Trapani e Casal di Principe, mafia e casalesi

Non si finisce mai di dire che è una mafia che ha cambiato pelle quella trapanese. Non è solo una organizzazione che si è «sommersa», che vive infiltrata nei principali tessuti sociali, dalla politica, all’economia, passando per le imprese, le banche e le istituzioni, non è una organizzazione che tiene piantate le radici solo dentro le logge della massoneria, ma è una mafia che si è data una organizzazione similare a quella dei campani «casalesi» e sul filone proprio dell’alleanza con il potente gruppo camorrista è arrivato l’ultimo dei sequestri di beni, 11 milioni di euro tolti dalla Dia di Trapani al controllo di due fratelli di Petrosino, i fratelli Sfraga, monopolizzatori di parte del mercato ortofrutticolo di Marsala, e per un periodo sono stati proprio i gestori del mercato ortofrutticolo «ufficiale» di Marsala.

L’ordinanza è del Tribunale delle misure di prevenzione, la richiesta è arrivata dalla Dia nel filone della «caccia» ai patrimoni illeciti.

I fratelli Sfraga, Antonio e Massimo, 45 e 38 anni, erano stati arrestati, per concorrenza illecita con l’aggravante mafiosa, l’anno scorso, il 10 maggio dalla Dia e dalla Mobile di Caserta, nell’ambito delle indagini della Procura di Napoli attorno al malaffare del mercato ortofrutticolo di Fondi: 68 arresti e la scoperta di un asse criminale camorra-mafia che, secondo l’accusa, imponeva il monopolio dei trasporti su gomma ai commercianti che operano nel settore dei prodotti ortofrutticoli, con la conseguente lievitazione dei prezzi.  Gli Sfraga, per gli inquirenti vicini a un gruppo di imprenditori legati al boss Matteo Messina Denaro, secondo i magistrati napoletani garantivano il monopolio del trasporto verso Fondi e altri mercati meridionali, i Casalesi offrivano in cambio alla mafia sbocchi sui mercati laziali e campani per prodotti di ortofrutta di aziende di fiducia di Cosa nostra.

Il sequestro dei beni li ha spossessati di beni mobili ed immobili, di disponibilità finanziarie, aziende e società,  per oltre 11 milioni di euro. Il sequestro ha riguardato diversi rapporti bancari, numerosissimi beni immobili, due aziende per la commercializzazione di prodotti ortofrutticoli, con relativo complesso aziendale, nonché una ditta per la commercializzazione di cemento, quest’ultima ritenuta fittiziamente intestata ad una giovane petrosilena, incensurata. Sono stati trovati conti correnti dove i fratelli Sfraga annualmente versavano occultamente centinaia di migliaia di euro su conti correnti e depositi intestati a dipendenti o persone di fiducia – era provento delle attività illecite da questi svolte.

Un affare dove compaiono i «cocomeri» siciliani. C’è un’intercettazione nella quale l’imprenditore marsalese Massimo Sfraga (sospettato di legami con il fratello di Totò Riina, Gaetano) dice al telefono nel giugno 2008: «Chi si mette contro di noi trova qualche problema. A Marsala diciamo noi i meloni a quanto devono andare, o a mille lire o a cento. Li possiamo vendere a qualsiasi prezzo. A Marsala se ci sono mille filari di meloni, 800 sono nostri. Vedete che in due giorni arrivano alle stelle. Ci metto due minuti vado in campagna, prendo i miei camion, porto i meloni e non lavorate nessuno per otto giorni, vi faccio perdere tutti i soldi». Adesso però i soldi li ha perduti lui.

Trapani come Casal di Principe, terra di mafia la prima, in mano alla camorra «casalese» la seconda. Almeno per quanto riguarda l’organizzazione delle cosche. Comandano a Trapani come a Casal di Principe le «famiglie», ma quelle di «sangue». È successo già negli anni ’70 con i fratelli Minore a Trapani, Totò, il capo mafia per eccellenza, che si divideva tra le riunioni di mafia e quelle della società di calcio della quale era presidente oltremodo rispettato, si è continuato negli anni ’80 con Vincenzo Virga, l’imprenditore che era titolare di una pensione di anzianità, e possedeva 7 miliardi di lire di proprietà, oggi imputato del delitto di Mauro Rostagno, che divise il «bastone» del comando con i figli Franco e Pietro, è proseguito nel 2001 con Francesco Pace, che non tenne in disparte i suoi figli dagli affari della Cosa nostra che nel frattempo era diventata un grande holding imprenditoriale, che sopratutto controllava la filiera del cemento. Ma in capo a tutti ci stanno i Messina Denaro, il  «patriarca» Francesco, morto nel 1998, e poi il suo erede diretto, l’attuale latitante Matteo, il fratello e il cognato di questi, Salvatore Messina Denaro e Filippo Guttadauro.

Anche Trapani è «Gomorra». Non solo per l’organizzazione familiare, basta solo pensare che l’affare dei rifiuti è uno di quelli più antichi dove i mafiosi hanno messo mano, «entra munnizza ed esce oro» era solito dire il capo mafia di Trapani Vincenzo Virga all’epoca in cui era lui a controllare l’impianto di riciclaggio costruito a forza di tangenti alle porte della città, in contrada Belvedere. L’alleanza tra mafia trapanese e casalesi è antica. Già a metà degli anni ’80 se ne occupò il giudice Giovanni Falcone. Esponenti delle cosche napoletane, facevano parte di quel crocevia di affari che girava attorno ad una società di export e import di Mazara, la «Stella d’Oriente» controllata dal capo mafia mazarese Mariano Agate.