Rispettare le spiagge libere

(di Marina Bisogno)

Certi pomeriggi il sole illumina il cielo fino a tardi.  In Campania è esplosa l’estate e il vantaggio di abitare a pochi Km da località marine invoglia a correre in spiaggia, per respirare l’aria briosa di iodio. Destinazione Vietri sul mare, ma le sorprese non tardano ad arrivare. A differenza della scorsa estate, l’80% del litorale è stato privatizzato. Distese di ombrelloni gialli e verdi si affastellano a perdita d’occhio. Un brivido mi sale lungo la schiena. Un recinto si estende per buona parte del lungomare e demarca il territorio: oltre la rete un ammasso di barche dismesse e di bottiglie di plastica, che un buon uomo provvede a raccogliere. La privatizzazione selvaggia si estende a macchia d’olio. Il servizio è impeccabile, nulla da dire. Sabbia pulita, ombrelloni e sdraio sapientemente disposti, mentre accanto, oltre la rete, gli utenti ancora stentano a capire che farebbero meglio a gettare altrove plastica a carte. Possibile che continuiamo a martoriare l’ambiente, preferendo pagare ingressi e servizi per accedere ad un bene che madre natura ci ha donato?

E lo sanno bene gli ambientalisti che poche settimane fa hanno alzato la voce contro la proposta di legge che concede diritto di superficie per 90 anni, senza obbligo di rinnovo, ai gestori dei litorali:  il cosiddetto decreto per lo sviluppo economico varato dal governo, e che avrebbe garantito ad imprenditori e predatori dell’ambiente, di agire indisturbati. Dico avrebbe, perché per fortuna, la concessione è stata ridimensionata a venti anni, con l’obbligo di rinnovazione. Ma, di fatto, la sostanza non cambia: l’introduzione del diritto di superficie garantisce la proprietà privata degli immobili che persistono sul demanio. Ciò vuol dire che allo scadere dei termini, lo Stato dovrebbe essere costretto ad acquistare gli stabilimenti, il che suscita molte perplessità. “L’insidia – sostiene WWF  – della trasformazione del diritto di concessione in diritto di superficie  sta nel rischio di cementificazione delle spiagge. Secondo uno studio della Doxa, svolto con la società di ricerche economiche Mercury, specializzata nel settore turistico, di media il nostro Paese nel periodo estivo ha uno stabilimento ogni meno di 350 metri di costa utile alla balneazione. Si calcola che complessivamente gli stabilimenti balneari occupino non meno di 900 km di costa, ovvero quasi un quarto della costa idonea complessiva. Gli stabilimenti balneari hanno registrato un vero e proprio boom negli anni 2000. Basti pensare che tra il 2001 ed il 2006  sono aumentati di un quarto su tutto il territorio nazionale, trend che seppur con qualche flessione in alcune regioni, non sembra essere diminuito negli anni successivi.

Fino a non molto tempo fa, le assegnazioni degli stabilimenti balneari erano autonomi, spesso non coerenti con la pianificazione ambientale comunale, finché la giustizia amministrativa ha provveduto a far luce sulla questione. Prima il TAR Puglia (sentenza n. 758 del 2005) e poi il Consiglio di Stato (sentenza n. 4027 del 2005) hanno così stabilito che gli insediamenti balneari lungo la costa possono e devono avvenire esclusivamente nel pieno rispetto delle regole poste dalla pianificazione urbanistica comunale.

Solo di recente le aste pubbliche costituiscono la via per l’assegnazione delle nuove concessioni o per la rassegnazione di quelle scadute. Anche l’Unione Europea ha escluso, a gran voce, il rinnovo automatico delle concessioni, perché contrario ai principi della concorrenza ed allo spirito della direttiva europea Bolkenstein. Quest’ultima vieta, appunto, le riforme sistematiche delle concessioni: si tratta, tra l’altro, della stessa direttiva contro cui si è posta  la recente proposta di un rinnovo implicito della concessione di ben novant’anni.  Ciò detto, a scanso di equivoci, è bene chiarire che il rilascio delle concessioni non può comportare mai il divieto di transito per accedere alla battigia e quindi al mare, e le concessioni non possono riguardare i primi 5 metri della battigia, che si contano dal punto mediano in cui arriva l’onda verso la spiaggia, così come sancito dalla Legge Finanziaria 2007.

Ciò vuol dire che è possibile accedere agli stabilimenti balneari per raggiungere il mare senza che nessuno abbia nulla da chiedere o pretendere. Dovrebbero essere innanzitutto i comuni a garantire il corretto rapporto tra le spiagge in concessione e le spiagge libere, e queste ultime dovrebbero essere segnalate con apposite indicazioni. Caustiche  le associazioni dei consumatori che chiedono che le spiagge libere siano “frapposte tra gli stabilimenti e a piena disposizione dei bagnanti”. “Ogni anno raccogliamo  le segnalazioni dei cittadini che trovano difficoltà ad avvicinarsi al mare o per la presenza ininterrotta degli stabilimenti balneari, o per le opere di chiusura, o di cementificazione che impediscono il transito verso la spiaggia, o per il divieto d’accesso gratuito ai bagnanti”. L’invito che il WWF rivolge anche quest’anno a tutti noi, è quello di rispettare l’ambiente e di preservare le spiagge libere da qualsiasi forma di inquinamento, per evitare che l’accumulo di rifiuti e spazzatura, cancelli la libertà di optare ancora e nonostante tutto, per la natura, libera da qualsiasi forma di privatizzazione.

Marina Bisogno