Caccia al tesoro d’agosto


(di Elia Fiorillo)

I casi sono due. O io sono uno sfigato e per ciò vittima predestinata della Pubblica Amministrazione e allora debbo farmi benedire, magari andando al santuario del Divino Amore a Roma. Oppure sono uno dei tanti italiani vessati dalla burocrazia sia statale che privata. C’è poco da fare in questo caso. Denunciare l’illogicità iperburocratica di certi comportamenti e, comunque, mai rassegnarsi. Perché proprio sulla sopportazione il mondo burocratico, con i suoi piccoli e grandi capi, conta per continuare a vivere ed espandersi.

Ore otto di un mattino d’agosto. In ufficio mi aspettano per le ultime, si spera, incombenze prima dello stacco vacanziero. Nell’uscire dal portone di casa sbircio la cassetta della posta e vedo che c’è qualche cosa. E’ un avviso di una raccomandata non recapitata. Né io, né mia figlia avevamo notato la comunicazione la sera precedente. Capisco che tocca a me andare alla posta a ritirare il piego, anche perché la mia figliola sta per partire per le vacanze. Risalgo e mi faccio delegare per ricevere l’atto. “Di cosa si tratterà?” “Chi lo invia?” “Ci saranno soldi e more da pagare?” Insomma, uno pensa sempre al peggio e comincia a preoccuparsi.

Niente da fare, l’impiegata delle poste la raccomandata non l’ha mollata nonostante le mie argomentazioni e pressioni. Quantunque le facessi notare che era Equitalia che scriveva, insomma rogne: soldi da pagare. Al di là della delega di mia figlia, mancava la fotocopia della sua carta d’identità! Ma c’era comunque la mia e sul sottoscritto, in caso di frode, le Poste o chi per esse potevano rifarsi. Con difficoltà mi faccio mandare per e-mail il documento di riconoscimento e il giorno dopo mi reco – non sotto casa, ma a più di qualche chilometro di distanza – all’ufficio postale. Le file sono sempre eterne e mi convinco che i negozietti aperti all’interno degli uffici postali, dove puoi comprare penne, libri ed altro ancora, hanno la funzione di anti stress da fila. Finalmente tocca a me. Stavolta tutto va per il verso giusto. Dopo un po’ di firme ho nelle mani la raccomandata con ricevuta di ritorno. Confesso che non l’apro subito. Provo a ipotizzare di quanto sarà l’ammontare dei soldi – ammenda compresa – da pagare. Mi dico che non dovrebbe essere tanto, date le attività professionali di mia figlia. Meglio aprire, allora. Strappo la busta, tiro fuori l’unico foglio che contiene e leggo: “Avviso di notifica di atto mediante deposito nella Casa Comunale”. Scrive il signor Latorracca Antonio, nella sua qualità di messo notificatore di Equitalia per la provincia di Roma, che mi comunica carinamente che non avendomi trovato a casa ha provveduto a depositare i documenti che mi doveva consegnare nella Casa Comunale di Roma, situata in via Petroselli n. 50. Non poteva inviare l’atto direttamente per raccomandata il messo? No, troppo facile. Certo lui non ha colpa, c’è sicuramente qualche norma che stabilisce, per far divertire l’utente, una sorta di “caccia al tesoro”. Mi chiedo perché il delegato in parola, o chi per lui, prima di dare inizio al “giuoco” del ritrovamento non abbia pensato d’inviare due righe in cui si richiedeva l’e–mail certificata, magari con l’aggiunta delle indicazione per ottenerla. Chi avesse risposto inviando la propria e-mail entro, ad esempio, trenta giorni dalla ricezione della comunicazione avrebbe auto il piacere di ricevere sul computer di casa propria il documento di cui trattasi. In caso contrario l’iter sarebbe stato quello tradizionale. Penso queste cose mentre tento di posteggiare la macchina dalle parti di piazza Venezia a Roma, per ritirare la documentazione intestata a mia figlia. Solita fila con gente ferocemente incavolata che si lamenta, a ragione, della procedura assurda e per i costi dell’operazione (posteggio più un ero e cinquanta come tassa di ritiro). Finalmente ho nelle mani l’ingiunzione di Equitalia. A cinque anni di distanza – manca qualche mese per la prescrizione – l’ente comunica che c’è un ritardato pagamento IVA e, quindi, c’è da corrispondere settantanove euro d’ammenda. Mi chiedo in pratica quanto questa operazione sia costata. A me più o meno nove ore di lavoro non fatto, tre ore a giorno. Alla pubblica amministrazione, a lume di naso, certo più degli euro che dovrei pagare. Non è detto però che Equitalia abbia ragione. Appena un mese addietro mi è capitato un’ingiunzione per una multa non pagata, anno 1996. Solita procedura che vi risparmio. Solite ore perse al lavoro stavolta per andare dai Vigili Urbani di Roma e chiedere lumi. L’addetto al “Servizio Controllo Qualità Riscossione” sente le mie ragioni, guarda un po’ di dati al terminale eppoi mi fa firmare un modulo per la “Richiesta discarico amministrativo”. In poche parole non devo pagare i 399,04 euro dell’ingiunzione. Qualche anno fa ebbi sequestrata la macchina. Affidai il tutto al mio commercialista che risolse la questione a mio favore. Voglio precisare che io mi ritengo, come la maggior parte degli italiani, un cittadino attento a pagare quello che c’è da pagare nei riguardi della Pubblica Amministrazione e non solo. Eppure mi sembra d’essere nel mirino di Equitalia.

Nell’anno 2010 i miliardi di euro recuperati da Equitalia sono stati 8, 9. Bella cifra, specialmente se rapportata agli anni precedenti. Peccato che Equitalia non comunichi la caterva di errori che commette e che costano tanto, come ho provato a dimostrare partendo dalla mia esperienza personale e familiare. Basterebbe un codicillo in una delle leggi omnibus, finanziaria compresa, che il Parlamento periodicamente approva. Ci dovrebbe essere scritto su per giù così: “In caso di errore della Pubblica Amministrazione, l’ammenda che doveva essere a carico del contribuente moroso è saldata a suo favore a titolo di risarcimento” Insomma, chi sbaglia paga. Sono certo che gli errori diminuirebbero di tanto ed anche la cause giudiziarie che, comunque, sono un costo che incide molto sui quasi nove miliardi recuperati.

“Così cattiva io non l’ho mai pensata”, dice di Equitalia il suo ideatore, l’ex ministro Vincenzo Visco. Credo che anche il ministro della Semplificazione Normativa Roberto Calderoli la pensi come Visco visto il problema delle “quote latte” che ha colpito la Padania. Se il codicillo che abbiamo proposto lo presentasse lui per una volta riuscirebbe a mettere d’accordo il Nord ed il Sud.