Una targa alla vergogna

A Guidonia, terzo comune del Lazio incastrato tra la periferia di Roma e le meravigliose colline su cui sorge Tivoli, si respira ancora l’atmosfera del ventennio fascista, almeno nel paesaggio. Non tanto nelle borgate, fino a qualche decennio fa popolate dalle famiglie degli operai che lavoravano nelle fabbriche della capitale e nelle cave di travertino, ed ora mete di una sempre più incalzante immigrazione. Ma nel centro cittadino, camminando per il corso principale che costeggia la pista dell’aeroporto militare in cui è simbolicamente nata la nostra aviazione, sembra che il tempo si sia fermato a quegli anni. Gli anni di massimo splendore (o almeno cosi si lasciava intendere) del regime fascista, gli anni in cui l’Italia aveva il suo impero e dichiarava guerra alle potenze “plutocratiche e reazionarie”. Qui, a partire dal 1935, tutto è strato costruito partendo da zero: oltre all’aeroporto, il municipio, gli uffici postali, le scuole, la chiesa, ed i palazzi residenziali. Un centro cittadino venuto su secondo i dettami dell’architettura razionalista: spigoli, volumi semplici, marmo e cemento, oltre ovviamente a scritte a caratteri romani inneggianti alla sovrumana potenza del regime. Una città sarebbe dovuta diventare degna di accogliere il non plus ultra della tecnologia bellica italiana, sorta in funzione di un aeroporto militare che sarebbe dovuto essere il cuore della regia aviazione, ed in cui ancora oggi è fortemente radicata una cultura della destra. La destra estrema, radicale, quella che ogni anno commemora le vittime delle Foibe in chiave palesemente strumentale e che, di tanto in tanto, si diletta a spaccare le vetrine di un negozio appartenente ad un immigrato dell’est. Il municipio di Guidonia fu inaugurato dal Duce in persona il 31 ottobre 1937. Oggi in quello stesso municipio siede una giunta di centro-destra capitanata dal sindaco Eligio Rubeis. Un architetto, che forse proprio per deformazione professionale decide di mettere mano (ma non direttamente, attenzione) alla piazza antistante il municipio, versante da qualche anno in un certo degrado, e di riportarla all’originale (e littorio) splendore. Un obiettivo lodevole, per carità,  tanto più che il primo cittadino dichiara, da architetto, di non amare particolarmente lo stile razionalista. Ma tanto e tale è stato l’impegno del sindaco-filologo che, in occasione del restauro, è stata ripristinata anche una targa dal contenuto quantomeno discutibile sotto il profilo storiografico. L’iscrizione cita: “18 novembre 1935 XIV – a ricordo dell’assedio perché resti documentata nei secoli l’enorme ingiustizia consumata contro l’Italia alla quale tanto deve la civiltà di tutti i continenti”. Il 18 novembre è la data di inizio di quello che veniva definito “assedio societario”, delle “inique sanzioni” (cit. Benito Mussolini) cui l’Italia venne condannata da parte della Società delle Nazioni a seguito dell’invasione dell’Etiopia da parte delle truppe del generale De Bono, nei primi di ottobre del 1935. Del resto, la Carta della Società delle Nazioni parlava chiaro: “…se un membro della Lega ricorre alla guerra […] sarà giudicato ipso facto come se avesse commesso un atto di guerra contro tutti i membri della Lega…”. In quell’anno l’Italia del regime fascista scriveva una delle pagine nere della nostra storia, invadendo uno Stato libero e sovrano solo per inseguire il sogno utopico, populista ed antistorico di ottenere un proprio impero, che fosse simulacro di quello romano. L’Italia che in quella guerra uccise più di 700.000 etiopi tra militari e civili, ricorrendo spesso anche ad armi illecite, come la terribile iprite. L’Italia che si stava allineando, nella forma e nelle idee, al totalitarismo sanguinario che dilagava sempre più pericolosamente nella Germania nazista. Quell’Italia che ora viene ricordata come vittima da parte di un rappresentante delle istituzioni di un’ altra Italia, un paese democratico, liberale, in cui l’apologia del fascismo costituisce un reato.

Il sindaco Rubeis asserisce che sia fondamentale “toccare la storia con mano”. Giusto, sacrosanto, guai a dimenticare il proprio passato, ed ancora di più i propri errori. Ma non c’è memoria che tenga davanti al recupero ed al ripristino di un’iscrizione che inneggia a valori totalmente aberranti, come quelli su cui era fondata l’Italia fascista. Perché allora non ripristiniamo, davanti ai negozi degli anni ’30, le scritte “vietato entrare agli ebrei”? Perché non ripristiniamo anche le statue di Mussolini e dei suoi gerarchi? Fanno parte anche quelle della nostra memoria storica!

Pochi mesi fa il sindaco Rubeis aveva conquistato il plauso dei guidoniani dedicando uno spazio verde, distante pochi metri dal municipio, ai caduti di Nassiriya. Questa volta all’inaugurazione della rinnovata piazza, ove non è mancata la lettura di un discorso del Duce (!), c’erano molte meno persone. Una piazza che per, paradossalmente, è intitolata, almeno sulla carta, a Giacomo Matteotti. Di lui, chi si ricorda?