Appunti dal Sud

Giuseppe Mazzini: “L’Italia sarà quel che il Mezzogiorno sarà”.

A PALERMO si vota a maggio per il sindaco e il nuovo Consiglio Comunale. E’ una scelta importante, qui – con l’eccezione delle due vittorie di Leoluca Orlando – il centrodestra e i comitati d’affari che da sempre dominano in città ha sempre vinto. Il sindaco in carica, Diego Cammarata, un avvocato con la passione del tennis e delle barche di lusso, si è dimesso prima del tempo, prima del fallimento finanziario e morale del suo progetto politico. Palermo città cool, aveva annunciato il pupo di Gianfranco Micciché. Ora la città è sommersa di debiti e rifiuti, senza prospettive, con almeno 15mila persone (soprattutto giovani) che ogni anno l’abbandonano.
Vi chiederete cosa fa il centrosinistra? Coglie l’occasione, raccoglie le ansie di cambiamento della Palermo onesta, quindi si unisce sotto un’unica bandiera e un solo candidato e tenta la conquista della città? No, il centrosinistra e il suo maggiore partito, il Pd, si spaccano. Il 4 marzo si vota per le primarie e i candidati in campo sono quattro.
Oltre ad Antonella Monastra, ginecologa e consigliere comunale, in corsa insieme ad alcuni movimenti civici, Rita Borsellino, che non ha la tessera del Pd in tasca, ma è stata voluta fortemente da Bersani ed è sostenuta da Idv, Rifondazione, Sel e da una serie di comitati civici.
Davide Faraone, deputato regionale del Pd, appoggiato dai rottamatori di Matteo Renzi, e Fabrizio Ferrandelli.
E’ un ex consigliere comunale di Idv, odiato da Leoluca Orlando, ma sostenuto da Giuseppe Lumia, Antonello Cracolici e dall’ala del Pd che fa da stampella al governo regionale di Raffaele Lombardo, il leader del Mpa, attualmente indagato per rapporti elettorali con alcuni boss mafiosi a Catania.
I toni della campagna elettorale per le primarie sono accesi, duri, al di sopra delle righe. I soldi in campo tantissimi. Sono stato a Palermo e ho sentito accuse inverosimili nei confronti di Rita Borsellino. Le riassumo: sta prendendo i soldi da Bersani, ha superato i 60 anni e non è adatta per la carica di sindaco, la sua storia è finita da un pezzo. Rita ci passa sopra. Sorride dai manifesti e sorride nelle decine e decine di incontri che sta facendo in giro per la città. “Io non sono un simbolo”, mi ha ripetuto mille volte rivendicando la sua storia e il suo impegno sociale da vicepresidente di Libera, fino alla creazione di associazioni di volontariato nella città di Palermo.
Sono solo in parte d’accodo con lei, perché Rita, lo voglia o no, un simbolo lo è davvero. Il suo volto e il cognome che porta sono l’immagine dell’Italia migliore, quella che si batte per obiettivi e parole semplici: libertà, giustizia, liberazione dalle mafie, politica pulita. I suoi occhi profondi e dolenti ci parlano della storia di suo fratello Paolo e della sua famiglia. E’ una storia nostra, una ferita italiana, è una tragedia che parla del passato recente, ma che sa indicare idee e modelli di vita anche per il futuro. Per quello che è oggi e per quello che rappresenta, Rita Borsellino non meritava il trattamento che sta ricevendo in questi giorni dai suoi avversari dentro il centrosinistra. Non le stanno risparmiando attacchi e “fango”. Non sappiamo prevedere se Rita vincerà le primarie. Lo speriamo per lei e per il futuro di Palermo. Lei si sta battendo contro le vecchie logiche della politica trasformista e neo-milazzista della Sicilia. Ha detto subito un chiaro no ad ogni alleanza con Lombardo e col Terzo Polo. Voglio vincere ma nella chiarezza. Questa è la sua parola d’ordine. Ed è già una rivoluzione.

A REGGIO CALABRIA nei giorni passati ha destato scandalo la deposizione del colonnello dei Carabinieri, Valero Giardina, al più importante processo su mafia e politica. Giardina, che da ufficiale di polizia giudiziaria ha condotto tutta l’inchiesta, ha parlato come teste e ha ripercorso le cose scritte nelle sue informative e trasmesse ai pm. Ha parlato del pranzo del governatore Giuseppe Scopelliti organizzato da un imprenditore poi arrestato per rapporti con la ‘ndrangheta, ha descritto i rapporti di esponenti del Pdl con Cosimo Alvaro (arrestato per mafia dopo una discreta latitanza), ha detto che a Reggio opera un comitato d’affari composto da boss e massoni del quale farebbe parte Scopelliti e suo fratello Tino. Ha ricordato le intercettazioni dove si indica quest’ultimo come collettore di mazzette per i lavori al Comune di Reggio.
Il colonnello è stato massacrato. Scopelliti ha fatto una intera conferenza stampa per attaccarlo, il Pdl ha minacciato una manifestazione nazionale e la riunione del Consiglio regionale a difesa del suo governatore. Idea poi frettolosamente rientrata.
Il Pdl calabrese contro i Carabinieri. La cosa non mi meraviglia, quello che mi colpisce è il silenzio dell’Antimafia. Di quell’insieme di associazioni, sigle, musei della ‘ndrangheta, singoli che si sono autonominati eroi antimafia, che inondano la mia mail di comunicati ogni volta che viene arrestato un boss, un picciotto o uno scassapagghiari qualsiasi. Questa volta la mail è vuota, tutto tace, nessuna solidarietà all’Arma e al colonnello colpevole di aver fatto solo il suo dovere di investigatore e di teste in un’aula di Tribunale.
E’ così, quando in Calabria si parla di mafia e politica è difficile schierarsi. Iniziano i distinguo, contano i comparaggi, pesano i generosi finanziamenti e le attenzioni che Regione e Comuni elargiscono ad alcune associazioni che proclamano l’antimafia del web e delle parole vuote.

Ad AVELLINO. Tony Della Pia, giovane segretario di Rifondazione comunista, ha ricevuto una lettera di minacce. Una busta all’indirizzo di casa con una sua foto ritagliata da un giornale locale ma con gli occhi e la bocca bruciacchiati. E una scritta: “Stai attento, morirai con l’amianto nelle bocca e nelle orecchie”. Agli occhi degli anonimi che lo minacciano, Tony ha il torto di aver sollevato la questione ISOCHIMICA. Si tratta di una fabbrica chiusa da anni nata per “scoibentare” (togliere) l’amianto dalle vetture ferroviarie. Per anni centinaia di operai hanno lavorato senza alcune protezioni. Toccavano l’amianto con le mani, senza mascherine e tute, mangiavano a contatto con montagne di veleno, tornavano a casa con gli abiti impregnati di asbesto. Qualcuno è morto, altri si sono ammalati e con loro il quartiere dove sorgeva la fabbrica.
Il padrone dell’Isochimica era Elio Graziano, quello delle lenzuola d’oro, uno dei primi scandali dell’era Tangentopoli. Ad Avellino era potentissimo, ungeva ruote di giornalisti e politici, era il presidente della squadra di calcio durante i fasti della serie A. Nessuno lo ha mai disturbato, per anni ha potuto lavorare e far lavorare i suoi operai come gli pareva. Tony Della Pia, insieme a pochi giornalisti del posto, si sta battendo perché a quei lavoratori venga riconosciuto il diritto ad essere risarciti, perché si indaghi sul sistema di complicità che ha consentito all’Isochimica di avvelenare una parte della città, perché si faccia luce sui luoghi dove è stato scaricato l’amianto, perché si risani la fabbrica e il quartiere dove è ubicata. Per questo lo minacciano.
Tony è solo. La politica ad Avellino guarda altrove.