Scopelliti: boia chi molla

E’ stato un compleanno avvelenato quello di Peppe Scopelliti. Classe 1966, giorno di nascita il 21 novembre, giovane politico in ascesa. Avvelenato dalle polemiche violente scatenate contro tre giornali, “Il Fatto”, “La Stampa”, “Il Sole24ore”, e dalle reazioni che hanno provocato con comunicati dei cdr e della Fnsi. Ma ancora di più a rendergli amari i giorni sono le inchieste della magistratura. L’ultima che ha portato in galera una serie di colletti bianchi, mafiosi e affaristi, e che ha svelato quello che in città tutti sapevano: la ‘ndrangheta, quella potente della famiglia Tegano, era in società col Comune di Reggio Calabria tramite la “Multiservizi”. Un colosso, centinaia di dipendenti e milioni di euro da gestire. Una tegola sulla testa del giovane golden-boy della destra  in Riva allo Stretto. Uno che non dimentica il suo passato missino, che celebra davanti al monumento di Ciccio Franco, il capo dei Boia chi Molla.

Peppe Scopelliti, una laurea in Economia presto chiusa nei cassetti: il potere pretende dedizione e il tempo per svolgere qualsiasi attività professionale non c’è. Segretario del Fronte della Gioventù nel 1992, nel 1994 candidato al Parlamento Europeo, l’anno dopo primo degli eletti alla Regione, rieletto nel 2000, e poi Presidente del Consiglio e Assessore al Lavoro con la giunta Chiaravalloti.  Nel 2002 la conquista di Reggio con il 53% dei voti e l’elezione a sindaco. Riconferma cinque anni dopo, ma questa volta con il 70% dei voti. E fa niente se nei giorni di fuoco della campagna elettorale i manifesti col suo faccione campeggiavano nei saloni del Teatro Margherita, gentilmente concesso “senza nulla a pretendere” da Gioacchino Campolo, il “re dei videopoker”. Quando il signor Gioacchino viene arrestato gli sequestrano immobili per qualche milione di euro a Roma e a Parigi. “Soldi accumulati – spiega il procuratore di Reggio Giuseppe Pignatone – con la gestione monopolistica dei videogiochi, uno dei canali privilegiati dalla criminalità organizzata”. Ma Peppe, ragazzo in carriera, non se ne cura. Lui è il rinnovamento, spazzerà via la vecchia politica e costruirà il “modello Reggio”. “Credere, obbedire, ballare”, è il motto che gli appiccicano addosso. Riletto oggi che il Comune è sull’orlo del default con 170 milioni di debiti accertati, e lui stesso è indagato per falso in atto pubblico, suona beffardo. Scopelliti era ossessionato dal mondo dello show-biz, voleva stupire a tutti  i costi. “Paolo ho bisogno di una cortesia, abbiamo intenzione di fare qualcosa di eccezionale a Reggio, per me sarebbe il massimo incontrare Lele Mora”. Paolo Martino, uomo di collegamento della ‘ndrangheta calabrese con il bel mondo di Milano, racconta così il suo incontro con l’allora sindaco Scopelliti. “Conosco lui, suo fratello Tino e l’altro fratello Francesco che sta a Como e fa l’assessore”, ricorda Martino in un interrogatorio. L’incontro si fa e subito, Scopelliti  quasi si commuove: “Paolo, per me conoscere uomini come te è qualcosa di gratificante”. Ma per portare il manager delle starlette, Valeria Marini (60mila euro per lo struscio nelle vie principali), forse non bastava l’uomo delle ‘ndrine in terra lombarda, bisognava rivolgersi anche ad altri. A Pasquale Rappoccio, massone della “Gran loggia regionale d’Italia” col grado di “secondo principale”, oggi finito nei guai per storie di malasanità e rapporti con le cosche. “Frequentatore assiduo del sindaco”, si legge in un rapporto della Gdf del 2007. Insieme al grembiulino di Reggio, Scopelliti vola a Milano per incontrare Mora, ma non prende l’aereo di Lele, “altrimenti volano interrogazioni e polemiche” e fissano appuntamenti per andare in Sardegna sulla barca di Briatore. La bella vita a Reggio e spese pazze. Alcune al limite del ridicolo, come i 23mila euro buttati per comprare 100mila salviettine rinfrescanti al bergamotto con la scritta no alla ‘ndrangheta. Perché il giovane Scopelliti, eletto governatore della Calabria col 58% dei voti, la ‘ndrangheta la combatte, ma sempre in modo spettacolare. E guai a chi, fra i suoi, sbaglia. L’anno scorso gli hanno arrestato Santi Zappalà, uno fra i più votati nelle liste che lo sostenevano. I carabinieri lo filmarono e intercettarono mentre andava a chiedere voti a Giuseppe Pelle “Gambazza”, boss di San Luca. Scopelliti lo ha mollato, senza mai chiedersi se quei voti messi a disposizione dalla ‘ndrangheta avessero contribuito anche al suo personale successo. Ed è di poche settimane fa un dossier consegnato dai magistrati di Genova alla Commissione parlamentare antimafia nel quale si parla delle ultime elezioni regionali e dell’”alacre sostegno di esponenti della cosca Raso-Gullace, anche con palesi intimidazioni, a favore del candidato Antonio Stefano Caridi”. Si tratta di un assessore regionale, non indagato, storico uomo di Scopelliti. La mafia è solo quella folk di Osso, Mastrosso e Carcagnosso, e quando i pentiti lo tirano in ballo, il governatore insorge: è una provocazione, non sapevo. Sono cinque (Lo Giudice, Fiume, Paolo Iannò, Fragapane, Moio) rappresentativi delle famiglie più potenti della città, parlano di lui e dei voti concessi. La regola è smentire, ribattere. Mai chiarire. E mai chiarita fino in fondo è stata la partecipazione al pranzo per il cinquantesimo anniversario di matrimonio dei genitori di Mimmo Barbieri, finito al centro di una poderosa inchiesta antimafia. “C’erano proprio tutti – racconta il giorno dopo Cosimo Alvaro – il sindaco, Gesuele Vilasi (assessore comunale di Forza Italia, ndr) e quelli della Margherita e dell’Udeur”. Cosimo Alvaro, rampollo della famiglia di Sinopoli, c’era. Quando Scopelliti venne eletto sindaco per la seconda volta, entusiasta, si lasciò scappare: “Ora entriamo in politica. Forza zio Peppino”.

(pubblicato su Il fatto Quotidiano il 22 novembre 2011)