Il Governo Monti, la politica e la gente

(di Elia Fiorillo)

La disaffezione evidente della gente alla politica doveva far riflettere i partiti. Quei sondaggi che davano sempre in aumento i “disertori” dal voto non dovevano essere letti con fastidio, sia a sinistra che a destra, ma come campanelli d’allarme di un peggio che poteva capitare ed è capitato con il governo Monti. Peggio per la “politica”, non per il Paese, per come ha gestito, per come è stata vista dagli elettori nelle sue risse quotidiane, nei suoi riti centrati sul potere che con il “bene comune” avevano poco a che spartire. Mai fare di tutta l’erba un fascio. Ma, al di la’ delle donne e degli uomini di buona volontà e di grandi capacità che hanno fatto fino in fondo e continuano a fare il loro difficile mestiere, il fossato tra il Paese reale e i suoi rappresentanti ha raggiunto livelli altamente critici. E la prova provata è, appunto, l’entrata in scena, certo forzata, del prof. Monti. Giorgio Napolitano non fa mistero di averlo voluto, imposto quasi. Ci voleva un antidoto efficace al fallimento annunciato dell’Italia. Un governo tecnico che più tecnico non si può. E i risultati si son visti in termini di consenso. Anche se la manovra, dal nostro punto di vista, equa non è perché pizzica i già tartassati da sempre e quelli che “non hanno voce”, il consenso di Monti e dei suoi ministri non è precipitato. Anzi, si è mantenuto su di un livello alto in proporzione alle “lacrime e sangue” che, comunque, ha elargito. Se un’operazione del genere l’avesse fatta un qualsiasi altro governo “politico”, di qualsiasi colore esso fosse stato – certo a parità d’emergenze -, le barricate nelle città sarebbero state senz’altro alzate. Ecco, bisogna partire da questo fatto per provare a ricostruire la credibilità della politica verso la società civile. Perché di politica uno stato democratico non può fare a meno.

Sarebbe troppo facile e comodo scaricare tutte le colpe sui partiti. Anche le forze sociali hanno le loro responsabilità. A volte sono state accondiscendenti nell’ottica limitata della tutela degli interessi, pur legittimi, dei propri rappresentati; ignorando volutamente i cambiamenti epocali verificatisi negli ultimi vent’anni, che imponevano modifiche radicali sia nel modo di far impresa che di tutela dei lavoratori. In alcuni casi il voler a tutti i costi, per non assumersi responsabilità, fare il “bastian contrario”, sempre e comunque, è stato un grave atto d’irresponsabilità.

Si è proceduto per anni in un gioco dove la vincita doveva arrivare subito e in modo facile e solo il presente aveva senso. La vittoria per i partiti era quella elettorale, da conquistarsi con promesse effimere e soprattutto fuorvianti per il Paese tutto. La crescita miracolosa; la contrapposizione della “questione” meridionale con quella settentrionale con il risultato di allargare, sul piano culturale e sociale, la forbice tra il Sud ed Nord. L’individualismo esasperato ed il leaderismo trionfante che mettono in discussione le organizzazioni storiche, famiglia compresa. Non si può, nelle campagne elettorali, promettere mari e monti eppoi, nell’impossibilità oggettiva di poter realizzare le cose annunciate, trovare scuse barbine contro il mondo intero ed in primo luogo contro l’opposizione paralizzante, che diventa il “male assoluto”.

Oggi ci ritroviamo con un presidente del Consiglio e con dei ministri che con i partiti e la politica non hanno niente a che fare eppure sono visti dall’opinione pubblica come “salvatori della Patria” e, per la verità, data la situazione economica in cui ci siamo venuti a trovare, lo sono pure. Perché non dovrebbero rimanere protetti e garantiti anche in seguito da un presidente della Repubblica “illuminato” a tutela vera della convivenza civile? Perché la democrazia è un’altra cosa! Ha fatto bene Giorgio Napolitano a imporre una svolta alla deriva micidiale che stava portando il nostro Paese al fallimento. E però, quella del capo dello Stato, è una evidente “pezza a colori”, come si usa dire nella sua Napoli, che ci ha salvati, per lo meno lo speriamo tutti, dal peggio. Il cambiamento, necessario ed opportuno, non può che venire dai tanto vituperati partiti. Sembra un nonsense, ma è proprio così. La condizione basilare è tutta fondata sulla loro capacità di rinnovarsi, guardando in faccia alla realtà. Forse con il governo Monti, sempre che i partiti e le forze sociali s’impegnino a volerlo, finisce la transizione tra la Prima Repubblica, quella dei padri fondatori, e la sua coda fatta di degenerazione e confusione. Per dar vita alla Seconda – o alla Terza, che dir si voglia – c’è bisogno di un patto tra i partiti e le parti sociali che punti al rinnovamento vero dei gruppi dirigenti, anche con norme statutarie che inibiscano il ricoprire di ruoli a vita, nonché i doppi e tripli incarichi. Da questo punto di vita le parti sociali sono ben avanti con i loro limiti statutari . Anche per i parlamentari, come più volte ha suggerito il prof. Giovanni Sartori, due mandati eppoi a casa. Ma soprattutto c’è bisogno di personale politico qualificato, motivato e disinteressato.

Ma come mai i partiti non si erano accorti dei vari Monti o Passera o… per farli propri, per candidarli nelle loro liste elettorali? Nella risposta potrebbe esserci il cambiamento auspicato.