Isochimica, tra amianto e silenzi

Ventitrè anni di silenzio. Ogni tentativo di far luce sulla storia dell’Isochimica e dell’amianto con cui 300 operai sono venuti a contatto fino al 1991, anno di chiusura dello stabilimento, è stato messo a tacere. Ma oggi non è più possibile: gli operai si sono ammalati, qualcuno nel corso di questi anni è già morto. Ci sono le analisi dell’Università di Siena a dirlo: nei loro polmoni ci sono fino a 9mila fibre di asbesto.
Ma andiamo con ordine. Siamo nell’Irpinia post terremoto, una provincia che ha fame di lavoro, di ritorno alla normalità, di soldi. Ferrovie dello Stato decide di mandare qui le proprie carrozze che vanno scoibentate dall’amianto: ad aprire la fabbrica è un signorotto salernitano, Elio Graziano, che, con le dovute autorizzazioni di Comune di Avellino e enti preposti, apre la Isochimica spa nel cuore del popoloso quartiere dei ferrovieri, a due passi dalle case che hanno resistito alla scossa del 23 novembre 1980, da un asilo e una scuola elementare e dalla stazione dei treni.
Sono 300 gli operai che Graziano assume, provengono da Salerno, Avellino e Benevento, c’è anche qualche napoletano che si trasferisce con tutta la famiglia. E’ ruggine, non amianto, quello che gli operai con dei semplici guanti in lattice toccano. Questa la versione ufficiale, che all’inizio sembra andare bene a tutti, sindacati compresi. Graziano è ’premuroso’: dota i suoi dipendenti di mascherine di cartone e tute di TNT (tessuto non tessuto), cioè carta, che lui stesso produce a Fisciano, nel salernitano.
Lì per lì gli operai si sentono al sicuro, non si preoccupano quando le tute queste si strappano e pensano che basti scrollarsi di dosso quella polvere fastidiosa, prima di portarle a casa dove le mogli premurose le laveranno. Gli operai dell’Isochimica di Avellino non conoscono ancora le sorti delle mogli dei loro colleghi di Casale Monferrato, sede della Eternit. Almeno non fino al 1985, due anni dopo l’apertura della fabbrica, quando gli stessi operai cominciano ad insospettirsi e, grazie all’aiuto dei militanti di Democrazia Proletaria, si mettono in contatto con L’Università Cattolica di Roma a cui commissionano di analizzare quella polvere. “Il responso dei ricercatori fu lapidario: in seguito alle analisi fatte, decretarono che non c’erano le condizioni minime di sicurezza per entrare in quella fabbrica”. A ricordarlo è Carlo, uno degli ex operai Isochimica, che come altri suoi colleghi ha scoperto di essere affetto da patologie correlate da asbesto.
“Iniziammo a chiedere spiegazioni e Graziano ci diceva che dovevamo stare tranquilli, che faceva più male la coca cola dell’amianto. Eravamo solo in trenta a portare avanti una battaglia per la salvaguardia della salute di tutti. Molti furono zittiti con promesse di straordinari, di pagamenti extra. Anche io, che ero poco più che ventenne, fui oggetto di un tentativo di corruzione. Rifiutai e di tutta riposta fui bersagliato da ben 7 avvisi di sospensione perché ero accusato di diffondere notizie false e di sobillare i lavoratori”.
Assenti tutti: comune, Asl, sindacati. Ieri come oggi. In 49 decidono, non contenti delle analisi effettuate qui in Irpinia, di rivolgersi al laboratorio di sanità pubblica dell’area vasta Toscana Sud Est, con sede a Siena. E qui comincia l’Odissea postuma: quella tosse, quelle difficoltà respiratorie, quel catarro, quella febbre continua, erano tutti sintomi di patologie gravi legate al contatto diretto e all’inalazione di fibre di amianto. Vere e proprie menomazioni dell’integrità psicofisica: è il caso di dirlo, oltre il danno la beffa. La beffa dell’Inail: solo 6.718,59 euro, per un’invalidità calcolata dal 6 al 9%. Uno ’scherzo’ non da poco, considerando che questi operai hanno lavorato per lo Stato, lo stesso che oggi non gli dà sufficienti strumenti previdenziali, e non solo in termini monetari, ma anche di tempo a disposizione per curarsi.
Avrebbero bisogno di un prepensionamento – molti di loro infatti lavorano attualmente in altre fabbriche – ma questo significherebbe, senza un abbuono degli anni che mancano alla pensione effettiva, ridurli alla fame. Non si arrendono, se la prendono con quanti per 23 anni hanno continuato a ripetergli di stare tranquilli. Non hanno intenzione di mollare: Isochimica non è diversa da Eternit e Marlane e si rivolgono al meglio che c’è per presentare una denuncia per lesioni personali e disastro ambientale. Scelgono l’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’osservatorio Nazionale Amianto e si rivolgono alla Procura di Firenze, competente perché da lì partivano le carrozze killer e perché fu il pretore Deidda, del capoluogo toscano a decretare la chiusura dello stabilimento, colmando il vuoto lasciato dalla magistratura locale.
Disastro ambientale perché furono 20mila i quintali di amianto estratto e sotterrato all’interno dello stabilimento, nel cuore di Borgo Ferrovia. Quell’amianto è ancora lì: la bonifica del sito iniziata dal Comune due anni fa infatti ha riguardato solo i capannoni: ciò che c’è sotto terra per il momento lì resta.
(pubblicato su www.lindro.it)

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