Alcamo: in manette Vincenzo D’Angelo, il “re” dei rifiuti

L’ultima volta che ha messo piede in un tribunale è stato per fare il testimone. Adesso dovrà entrarci da imputato. Per la verità imputato c’era stato anche qualche tempo addietro, ma ora le cose per lui si fanno molto ma molto serie. Si chiama Vincenzo D’Angelo, è alcamese, cinquantenne, fa l’imprenditore, settore quello della gestione, lavorazione e smaltimento dei rifiuti. Un business da queste parti, tanto che una volta un boss mafioso, per vicende nelle quali D’Angelo non c’entra nulla, ma il comune denominatore è la “spazzatura”, diceva, a proposito di un impianto di smaltimento gestito da Cosa nostra, “trasi munnizza e nesce oro”, entrano rifiuti ed esce oro. D’Angelo con i rifiuti è diventata una sorta di autorità, tanto, lo disse lui in quell’occasione in cui depose in tribunale (per un prestito da 2500 euro che lui ebbe a dare ad un carabiniere, ma quei soldi sarebbe stata una tangente e il militare è finito condannato), quando a Trapani nel 2005 in occasione dei lavori portuali per la Coppa America scoppiò l’emergenza smaltimento rifiuti speciali, l’allora prefetto Giovanni Finazzo lo convocò quasi come consigliere, e infine gli firmò un decreto con il quale lui in una notte fece sparire una montagna di rifiuti speciali che stavano da mesi all’ingresso di uno dei cantieri edili del nuovo porto. D’Angelo ripetè la circostanza più volte come per fare capire che lui non era un imprenditore qualsiasi, e forte di questa sua convinzione non nascose in quella occasione, come in altre, che non gradiva molto né l’interesse che la magistratura in più occasioni aveva dedicato al suo impianto e alla sua attività, né le cose che alcuni giornali e giornalisti andavano dicendo di lui, preferiva quei giornali e quei giornalisti che di lui parlavano con b en altro tenore, e con i quali telefonicamente si intratteneva con grande affabilità. Nel frattempo però finiva intercettato a parlare con soggetti indagati per mafia con i quali lui si sarebbe rapportato ben sapendo la caratura e preoccupandosi anche di commentare gli equilibri dentro le cosche del suo paese.

La legalità non sarebbe stato il suo forte, eppure era uno che quasi pretendeva di dare lezioni di legalità, prendendosela con quei politici e tecnici, magistrati e investigatori, che invece sentivano troppa “puzza” sulla sua attività, quasi più dell’olezzo che per qualche tempo avrebbero dovuto sopportare agricoltori suoi confinanti o vicini, che ad un certo punto non capivano com’è che dai pozzi artesiani veniva su un’acqua di colore nero e puzzolente. La Procura di Trapani addirittura dovette fare intervenire gli speleologi del Cai per farli infilare dentro stretti cunicoli che partivano dai suoi impianti per perdersi nelle campagne circostanti. Nonostante tutto questo D’Angelo non avrebbe cambiato registro e il suo nome salta fuori oggi da una indagine pugliese così come qualche mese addietro uscì a proposito di smaltimenti in Sicilia delle famose “eco balle” campane.

Non ha fatto un gran chiasso ma è una inchiesta che è destinata a fare tanto rumore quella coordinata dalla procura antimafia di Lecce denominata “Gold Plastic” e che ha visto la Guardia di Finanza eseguire in 13 regioni italiane 54 ordinanze di custodia cautelare in carcere «nei confronti di soggetti, anche di etnia cinese, appartenenti ad un pericoloso sodalizio criminale “transnazionale”, dedito all’illecito traffico transfrontaliero di ingenti quantitativi di rifiuti speciali, costituiti da materie plastiche, gomma e pneumatici fuori uso». Sono state eseguite anche numerose perquisizioni e  sequestri preventivi di beni in 21 aziende, per un valore di oltre 6 milioni di euro. Nei confronti degli arrestati (rappresentanti di società operanti nel settore del recupero e riciclaggio di rifiuti speciali, spedizionieri doganali e agenti di compagnie di navigazione), sono stati ipotizzati i reati di “associazione per delinquere transnazionale finalizzata all’illecito traffico di rifiuti” e “falsità ideologica in atto pubblico”. Tra gli arrestati l’alcamese Vincenzo D’Angelo. L’indagine delle Fiamme Gialle «costituisce l’epilogo di una complessa ed articolata attività investigativa, avviata nel mese di gennaio 2009 dalla Guardia di Finanza di Taranto congiuntamente alla locale Dogana, sotto la direzione della Procura della Repubblica presso il tribunale di Taranto e, successivamente, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce. Nel corso di oltre due anni di attività investigative, condotte anche a mezzo di numerose intercettazioni telefoniche e telematiche, le Fiamme Gialle di Taranto hanno ricostruito un traffico illecito di rifiuti speciali esportati dall’Italia verso diversi paesi del Sud-est asiatico a mezzo di 1.507 container, per un quantitativo complessivo di circa 34.000.000 kg., pari ad un illecito giro di affari dell’importo suindicato di oltre 6 milioni di euro, preso a base per i citati sequestri preventivi di beni. L’ammontare dell’illecito traffico è stato determinato contabilizzando sia gli ingenti costi artatamente evitati per lo smaltimento dei rifiuti presso siti italiani autorizzati e sia per i cospicui compensi percepiti “in nero”, anche su conti bancari esteri, per l’attività commerciale e di intermediazione dei rifiuti acquistati da soggetti italiani ad un valore irrisorio per container e rivenduti a clienti asiatici, per il recupero energetico, per un valore di 250 volte superiore. In tale periodo, presso il porto di Taranto ed altri scali marittimi nazionali, sono stati sottoposti a sequestro oltre 2.600.000 kg. di rifiuti speciali, pronti per essere illecitamente spediti a mezzo di 114 containers. La spedizione dei rifiuti speciali avveniva mediante la predisposizione di falsa documentazione commerciale e doganale riportante dati non veritieri in ordine alla tipologia del materiale, al paese di destinazione nonchè all’impianto di recupero finale, compromettendo pertanto la loro tracciabilità a tutela dell’ambiente. Nella maggior parte dei casi i rifiuti speciali non erano stati oggetto di alcun trattamento preliminare e potrebbero essere stati utilizzati come materia prima per la produzione di giocattoli, casalinghi, biberon e prodotti sanitari destinati alla commercializzazione sull’intero territorio nazionale ed europeo».

Qualche mese addietro il nome di D’Angelo era uscito fuori a proposito di Tir che dalla Campania arrivavano in Sicilia carichi di rifiuti dei nquali però nessuno avrebbe conosciuto lo smaltimento presso una discarica messinese di Mazzarrà Sant’Andrea, in totale 500 tonnellate e tante altre tonnellate dovevano arrivare.

Si è saputo che il contratto per questo smaltimento era stato firmato dalla Sapna, la società della Provincia di Napoli
che ha il compito di gestire il ciclo dei rifiuti, con la Vincenzo D’Angelo srl di Alcamo (Trapani) e la Profineco spa con sede a Palermo e stabilimento a Termini Imerese. Nell’accordo si parlava di circa 200 euro a tonnellata. Un affare da più di 6 milioni di euro. Il trasferimento dell’immondizia era affidato a due aziende del Salernitano, la Adiletta logistica scarl di Nocera Inferiore e la Trasporti San Marino società cooperativa con 593 camion.