Lezione antimafia nel giorno della memoria

Fare antimafia in un palazzo che apparteneva a famiglie di ‘ndranghestisti è un segno di cambiamento. Soprattutto se nello stesso palazzo, si parla del giudice Paolo Borsellino, nel giorno dell’anniversario dalla sua barbara uccisione. A “spiegare” la mafia ai ragazzi di Libera è stato il procuratore aggiunto della direzione distrettuale antimafia, Michele Prestipino. La “giornata della memoria” ha coinvolto i tanti giovani che arrivano ogni estate a Polistena, in provincia di Reggio Calabria, per lavorare sui terreni confiscati alla mafia, seguiti dalla cooperativa Valle De Marro – Libera terra. Il palazzo di via Catena a Polistena, da locale gestito dal clan dei Longo (coinvolti nell’operazione “Scacco matto”) è diventato un centro di aggregazione giovanile, grazie all’impegno di don Pino De Masi, che è il referente di Libera per la Calabria. Il procuratore Prestipino ha evidenziato le difficoltà di spiegare cosa sia la mafia e cosa significa ‘ndrangheta, insieme al pericolo che i ragazzi del Nord corrono senza accorgersene. Due le difficoltà principali per Prestipino: l’atteggiamento minimalista (che consiste nel non sapere spiegare bene il fenomeno); oppure al contrario, enfatizzare: (non sapere rappresentare un territorio dove sappiamo che non è tutto nero e tutto bianco, dove il vero dramma è il «grigio»). «Se non riusciamo a spuntarla – ha sottolineato – è perché tra mafia e antimafia c’è una vasta zona grigia, che comprende anche quelli che stanno alla finestra a guardare, oppure sono complici. Proprio la complicità rende forte la mafia». La mafia si alimenta anche grazie ad un vasto sistema di estorsione e racket. La cosa che però ancora sconvolge, è che il più delle volte non è il boss che va a chiedere il pizzo ma sono i titolari delle ditte che gestiscono dei lavori a recarsi dai mafiosi per giungere a un compromesso, in cambio di protezione. «La forza dei Longo a Polistena – ha detto Prestipino – si basa anche sul potere esercitato sulle imprese che lavorano». È un accordo implicito, dove il meccanismo è quello del do ut des. Per quanto riguarda il ruolo dei pentiti, il procuratore della Dda reggina ha ricordato quello che è accaduto in Sicilia con le dichiarazioni di Buscetta o Calderone. Dichiarazioni che hanno aperto la strada al maxiprocesso e sono state utili a farci scoprire la vera struttura della mafia. L’unico problema da fronteggiare, per Prestipino, è quello di «riscontrare le dichiarazioni». «Si tratta di un lavoro tecnico che devono fare i magistrati». Anche se in Calabria ci sono posizioni discordanti rispetto a questo argomento. Supportate anche dal fatto che Giuseppina Pesce si è pentita di essersi pentita, nonostante ci siano stati dei riscontri dopo le sue dichiarazioni e abbia permesso di fare arrestare anche la madre e la sorella. Le dichiarazioni di Lo Giudice, d’altra parte, sono state anche al centro di polemiche. Al bando il mito dell’invincibilità della mafia, come anche quello che il figlio di un mafioso debba essere per forza mafioso. «Dove c’è mafia non ci può essere contrasto alla mafia senza collaboratori» ha insistito Prestipino. Il sindaco della cittadina Michele Tripodi ha ricordato che il Comune sta portando avanti la cultura della legalità, collaborando con Libera e organizzando per l’estate “la stagione dell’antimafia”. Per don De Masi il futuro sarà quello dei giovani che devono essere protagonisti o, per dirla con le parole del titolo dato all’incontro, «partigiani di una nuova resistenza».