amministrazione. Stando alle dichiarazioni del Presidente Raffa, si potranno realizzare “nuove strutture a supporto della logistica per agevolare le opportunità occupazionali e per sviluppare un disegno organico di crescita economica non solo nel porto ma nell’intero comprensorio gioiese”. Una boccata d’ossigeno in un territorio piegato dalla criminalità organizzata e controllato dalle più potenti famiglie di ‘ndrangheta. Con questa decisione viene aggredito il patrimonio dei boss, frutto di varie attività illecite per essere ridato al suo territorio, che ha delle potenzialità enormi. Come il porto di Gioia Tauro che fra mille problemi è riuscito a mala pena a sopravvivere in questi anni.
Ci è comunque voluto molto tempo perché si ottenesse un risultato del genere: i fatti in questione risalgono alla metà degli anni ’90, quando furono arrestate numerose persone accusate di essersi associate tra loro nell’ambito della criminalità organizzata operante nel territorio dei comuni di Gioia Tauro, Rosarno e San Ferdinando. Un gruppo criminale composto dalle ‘ndrine Piromalli-Molè, che esercitavano il loro potere nel territorio di Gioia Tauro e Pesce e Bellocco, che invece operavano a Rosarno ed entrambe anche nel territorio di San Ferdinando. I mafiosi, dunque, attraverso vari tipi di intimidazioni e controllo del territorio, riuscivano a trarre profitti illeciti dalle attività economiche, in gran parte finanziate dallo Stato, da altri Enti pubblici e nazionali e dalla Comunità europea per il completamento del porto; per l’inizio della sua attività e per l’adeguamento e la sistemazione dell’area circostante.
Tra le altre attività criminali figuravano, secondo le indagini portate avanti fino ad oggi e quella da cui è scaturito il provvedimento in questione: l’influenza nella Pubblica Amministrazione, relativa all’assetto territoriale dell’area interessata e, contestualmente, all’ottenimento del favore e la complicità di pubblici ufficiali; il conseguimento di vantaggi patrimoniali delle imprese operanti nel territorio attraverso affidamenti di lavori per l’erogazione di forniture di beni o servizi (da distribuire in base a precisi accordi di ripartizione territoriale intercorsi tra le ‘ndrine); l’assunzione di mano d’opera, direttamente attraverso la corresponsione di somme di denaro a titolo estorsivo, l’accaparramento fraudolento di contributi e/o agevolazioni economico-finanziarie, anche attraverso la partecipazione allo svolgimento delle attività produttive nell’area portuale e nella circostante zona industriale. L’attività d’indagine ha evidenziato anche che la ‘ndrangheta di Gioia Tauro aveva deciso di costringere le società ‘Medcenter’, nella persona del suo vice presidente Walter Lugli, e ‘Contship’, nella persona del suo presidente Enrico Ravano, a versare una tangente corrispondente alla somma di 1,50 dollari per ogni container scaricato, pari al 50% degli effettivi profitti conseguiti dalle società per ogni container.
Nella costituzione di parte civile della Provincia, gli avvocati Catanoso e Battaglia hanno chiesto che in sede di quantificazione dei danni patrimoniali si tenesse conto “dell’ostacolo posto allo sviluppo socio-economico del territorio per effetto della presenza e influenza della consorteria mafiosa e dell’attività estorsiva posta in essere dagli imputati. Il tutto per come emerso dal processo penale, che ha accertato l’alterazione delle regole del mercato e della concorrenza ai danni delle imprese locali, rappresentando così un fattore didisincentivazione allo spirito di intraprendenza imprenditoriale nonché serio ostacolo alla capacità del territorio di attirare nuovi investimenti di capitali al fine di garantire l’insediamento di altre realtà produttive nel territorio della Provincia”. Oltre a ciò, in Tribunale sono stati presentati numerosi articoli della stampa nazionale, che hanno certificato il danno all’immagine che per lungo tempo la Provincia ha subito, essendo etichettata esclusivamente come territorio legato alla ‘ndrangheta. Si tratta, comunque, di un primo passo molto importante che indebolisce pesantemente il potere dei boss.

(pubblicato su www.lindro.it)