Il 1978 ad Avellino

Sembravano appartenere ad un pianeta lontano, gli anni di piombo: dalla tranquilla Avellino, il rapimento di Moro, il ritrovamento del cadavere di unleader del partito che aveva dato lavoro a mezza città sembrava una tragedia da guardare in tv.
Nessuno avrebbe mai creduto, prima della verifica santommasiana, che quella violenza, quell’odio, quella capacità militare nel tendere agguati allo stato, potesse avere messo radici anche qui. Eppure era il 1978 per tutti. Maria Rosaria, Nicola, Roberto, volti tranquilli di gente per bene dell’Avellino impiegatizia, si affacciano dalle prime pagine dei giornali nazionali, con l’aria dura di chi ha ucciso e non si pente perché lo ha fatto in nome di un più alto progetto politico. E’ la lotta armata che non risparmia nessuno.
Alle 8.45 del 10 novembre 1978 Avellino scopre di aver cresciuto tre terroristi. Siamo a Patrica, Frosinone, e il procuratore della Repubblica Fedele Calvosa a bordo della sua Fiat 128, sta andando in Tribunale, in una mattina come tante, forse senza nemmeno immaginare che la sua decisione di emettere un mandato di comparizione per violenza privata da parte di un nucleo di operai di una fabbrica tessile della Ciociaria stia arrivando alle orecchie dei gruppi armati di sinistra.
Non è solo il procuratore Calvosa: con lui viaggiano il suo autista Luciano Rossi e l’agente di scorta Giuseppe Pagliei. Nessuno dei tre verrà risparmiato dalla pioggia di proiettili che Maria Rosaria Biondi, Nicola Valentino e Roberto Capone, insieme a Paolo Ceriani Sebregondi, dopo aver bloccato con la loro Fiat 125 l’auto del Procuratore, gli scaricheranno addosso. Tutti morti. Di più: in quell’agguato cade anche uno dei cattivi, Roberto. Colpito forse dal fuoco amico, come riporta la ricostruzione ufficiale, o da un proiettile sparato dall’agente Pagliei nell’estremo inutile tentativo di difendersi, come sostengono gli amici. E’ il colpo della cellula avellinese delle Formazioni Comuniste Combattenti.
Ma chi erano quei tre ’bravi ragazzi’? Maria Rosaria ha 23 anni, studentessa modello, si è già laureata in giurisprudenza. Suo padre, il preside Federico, ad Avellino era ed è ancora una figura di riferimento per la sinistra. Quel giorno la crede a Bari impegnata all’Università per una specializzazione, non immagina lontanamente che è lei a guidare l’auto della morte. Roberto, fidanzato con Rosaria, muore a 24 anni mentre la famiglia, tutta di sinistra militante, persone stimatissime in città e non solo (oggi il fratello è assessore comunale con il Pd), lo credono a Napoli impiegato in uno studio mentre continua i suoi studi di Sociologia. Nessuno immaginerà di rivederlo riverso a terra in una pozza di sangue, morto ammazzato dai suoi stessi compagni e da loro abbandonato lì sull’asfalto violato, secondo la polizia (perché invece i compagni sostengono di averlo portato e lasciato lontano da luogo dell’agguato).
Certo Roberto era già noto alle forze dell’ordine per essere una testa calda di sinistra ma solo perché in passato aveva interrotto una commemorazione del commissario Calabresi organizzata dalla Dc. Poca roba in confronto alla strage di Pratica. Un ragazzo benvoluto in città: passarono solo pochi giorni e sulla muraglia che circonda la villa comunale di Avellino su Corso Vittorio Emanuele, apparve la scritta ’Roberto vive nei nostri cuori’.
Nicola invece è figlio di un ferroviere in pensione che tra mille sacrifici gli ha permesso di arrivare ad un passo dalla laurea in medicina. Dopo l’attentato riesce a scappare insieme a Rosaria a Torino, ma la loro fuga durerà poco: per loro le porte del carcere a vita, di un’esistenza al buio, si apriranno grazie agli agenti del commissario Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Mai un pentimento. Dalle gabbie del processo iniziato nel 1980 Maria Rosaria e Nicola non hanno alcun cedimento né remora ad urlare ad esempio “carogna” a Patrizio Peci che, pentito, testimonierà contro di loro. Anche a distanza di anni, i due resistono. Rosaria in un’intervista rilasciata nel 1994 al ’Corriere dei ciechi’ dal carcere di Opera, per una sua collaborazione alla stesura di testi braille, ribadirà: “Non posso dire che sia stato il carcere ad avvicinarmi ai mondi emarginati, piuttosto ho seguito il filo dei miei convincimenti. Da una parte questa è fucina di ulteriori emarginazioni; d’altra parte i valori dominanti tendono a essere proprio quelli della società che emargina: il massimo profitto per l’individuo, in qualunque modo. Qui dentro la resistenza a simili valori diventa doppia e, secondo me, vitale”. Nel 1999 ancora rivendica con orgoglio di non aver mai usufruito di un permesso speciale, né alcun beneficio.
Nicola Valentino (nessun cedimento neanche per lui) anima insieme a Renato Curcio la casa editrice Sensibile alle foglie. Negli anni ‘90 pubblica due libri, ’Nel Bosco di Bistorco’ e ’Ergastolo’, in cui spiega come sopravvivere alle forme di reclusione. Per lui “la parola ergastolo in carcere è una parola tabù che viene evitata per non aprire ferite nella persona che vi è condannata. Se una persona ti chiede: ’a cosa sei stato condannato?’ e tu rispondi: ’all’ergastolo’, quella ti chiede scusa di averti posto la domanda”.

(pubblicato su www.lindro.it)