Piaceri e regali, ecco chi sono i compari di Calabria

“’U cumpari du cumpari, è tu cumpari”. La filosofia di Francesco Morelli, il potentissimo consigliere regionale del Pdl-Scopelliti presidente, sta tutta in questa frase scandita qualche anno fa davanti alle telecamere di “Anno Zero”. Avevano ammazzato Franco Fortugno, il vicepresidente del Consiglio regionale, e fortissimi sospetti gravavano sull’uomo che gli subentrò, Mimmo Crea. Fu in quella occasione, abbracciando e baciando in modo plateale Crea, che Morelli dettò a tutta Italia la sua filosofia, Siamo una cosa sola, anche compare Mimmo, che oggi è in galera per mafia. Cose di Calabria, dove, a dar credito ad un altro “esperto”, Roberto Moio, pentito di mafia, “la ‘ndrangheta è la politica e la politica è la ‘ndrangheta”. Franco Morelli, secondo degli eletti nel Consiglio regionale con  16mila voti, è un uomo di Peppe Scopelliti, il giovane governatore dj della Calabria. Grazie agli uomini che ha voluto nelle sue liste e che ha portato al governo della Regione, il Consiglio regionale calabrese è oggi quello con la più alta percentuale di onorevoli arrestati per mafia. Santi Zappalà, medico e supervotato pure lui nelle liste Pdl-Scopelliti, lo hanno ammanettato l’anno scorso perché andava in pellegrinaggio a casa del boss Pelle a chiedere voti. Franco Morelli è finito in galera ieri. Era il politico di riferimento della famiglia Lampada, calabresi trapiantati a Milano. Se li ricordano ancora al quartiere Archi di Reggio quando gestivano una scalcinata macelleria. Poi i Lampada trovarono in Lombardia la loro America, con le slot-machine truccate, una miriade di bar, ristoranti e imprese. Riciclavano i soldi di Pasquale Condello, ‘o Supremo, e dei Tegano. Ma volevano arrivare in alto, a gestire il business del gioco in tutto il  Nord, e a mettere le mani sui cantieri Expo, per questo serviva la politica. Franco Morelli era il loro uomo. Ex democristiano, consigliere regionale da anni, legatissimo a Gianni Alemanno e all’ex governatore di centrodestra Giuseppe Chiaravalloti, numero due dell’Autorità delle Telecomunicazioni. L’uomo giusto. Che presenta i Lampada ad Alemanno. Siamo alla vigilia delle elezioni del 2008, in quel periodo il sindaco di Roma è ministro dell’Agricoltura e Morelli organizza un evento elettorale  al “Café de Paris”, in via Veneto. Mai location fu più indicata. Il caffè della dolce vita era allora nelle mani degli Alvaro di Sinopoli, altra ‘ndrangheta, altri compari. Entusiasta per l’accoglienza calorosa, Alemanno impugna il microfono e parla. “Ringrazio il gruppo Lampada, noti industriali calabresi trapiantati a Milano”. Giulio, rampollo della famiglia, se la ride al telefono con un suo amico quando racconta la giornata: “E noi eravamo lì, in un angolino che gli alzavamo la mano, tipo cià, cià”. Il sindaco di Roma non è indagato, precisano i magistrati milanesi. L’ingenuità non è ancora reato, ma è una colpa grave per un uomo politico che in quel momento aveva addirittura responsabilità ministeriali. “Che Alemanno – scrive il gip – non avesse idea alcuna di chi fossero in realtà i Lampada, conta poco o nulla. Quello che conta è che il gruppo mafioso riesca ad accedere ad alcune relazioni personali di favore”. “Eravamo la Reggio bene”, dice raggiante Giulio Lampada. Perché lui e la sua famiglia avevano bisogno come il pane di relazioni eccellenti. Quella col giudice Vincenzo Giglio, magistrato di  democratici sentimenti (ha la tessera di Md) e responsabile dei sequestri dei beni mafiosi, è vitale. Il giudice fa l’informatore, cerca di capire a che punto sono le indagini sui Lampada e sui loro protettori politici che il capo dei Ros di Reggio, il colonnello Valerio Giardina, e un giovane pm, Giuseppe Lombardo, stanno portando avanti. In cambio riceve amicizia politica dall’onorevole Morelli. “Mia moglie – scrive in un sms al consigliere regionale – fa parte della piccola schiera di persone cui piace lavorare molto…”. Chiede un posto per la signora, un incarico di prestigio, ma “fortemente operativo”. E lo ottiene. La consorte viene nominata commissaria straordinaria dell’azienda ospedaliera di Vibo Valenzia, un carrozzone dove la ‘ndrangheta comandava tutto. Posti, appalti e forniture. Un bengodi che continuò, si legge nella relazione di scioglimento per mafia, anche nel periodo in cui l’Azienda sanitaria è stata gestita da Alessandra Sarlo, la moglie del magistrato. Che oggi, grazie agli appoggi di Morelli e ai buoni rapporti con Scopelliti, è dirigente generale del “settore controllo strategico” della Regione. Morelli subentra nel rapporto con i Lampada, dei quali è socio e dai quali riceve un bonus di 50mila euro, quando si allentano i legami con un altro politico calabrese. Si tratta di Alberto Sarra, nominato dal governatore Scopelliti, sottosegretario della giunta regionale. “E’ un esponente politico che può vantare incarichi utili per qualsiasi consorteria mafiosa”, non è indagato, precisano i magistrati, ma ha “contatti consapevoli ed evidenti con esponenti della ‘ndrangheta e costituisce uno dei terminali dei Lampada”. Quando le indiscrezioni sui suoi rapporti con i “milanesi” si fanno insistenti, si fa da parte e subentra Morelli. “Politico spregiudicato che cerca i voti della ‘ndrangheta, il grimaldello che consente ai Lampada di entrare nel grande mondo della politica e delle istituzioni”. Siamo tutti compari in Calabria.

(pubblicato su Il fatto Quotidiano del 1 dicembre 2011)