Modello Reggio: piena decadenza

“Era una persona corretta, onesta, soprattutto all’inizio del suo mandato, di estrema cultura e umanità. Era un professore che non parlava giovane ma apprezzato anche dai giovani. D’altra parte, però, sebbene abbia rappresentato il riscatto morale della città non è riuscito a cambiare la mentalità collusa. Quella mentalità di voler eludere ogni forma di legalità (voto di scambio, clientelismo, prevaricazione, raccomandazioni ecc)”. Anche Reggio Calabria ha avuto la sua “Primavera” e dopo lo scandalo di Tangentopoli in Italia, la città dello Stretto era amministrata da un uomo che la gente ricorda come icona della legalità. Qualcuno come Giulia fa una analisi completa, spiegando inoltre che la città non è mai stata estranea a meccanismi di corruzione. La maggior parte dei reggini comunque ricorda lo storico sindaco Italo Falcomatà come un uomo saggio, di cultura, onesto. Immagine positiva macchiata dalle inchieste per corruzione che lo coinvolsero negli ultimi anni della sua attività amministrativa, ma che non ebbero nessun esito. La leucemia nel 2001 ha reso la sua scomparsa prematura e la città ha pianto e piange l’uomo che stava in mezzo alla gente, che aveva parole buone per tutti, un cittadino in mezzo a tanti altri cittadini, nonostante il suo spessore culturale. Oggi il lungomare di Reggio porta il suo nome, il simbolo della città rimane lui. Reggio non riavrà mai più la sua “Primavera”, perché negli ultimi anni la città e la sua provincia vengono ricordate solo per fatti di mafia, solo per scandali, solo per collusioni. Da allora la magistratura ha fatto luce su un sistema illegale senza precedenti, che vede coinvolti esponenti politici, parte della società cosiddetta civile, colletti bianchi, tutti dentro quell’”area grigia”, così come per primo l’ha definita il procuratore Giuseppe Pignatone, in cui la politica, i servizi deviati e la ‘ndrangheta stringono rapporti saldi, fanno affari.
Questo tipo di meccanismo è sintetizzato nel “Modello Reggio” propugnato dall’attuale governatore della Calabria, Giuseppe Scopelliti che, in qualche modo, ha voluto inventarsi uno slogan da esibire per mostrare la faccia pulita di una Calabria che invece non esiste. Il Modello Reggio, termine nemmeno troppo originale, ha accompagnato Scopelliti negli anni in cui è stato sindaco della città. Gli esiti del suo modus operandi, però, sono arrivati ai reggini piano piano, a piccole dosi.
Uno degli effetti collaterali del Modello Reggio è la dose di acido muriatico ingerita il 16 dicembre del 2010 dalla dirigente del settore “Finanze”, Orsola Fallara. Una fine tragica per una donna “colpevole” di essersi liquidata illegittimamente compensi per circa 800 mila euro. Più che per questo, la Fallara è “colpevole” perché muove le fila del Modello Reggio, ne conosce i meccanismi ed anche i segreti. Quando viene chiamata in causa, anche per le retribuzioni che spettano all’uomo con cui aveva un legame sentimentale, Bruno Labate, esce fuori che il compagno avrebbe ricevuto illegittimamente tra 600 e 700 mila euro, per consulenze su progetti mai finanziati e nemmeno realizzati. La Fallara è troppo dentro questo sistema che oggi coinvolge pesantemente anche Scopelliti che ha già ricevuto un invito a comparire dalla Procura di Reggio, nell’indagine sul “caso Fallara”. Prima di togliersi la vita, la dirigente ha scelto di incontrare la stampa, era turbata, è stata stritolata dal Modello Reggio fino alla fine. Quel Modello che ha nascosto queste complicità al grido di “festa, farina e forca”.
Guai però a parlarne male. Scopelliti più che fare indignare s’indigna di fronte alle analisi lucide dei giornalisti di tre importantissime testate nazionali, Enrico Fierro (Il Fatto); Guido Ruotolo (La Stampa) e Roberto Galullo (Il Sole24 ore). Giornalisti anche loro “colpevoli” di essersi interessati di Calabria ma, soprattutto, di Modello Reggio, mostrandone la parte più brutta e suo malgrado, reale.
Nel frattempo, mentre Scopelliti indignato difende la sua creatura dalle “accuse” dei giornalisti, altre indagini della magistratura si abbattono sulla città e pesano sulla sua testa quanto un macigno. Il Modello Reggio, grazie a Scopelliti governatore, è diventato pure Modello Calabria, per la gioia di una regione dalle mille emergenze, dalla sanità, passando per l’ambiente, gestione dei rifiuti e così via.
Solo qualche giorno addietro gli strascichi di questo Modello erano sintetizzati nell’operazione Astrea, che ha portato alla luce la partecipazione del Comune di Reggio, per il 51 per cento, nella società Multiservizi. Società che era controllata dalla cosca dei Tegano per conto della famiglia De Stefano, indiscussa protagonista del panorama ‘ndranghetistico reggino dalla fine delle guerre di mafia.
La tenacia di Scopelliti è molto simile a quella del suo “padre politico” Berlusconi. Ma pare che adesso il tempo sia maturo, sia per l’uno che per l’altro. Tanto che il neo ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri, ha chiesto al suo collega prefetto di Reggio, Luigi Varratta, una relazione dettagliata sulla situazione finanziaria del comune reggino, su cui pesa un disavanzo di 160 milioni. In sostanza, si starebbe valutando la possibilità di inviare ispettori ministeriali a Reggio Calabria. E da qui l’intervento immediato dell’onorevole Angela Napoli, di sciogliere e commissariare il Comune di Reggio. Anche i deputati del Pd, Doris Lo Moro, Laura Garavini, Rosa Villecco Calipari, Franco Laratta e Nicodemo Oliverio, in una interrogazione presentata al ministro dell’Interno hanno chiesto “l’accesso antimafia al comune di Reggio Calabria”, evidenziando la situazione in cui si trova l’Amministrazione coinvolta prima nel “caso Fallara” poi in quello della Multiservizi.
Probabilmente Reggio aspetta l’ennesima Primavera, per lasciarsi alle spalle una situazione così preoccupante. Una Primavera che faccia luce, per esempio, su persone come Giovanni Zumbo, commercialista ed ex amministratore giudiziario dei beni confiscati alla ‘ndrangheta, amico di tutti, politici e anche forze dell’ordine. Un uomo detenuto perchè coinvolto in molte inchieste, “informatore” degli ‘ndranghetisti, e anello di congiunzione tra il mondo degli “insospettabili” e i mafiosi. La Primavera ancora aspetta le verità delle indagini scaturite nelle operazioni Meta e Crimine del 2010, che già hanno portato a galla diverse collusioni fra la zona grigia e la ‘ndrangheta, non solo in Calabria.
Secondo Scopelliti queste cose non vanno dette, chi le dice è un “cialtrone”. Probabilmente – e questo è il vero problema – fino ad oggi si è parlato poco, si è detto poco anche rispetto a quello che vuol dire vivere in Calabria, nella morsa criminale che controlla tutto e in mezzo ad una microcriminalità diffusa, che nella vita quotidiana è ancora più invasiva della mafia e dei mafiosi.
Da quanto va avanti questo sistema illegale? E cosa direbbe il compianto Falcomatà?
Ivano Fossati oggi canta: C’est la décadence!