Appuntamento con il boss/19

Troppe vite spezzate, troppo dolore ha lasciato dietro di sé Matteo. Perché questo è il suo nome. Né Alessio, né Diabolik,né ‘u siccu.
Matteo.Matteo Messina Denaro figlio di Francesco, campiere e boss. Uno che ha sempre comandato e che è morto da latitante. L’anno trovato, vestito di tutto punto, in campagna disteso e “apparecchiato” come se fosse già dentro la bara.
Una famiglia, quella dei Messina Denaro, che ha fatto la storia della Sicilia Occidentale. Quella Sicilia misconosciuta ai più. Dove qualcuno, molti anni fa, diceva che “la mafia non esiste” (emulato anni dopo sempre da un servitore dello Stato, questa volta a Milano).
Quella Sicilia Occidentale dove la massoneria, insieme alla mafia, la fa da padrona e decide della vita e della morte di chi è gli è più scomodo. Quella Sicilia Occidentale che ha visto morire Mauro Rostagno per volontà di Cosa Nostra perché bisognava eliminarla “la camurria”.
Questo è il terreno di coltura di Matteo, giovane figlio di boss avvezzo alle armi sin da piccolo. Lo stesso Matteo che il Questore Rino Germanà incontra, a Castelvetrano, la mattina del 14 settembre 1992 quando la mafia proverà ad ucciderlo. Matteo che si occupa delle stragi del 1993 a Roma e Firenze. Matteo che tiene i contatti con Zio Binnu, Bernardo Provenzano, fino alla sua cattura e che è feroce di rabbia per i pizzini ritrovati nel covo. Lui che fa attenzione a tutto, che non lascia tracce. Matteo, il pupillo di Totò Riina il capo dei capi. Matteo che adesso è rimasto l’ultimo boss da scovare e arrestare. L’ultimo padrino. La sua faccia con i Ray Ban campeggia su libri, fotografie. La sua sembra la storia di un romanzo ed è invece la storia di un mafioso, di un uomo che ha vissuto sul dolore, sul lutto, l’intimidazione,la violenza e il sangue. Un uomo che ha scelto questa vita e quindi non può avere nessuna attenuante.