Mario Capanna, la lezione del ‘68

Uno sguardo alle rivoluzioni del passato per capire meglio quelle di oggi, in compagnia di uno dei leader del movimento giovanile del Sessantotto, Mario Capanna.

Iniziamo con un esercizio di ’economia dialettica’: come definirebbe quegli anni in tre aggettivi significativi?

Uno degli aggettivi è ormai divenuto un classico, cioè “formidabili”, il secondo “decisivi”, perché hanno prodotto un grande cambiamento nel mondo, e il terzo “belli”.

 Viene quasi naturale fare un confronto tra i fatti di quegli anni e la cronaca delle contestazioni che in questi anni hanno raggiunto una diffusione a livello mondiale. Ha senso questo confronto o è solo un superficiale parallelismo?

 Direi che è l’una e l’altra cosa. E’ un parallelismo superficiale perché i contesti sono tra loro decisamente diversi, ed al tempo stesso è un paragone pertinente perché molti degli elementi allora emersi, ad esempio l’autodeterminazione individuale e collettiva, delle persone e dei popoli, la rivendicazione di una democrazia autentica, quindi partecipata e non delegata come oggi si è ridotta ad essere, la volontà di giustizia, quindi di equità, di pari opportunità per le persone e per i popoli, sono tratti comuni di allora e di oggi, nonostante la diversità dei contesti che abbiamo detto.

 Secondo Marino Niola “nel Sessantotto si combatteva contro la famiglia, oggi si combatte per la sua sopravvivenza”: è giusto dire che le motivazioni dei manifestanti del Sessantotto avevano una natura più ideologica rispetto a quelle degli Indignati, che sentono di più il peso della crisi economica?

Anzitutto mi permetto di osservare che, a mio parere, la citazione è superficiale. Noi allora non combattevamo affatto contro la famiglia in quanto tale, combattevamo contro la famiglia come ’strumento’ autoritario, e quindi uno degli obbiettivi che il Sessantotto ha raggiunto è stato quello di democratizzare anche la famiglia. Faccio un esempio banalissimo ma vero: prima del Sessantotto una ragazza, magari già maggiorenne, ritornava a casa la sera in ritardo sull’ora di cena, magari solo perché aveva perso l’autobus, si prendeva minimo due schiaffi perché si supponeva che quel ritardo fosse dovuto a ragioni inconfessabili; durante e dopo il Sessantotto quella stessa ragazza addirittura non torna a casa la notte perché rimane ad occupare l’università con le sue compagne di studi, e non solo non si prende più nessuno schiaffo, ma coinvolge la famiglia in una discussione su ciò che sta avvenendo, sul perché l’occupazione, sul perché è necessario muoversi… E’ una distinzione molto importante, perché non è lecito appioppare al Sessantotto dei tratti distruttivi quando invece sono stati costruttivi, cioè di profondo cambiamento, ed è stato cosi nei rapporti sessuali, nei costumi, nello stesso modo di vestirsi.

La questione generale che è contenuta nella domanda è invece fondata, nel senso che oggi vi è il peso della crisi economico-finanziaria nazionale ed internazionale. Tra l’altro a mio modo di vedere con queste misure ’tampone’, che sebbene comportano dei sacrifici micidiali soprattutto nelle fasce più deboli della popolazione, difficilmente sortiranno l’effetto, perché non c’è nessuna misura che oltre a prendere i soldi dalle tasche dei cittadini miri effettivamente a colpire la speculazione e soprattutto gli agenti internazionali e multi-nazionali della speculazione. Però attenzione, perché dopo il boom economico degli anni ’60, alla fine degli anni ’60 e quindi anche durante il grande autunno caldo del ’69, anche li si cominciava ad avvertire il morso di una crisi. Uno degli elementi per cui i giovani si ribellano è che sentono di essere destinati a degli impieghi sottoqualificati, ad esempio rispetto al titolo di studio ed alla laurea. Certo, allora la crisi era meno lancinante di quanto non sia attualmente, ma questo è un altro tratto in qualche modo di similarità.

 Com’è cambiato il rapporto con la politica tra i manifestanti del Sessantotto e gli Indignati?

Il Sessantotto fu la rigenerazione della politica, intendendo il termine non in senso partitico, ma nel senso etimologico della polis, cioè i cittadini, in quel caso segnatamente i giovani, si pongono questa semplice domanda: abitiamo tutti la città? Si, dunque occupiamocene tutti. Sembra una banalità ed in realtà fu un rovesciamento rivoluzionario, cioè rimpadroniamoci individualmente dei nostri destini. A me pare che al fondo di uno degli obbiettivi che gli Indignati pongono con forza vi sia lo stesso concetto: abitiamo tutti il mondo? Si, occupiamocene tutti insieme. Vale a dire, tradotto in altre parole, ciò che riguarda tutti, ad esempio i mutamenti climatici, l’inquinamento atmosferico, la speculazione, la crisi economico-finanziaria, una politica di pace che contrasti la guerra, riguardano tutti, dunque occupiamocene tutti.

 I movimenti di oggi vengono puntualmente associati al mondo di internet. Quarant’anni fa non c’erano i blog, non c’erano i social network, eppure è stata realizzata una mobilitazione imponente su scala mondiale. Sarebbe possibile oggi ottenere gli stessi risultati con i mezzi di allora? Cos’è cambiato?

 Penso che sarà difficile, però bisogna ’scavare’ un attimo perché il quesito disvela aspetti interessanti. Allora, parlando di televisione, in Italia c’era solo la prima rete, era in bianco e nero, ed ovviamente ci era del tutto e pregiudizialmente ostile. Anche il numero di apparecchi telefonici non è che fossero uno per famiglia, molte famiglie non lo avevano nemmeno. E com’è noto, quando volevamo mettere nero su bianco alcune nostre idee, giuste o sbagliate che fossero, dovevamo usare quel benedetto e maledetto ciclostile, prima a mano, poi elettrico, ma che in ogni caso vedeva la matrice strapparsi nei momenti topici e macchiare di inchiostro pareti, mani, abiti. E tuttavia, rimane il fatto che pur con questi mezzi limitati, e che oggi potremmo definire primordiali, di comunicazione, le idee circolavano con la velocità di un fulmine, perché c’era la curiosità. Vi era il passare delle informazioni di bocca in bocca, c’era il viaggio come strumento conoscitiva. Si andava da Roma, a Parigi, a Berlino, a New York, a Milano per vedere cosa succedeva nelle rispettive università e fabbriche.

Oggi, io sono un pochino contrario alla metafisica di internet e della rete: come tutti gli strumenti tecnologici, non sono né buoni, né cattivi, dipende dall’uso che ne viene fatto. Sappiamo tutti che su internet gira una grande quantità di ciarpame, ma non c’è dubbio che internet usato in un certo modo diviene un veicolo straordinario non solo di comunicazione, confronto, dialogo, approfondimento, ma può diventare uno straordinario elemento di collegamento e quindi di informazione alternativa, e quindi di costruzione di spirito critico. Credo che oggi quindi i movimenti siano da questo punto di vista più avvantaggiati, perché possono comunicare praticamente in tempo reale, e tuttavia rimane decisivo ciò che si comunica, perché se ciò che si comunica è sbagliato o superficiale, allora anziché aumentare lo spirito critico si rischia di deprimerlo. Rimane decisivo, vorrei sottolinearlo ancora, l’aspetto del come la strumentazione elettronica viene utilizzata.

 Cos’ha pensato davanti agli esiti della manifestazione di Roma dello scorso 15 ottobre? Da più parti si è detta la magica frase “una volta non sarebbe accaduto”. Lei cosa pensa a proposito?

E’ logico. Perché noi subiti i primi episodi di provocazione, da parte dei fascisti, da parte delle forze dell’ordine, che molto spesso erano quelle che creavano il disordine anziché l’ordine, mutuando dalla tradizione del movimento operaio cominciammo in qualche modo a mettere in piedi degli strumenti di auto protezione delle manifestazioni, soprattutto di grandi cortei: il servizio d’ordine per l’appunto. I fatti di Roma io li ho trovati non solo molto brutti, ma proprio sbagliati, perché il gioco, noi lo conoscevamo a memoria e si ripete purtroppo anche oggi, è che l’indomani tutti gli organi di informazioni sparano le prime pagine sulle violenze e sugli scontri, facendo quindi scomparire, mettendo totalmente in ombra i contenuti delle rivendicazioni. In questo senso il servizio d’ordine sarebbe, credo, un’organizzazione da ripristinare oggi perché altrimenti i movimenti corrono il rischio di essere fagocitati nella spirale violenza-repressione-violenza, il che è assolutamente sbagliato.

 In ultima battuta, rimanendo su questo tema, che cosa hanno da imparare i giovani che manifestano oggi da quelli che hanno manifestato quarant’anni fa? Lei quali esiti immagina per i movimenti globali degli Indignati?

Lo vorrei dire, senza però che ciò assumesse il tono della predica – dato che sono stato gentilmente provocato dalla domanda e sono ’costretto’ a rispondere, la colpa non è del ’predicatore’! Un elemento credo fondamentale sul quale i movimenti attuali farebbero bene a riflettere è quello della durata. Il Sessantotto insegna non solo che sono necessari grandi e coinvolgenti movimenti di massa, ma grandi e coinvolgenti movimenti di massa che non siano un fuoco di paglia, cioè che durano un attimo e poi si spengono e scompaiono, ma che raggiungano durata nel tempo, perché la durata consente la crescita ed il coinvolgimento progressivo di altri settori e strati sociali. Se questo avviene, il movimento degli Indignati può svolgere un ruolo, nelle condizioni odierne, di grande rilievo, per innescare, speriamo, un nuovo mutamento del modo di vedere il mondo, e quindi del modo di viverlo, e di costruire il futuro.

(Pubblicato su www.lindro.it)