Reggio e i suoi veleni

 

Due pagine scritte a mano che lanciano accuse pesantissime sul Capo della Squadra Mobile e sul Comandante del Ros e che gettano sospetti sui vertici della Procura. Schizzi di fango che arrivano a Roma, ai piani alti della Direzione nazionale antimafia. E’ solo l’ultimo capitolo, ma non ancora quello finale, di una guerra sotterranea combattuta a colpi di memoriali e dossier a Reggio Calabria. Nelle pagine iniziali di questa brutta storia c’è un pentito che tira in ballo Alberto Cisterna, numero due di Piero Grasso, accusandolo di essere un “venduto” al soldo della ‘ndrangheta, seguito subito dopo da un altro “collaboratore” che smentisce e mette nero su bianco che così non è, che è tutto un complotto per screditare Cisterna e altri magistrati. Veleni in Riva allo Stretto, sparsi a piene mani da pupari che sanno quali fili muovere. Perché la partita è importante e la posta altissima. Ci sono inchieste, a Reggio come a Milano, sui rapporti ‘ndrangheta politica che da mesi si annunciano come un terremoto. E poltrone delicatissime da occupare. Quella di Procuratore della Repubblica, in primo luogo, perché Giuseppe Pignatone presto lascerà lo Stretto per volare a Roma o a Napoli. Per capire cosa sta accadendo occorre iniziare dal memoriale. “In data 29 6 2011, tarda mattinata, sono venuti presso questo carcere militare due ufficiali di Pg (dottor Renato Cortese e tenente colonnello Russo, comandante del Ros di Reggio Calabria), che a loro dire erano stati incaricati dal procuratore di Reggio affinché mi venisse rivolta richiesta di collaborazione nei fatti che mi vedono coinvolto, ma con particolare riferimento ai rapporti che Luciano Lo Giudice potesse avere con altri appartenenti alle istituzioni e segnatamente a magistrati nonché ad appartenenti alle Forze dell’ordine e dei servizi”. Autore del memoriale è Saverio Spadaro Tracuzzi, capitano dei carabinieri per anni in servizio alla Direzione investigativa antimafia di Reggio. Lo arrestano a ottobre con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa dopo le dichiarazioni del boss pentito Nino Lo Giudice, “il Nano”, che parla di regali (anche una costosa Porsche), soldi e altro, in cambio di notizie che l’ufficiale “infedele” passava alla sua cosca. Consolato Villani, un altro pentito, è più esplicito: “Sia Luciano che Antonino, gli davano notizie anche di altri ‘ndranghetisti a questo signore. Questo signore giustamente le riportava a chi le doveva riportare, ma questo signore gli dava notizie pure a loro, nel senso che si scambiavano confidenze sia da una parte sia dall’altra, loro due erano già confidenti….la strategia di Antonino Lo Giudice era quella di fare arrestare i maggiori esponenti delle altre cosche per rimanere lui e il fratello o di fare succedere una guerra di nuovo a Reggio Calabria”. Un carabiniere “infedele”, “venduto”, che in carcere scrive la “sua” verità e accusa un suo superiore, il colonnello Russo, e Renato Cortese, il capo della Mobile, l’uomo che ammanettò Bernardo Provenzano, entrambi del pool investigativo messo in piedi dal procuratore Pignatone. “Credo che vogliano ottenere riscontri alle verosimili indagini in corso sui predetti soggetti istituzionali per poterli incastrare. E’ un gioco sporco, più grande e complesso di me. Ne potrebbe uscire fuori uno scandalo inedito e grande che potrebbe portare nel breve termine anche alle possibili dimissioni del procuratore nazionale antimafia oltre che degli altri magistrati coinvolti”. Per il momento l’unico “soggetto istituzionale coinvolto” è il dottor Alberto Cisterna, vice-procuratore nazionale aggiunto della Dna, la cui nomina fu voluta dal procuratore Grasso. Da giugno il magistrato è indagato dalla Procura di Reggio per corruzione in atti giudiziari. Ad accusarlo è Nino Lo Giudice, boss pentito. “Per quanto riguarda la scarcerazione di Maurizio (un altro fratello dei Lo Giudice, ndr), mi sembra che Luciano ne parlò con Alberto Cisterna. Che poi, dopo che ha avuto buon esito, Luciano mi disse che gli aveva fatto un regalo, e mi fece intendere soldi, molti soldi”. Una “grossa somma”, mai quantificata, mai rintracciata. Queste dichiarazioni dannano Cisterna e imbarazzano Piero Grasso. Ma vengono smontate da un altro pentito, Antonio Di Dieco, che il 26 maggio invia anche lui un memoriale alle procure di Roma e Catanzaro nel quale racconta di “un complotto” ordito proprio da Nino Lo Giudice e Consolato Villani per “incastrare” Cisterna ed altri magistrati. L’ipotesi che il numero uno dell’antimafia possa dimettersi forse è solo il frutto della solitaria fantasia del carabiniere. Come quell’altra, affacciata nelle righe successive del “memoriale”, che dimessosi Grasso “Pignatone potebbe assumere questo nuovo incarico o chissà quale altro di prestigio”. Dichiarazioni da verificare, indagini ancora tutte da fare per capire se è vero che lo scopo della visita, così come racconta il capitano Stracuzzi, fosse quello di “una collaborazione” che avrebbe avuto come contropartita “i benefici che la magistratura inquirente mi avrebbe certamente concesso”. Il procuratore di Santa Maria Capua Vetere ieri ha seccamente smentito che il procuratore Pignatone sia indagato. Meno secca la smentita su Cortese e Russo: “Non ho dichiarazioni da rendere”. Nei prossimi giorni qualche nebbia si diraderà, quello che è per il momento certo, è che a Reggio Calabria è iniziata una estate di veleni. Un clima che ricorda molto da vicino gli anni Ottanta e Palermo, la stagione dei corvi e dei falsi dossier. Nel tritacarne mosso da “manine” mafiose e non solo, investigatori di valore e magistrati, quelli che oggi hanno dato colpi serissimi alla ‘ndrangheta, e quelli che ieri hanno osato l’inosabile: dopo vent’anni di latitanza arrestare Pasquale Condello, che non a caso chiamavano ‘o Supremo. Perché lui a Reggio comandava tutto: la mafia e la politica.