Come può una madre…

Non avremmo mai voluto ammetterlo. La verità in questo caso fa più male di qualsiasi altra cosa: Maria Concetta Cacciola è stata lasciata da sola. Da sola a Rosarno, in un territorio dove la ‘ndrangheta mangia ogni cosa. Dove nulla sfugge ai controlli, anche quando sembra filare tutto liscio. Il sole d’agosto ha solo nascosto questa verità che è per tutti terribile. Maria Concetta, una giovane donna madre di tre figli, si è tolta la vita perché era l’unico rimedio per smettere di soffrire, perché i suoi – i suoi cari – la finissero di picchiarla, di non farla uscire di casa, di privarla della sua libertà. Giorni terribili di cui solo la madre, il padre e il fratello sono testimoni diretti. Oggi anche loro sono finiti in manette ma, per quello che prevede la dura legge della ‘ndrangheta, probabilmente rifarebbero ogni cosa per lavare nel sangue l’onore di una figlia infame.
Una figlia infame perché per sfuggire ad un destino che altri avevano deciso per lei, ha provato a testimoniare, a raccontare allo Stato quello che sapeva, quello che aveva visto. Poco rispetto alla cugina Giuseppina Pesce, che pure aveva deciso di denunciare, di collaborare, di fare arrestare i suoi più stretti congiunti. Oggi tutti si allarmano per questa brutta verità, ma chi ha pensato a Maria Concetta, chi ha pensato a quanto male le è stato fatto? Ha sbagliato e chi sbaglia paga: non c’è altra soluzione nelle famiglie d’onore. E allora anche colei che l’ha messa al mondo, sua madre, è riuscita a persuaderla e farla rientrare dalla località protetta , nell’inferno della sua famiglia. In quelle mura dove si sono consumate violenze atroci, brutali, incredibili. Ma sua madre ha vissuto, in fondo, la stessa vita di Maria Concetta. Si è sposata ed è rimasta fedele al marito e alla famiglia, alla famiglia di ‘ndrangheta.
Il silenzio è più forte di qualsiasi altra cosa e le donne devono solo stare zitte e obbedire. Anche quando il prezzo da pagare è alto. In fondo, tutto dipende dalla concezione che abbiamo del dolore. C’è chi nasce in queste famiglie e sa benissimo che il dolore, i lutti, le frustrazioni, fanno parte della vita, stanno in te. Le donne sono quelle che ascoltano tutto, sanno qualsiasi cosa, portano perennemente il nero del lutto addosso. E l’accettano con rassegnazione. Ed è perfettamente inutile provare a liberarsene. E così la madre di Maria Concetta ha scritto quella lettera pubblicata dalla Gazzetta del Sud, in cui a poche ore dalla morte della figlia, riusciva a prendersela con lo Stato che non l’ha tutelata, che l’ha lasciata da sola. È stata prima picchiata e costretta a ritrattare, a fare quella registrazione in cui ammetteva di avere sbagliato a denunciare e poi si è ammazzata, scegliendo (a meno che non le sia stato suggerito) il modo più brutale per farla finita. Ingerire l’acido muriatico. Sostanza utilizzata da sempre per consumare terribili vendette mafiose. Michele e Giuseppe Cacciola (padre e fratello di Maria Concetta) sono stati arrestati, con loro anche la madre Anna Rosalba Lazzaro (ai domiciliari) perché “attraverso reiterati atti di violenza fisica e psicologica” la giovane è stata portata a “togliersi la vita”.
Maria Concetta non ce la faceva più. Non ce la faceva a vivere in quella casa, promessa sposa a 13 anni a un uomo che forse non è riuscita mai ad amare. Anche lui in carcere, già durante la sua collaborazione con lo Stato, per reati di associazione mafiosa. Maria Concetta ha solo seguito il suo istinto materno. L’amore per i figli l’ha riportata a Rosarno, quell’amore che sperava di trovare pure nella madre. Che invece è stata fedele solo all’organizzazione. Non l’ha salvata, non l’ha aiutata. Anche lei ha pensato che la figlia ha sbagliato. In Calabria succede anche questo. Se sei giovane e donna è più facile che ti trovi da sola ad affrontare problemi più grandi di te. Questo caso è stato sottovalutato, come tanti altri. La tragedia era annunciata ma nessuno ha saputo vedere. E niente e nessuno ormai sarà in grado di rendere giustizia a questa donna colpevole di essere nata nel posto sbagliato.
Questa mattina all’alba, due distinti provvedimenti adottati a seguito delle indagini coordinate dalla Dda di Reggio Calabria e dalla Procura della Repubblica di Palmi, rispettivamente condotte dal Ros congiuntamente al nucleo investigativo dei carabinieri di Reggio Calabria e dalla Compagnia dei carabinieri di Gioia Tauro e dal Commissariato di polizia dello stesso centro, hanno dato esecuzione all’operazione Califfo. In manette 14 persone legate a Giuseppe (ancora latitante) e Francesco Pesce, alias ‘Testuni’, arrestato il 9 agosto 2011 nel suo bunker a Rosarno.
A fare partire le indagini dell’operazione Califfo, il pizzino ritrovato in carcere e scritto da Ciccio ‘U testuni’ che fino a prima dell’arresto guidava la consorteria criminale. Probabilmente il suo rinomato carattere istintivo l’ha portato a commettere un errore scrivendo il bigliettino in carcere con delle direttive e “il fiore per mio fratello”, ammettendo così che cedeva il comando della cosca al fratello Giuseppe. Un affiliato, Saverio Marafioti, che era pure il muratore impegnato della costruzione del bunker per conto dei Pesce, così commenta la scoperta del bigliettino scritto da Ciccio Pesce in carcere: “a quel cazzone gli hanno trovato un biglietto…. mica mio cognato!!! Arresteranno a tutti a Rosano! Associazione!!!”. Sia Giuseppina Pesce che Maria Concetta Cacciola avevano detto che Marafioti era affiliato alla cosca Pesce. Le dichiarazioni delle due donne, seppur fornite in tempi diversi, risultavano perfettamente convergenti. E lo stesso aveva lavorato anche per conto dei Bellocco, l’uomo di “fiducia” era abile nella costruzione delle tane per i boss.