L’Odissea della Valle del Mercure

Le pagine sono ingiallite, tanto tempo è passato sopra quelle carte conservate a lungo in qualche cassetto, ma il punto è sempre lo stesso: relazione sulla Centrale del Mercure. E questa volta lo studio sulla struttura calabrese dell’Enel risale al 1987. Quasi novanta pagine quelle della commissione scientifica-consultativa, per la valutazione dell’impatto ambientale del progetto di riconversione a carbone della centrale termoelettrica del Mercure.
Prima della sua dismissione nel 1997, l’Enel voleva farne una centrale a carbone. Fallito quel tentativo, il progetto è diventato molto più ambizioso, dato che dal 2000 s’impegna per la riconversione a biomasse della centrale che, per quantità di combustibile bruciato e dimensioni, sarebbe la più grande d’Europa. Del caso centrale a biomasse ci eravamo già occupati recentemente.

Ma questo elemento assolutamente nuovo, che riguarda appunto la relazione commissionata anche all’epoca dal Comune di Laino, illumina ogni considerazione che fino ad oggi si è fatta del progetto, pur parlando di combustibile diverso, non biomasse ma carbone. All’epoca, la commissione fu presieduta dal sindaco di Laino, Terenzio Calvosa, e composta dai professori Attilio Alto, Gaetano Cecchetti, Susana Cerquiglini Monteriolo, Piero Gagliardo, Luigino Mazzei, Antonino Palumbo, oltre che dall’avvocato Angelo Costantino, per la valutazione specifica degli aspetti giuridici della questione.
Oltre all’impatto ambientale la commissione aveva valutato pure il quadro socio-economico dei comuni in cui ricade la centrale, ovvero Laino Borgo e Laino Castello in provincia di Cosenza; e Castelluccio Inferiore, Rotonda e Viggianello, in provincia di Potenza. Tutte aree interessate già da allora anche a fenomeni di spopolamento. Da quel documento sono emerse alcune criticità per la riconversione a carbone della centrale e, andando a guardare le opposizioni al progetto dell’Enel, queste criticità sono pressoché identiche a quelle odierne.

Ciò anche se nel 1987 non si considerava il fatto che la centrale del Mercure si trova al centro del Parco nazionale del Pollino, costituito nel 1993 e neppure in una Zona a protezione speciale, così come ha stabilito l’Unione europea nel 2007. Nell’area doppiamente vincolata, da norme sia nazionali che comunitarie, in cui si viene a trovare oggi la centrale, si può “intervenire solo per esigenze connesse alla salute dell’uomo e alla sicurezza pubblica, o per esigenze di primaria importanza per l’ambiente, oppure, previo parere della Commissione europea, per altri motivi imperativi di rilevante interesse pubblico” (D.P.R. 12 marzo 2003).
Ecco che allora non si capisce come mai l’Enel, tramite il Comune di Laino, nel 2010 abbia dato incarico ad altri tre professori (Salvatore Sciacca, Luigi Manzo e Francesco Maria Avato), pagandoli per 114 mila euro, di uno studio d’incidenza in cui non si è tenuto conto delle relazioni precedenti, né delle innumerevoli opposizioni al progetto.

Nell’87, il progetto dell’Enel non è stato realizzato, non sappiamo se a causa del responso degli studi sul campo. Lo studio è stato fatto prima di qualunque parere favorevole da parte di Enel o dei comuni interessati. Anche il metodo di lavoro è diverso perché la commissione istituita nel 1986 si basa sulla raccolta di dati reali, diversamente della commissione istituita nel novembre 2010, che fa riferimento a dati forniti dal Comune di Laino (favorevole al progetto) e, malgrado sia l’unico finanziatore dello studio, all’Enel. Nel 2010, inoltre, i dati sono mutuati da una valle diversa dal Mercure e più distante, quella di Latronico.
I dati meteorologici, direttamente rilevati nella Valle del Mercure all’epoca, hanno evidenziato il fenomeno dell’escursione termica a livello del suolo, con conseguente difficoltà di dispersione degli inquinanti aerei. Cosa che non emerge nella relazione del 2010, anche se il clima nella Valle non è molto variato, suggeriscono gli oppositori.

Altro elemento rilevante per la prima commissione, sono le condizioni di traffico veicolare: ricordiamo che sarebbero 150 andata – ritorno, i camion che dovrebbero attraversare il Parco nazionale del Pollino per portare il cippato di legno e segatura utili al funzionamento della centrale a biomasse. Già allora, e non era previsto un traffico del genere per la centrale a carbone, la commissione aveva considerato “difficile e sconveniente” il passaggio dei mezzi.
Non solo: “Risultano poi ulteriormente aggravate dalla prevedibile intensità del traffico imputabile oltre che ai mezzi di trasporto del carbone (70 autocarri previsti), anche a quello delle ceneri ed ai mezzi che normalmente impegnano il tratto stradale di cui si tratta”. Ecco che la Commissione all’epoca concludeva ritenendo “condizioni imprescindibili, per il superamento delle predette difficoltà, il poter disporre di almeno un percorso alternativo, in aggiunta a quello previsto, sufficientemente distante dai nuclei abitati, al fine di poter migliorare l’affidabilità dell’approvvigionamento e la sicurezza del trasporto, contenendo, quanto più possibile, l’impatto procurato da tale sistema viario sull’ambiente e sugli abitanti della zona”.

Le cose sono cambiate, è vero. E comunque la commissione evidenzia pure che rispetto alla centrale termoelettrica, quella a carbone è meno inquinante. Ma l’ambiente è sempre lo stesso, così come le difficoltà di studio su un territorio così diversificato.

Ma perché i tre docenti non hanno fatto cenno a queste dettagliate rivelazioni? Perché il Comune di Laino Borgo, ora favorevole al progetto dell’Enel, ha dato del materiale rintracciabile nello stesso Ente o redatto per nome e per conto della società di fornitura d’energia elettrica? Qualcuno, a parte i vari comitati e associazioni contrari al progetto, ci può dire come stanno le cose? È così difficile capire se una centrale inquina o meno? E come mai gli studi, a parte i criteri di valutazione e i metodi utilizzati, sono così diversi? E la relazione, fra le più attendibili, di Rabitti-Casson, perché è stata analizzata solo in parte negli studi recenti? Dalla Regione quanto continueranno a non parlare? E perché hanno approvato il progetto? Qualcuno scommette sulla salute dei cittadini?

Tutte domande legittime anche da parte degli oppositori al progetto e di altri tre studiosi che hanno presentato una controrelazione a quella del 2010 firmata dai professori Sciacca, Manzo e Avato. Si tratta di Ferdinando Laghi, specialista in medicina interna e ematologia generale e referente dell’associazione Medici per l’ambiente Isde-Italia; Mariella Buono, consulente aziendale in salute e sicurezza sul lavoro, igiene e sicurezza alimentare, valutatore dei sistemi di qualità e Eugenio Provenzano, mediatore ambientale.
Tutti attendono che da parte dell’Enel e anche dalla Regione Calabria (favorevole al progetto di riconversione a biomasse) arrivino delle risposte, in merito a una vicenda che sembra infinita.

(pubblicato su www.lindro.it)