Mafia. Ingroia :la mafia non finisce con l’arresto di Messina Denaro

 

(di Andrea G.Cammarata)

 

Il Premio giornalistico Ilaria Alpi, che sta volgendo in queste ore alla sua conclusione, è stato un’importante occasione di dibattito sulla criminalità organizzata e il suo accrescersi al Nord. Svariati gli interventi di magistrati e giornalisti antimafia che hanno raccontato la legalità offesa e la connivenza politica con le mafie, silenzio e omertà al Nord.

Con somma lusinga per il Governo, negli ultimi dodici mesi, la magistratura torce in più occasioni le mani della criminalità organizzata al Nord. Di braccialetti ai polsi ne sono brillati a centinaia. Diverse le operazioni delle forze dell’ordine, e arresti, sequestri di beni. Tuttavia si ripete un rituale, ma il problema è irrisolto. La malapianta è infestante, dove si poggia mette radici trovando paradossalmente un substrato culturale povero di difesa contro la mafiosità.

La recente operazione “Minotauro” aggredisce la ndrangheta in Piemonte per offrire ancora una volta un quadro disillusorio e netto: la mafia al Nord c’è, ma la mafiosità è peggio. “Minotauro”. Dopo cinque anni d’indagini la magistratura indaga 191 persone, ne arresta 141, fra i reati ci vanno il 416bis e ter: mafia e voto di scambio. Era risaputo: i criminali calabresi avevano il controllo del Piemonte. 28 anni prima, a Torino nel 1983 il giudice Bruno Caccia viene ucciso dalla ndrangheta, 14 colpi più altri tre, quelli di grazia.

Dicono: “Quelli di destra sono un po’ mafiosi”, ma a sinistra non deve essere considerato un errore quando capitano le connivenze, per cui “bisogna decidere da che parte stare” ricorda Giulio Cavalli, attore e registra antimafia da anni sotto scorta. Le intercettazioni dell’ex capitale d’Italia, parlano di un esponente del Pd che si rivolge ad un capo mafia per chiedere voti per Fassino, ottenendo risposta positiva. Per l’occasione viene indagato anche l’on. Porcino, del più giustizialista dei partiti, l’Idv. Spiega Marco Nebbiolo, redattore di Narcomafie intervenuto durante il Premio Ilaria Alpi, che “Minotauro” è certamente l’inizio di tante cose che dovranno accadere in Piemonte, “altri arresti potrebbero arrivare”.

Quanto e in che modo, il sistema criminale ha attecchito al Nord, prima e in questi quasi ultimi tre decenni? Ancora: mafiosità, non mafia, è la parola che induce a pensare all’origine del male. Ilda Bocassini a seguito dell’operazione contro il clan Valle in Lombardia, quasi un anno fa, denunciava l’omertà settentrionale: “il totale assoggettamento del tessuto sociale, degli imprenditori e dei commercianti coinvolti nelle estorsioni”. Poi a marzo dell’anno seguente il ministro Maroni scioglie il comune di Bordighera per mafia, stessa sorte toccava quello di Bardonecchia nel ’95. Anni di tentativi volti a sminuire il problema. Politici, prefetti, che si premurano di cautelare giornalisti ansiosi di parlare dell’infiltrazione della criminalità organizzata al Nord. Letizia Moratti, ex-sindaco di Milano, avvezza alle sottigliezze: “più di infiltrazione di criminalità mafiosa, parlerei di criminalità organizzata”, gennaio 2010. Gian Valerio Lombardi, prefetto di Milano: “A Milano e in Lombardia la mafie non esiste. Sono presenti singole famiglie”. Intanto la notizia: la ndrangheta sposta il 3% delle preferenze politiche in Lombardia.

Inchiesta Vulcano. alcuni mesi fa nel cuore della riviera adriatica romagnola un imprenditore edile viene prelevato da quattro casalesi e portato ad assistere al pestaggio di un altro imprenditore. I camorristi lo minacciano persino di sequestrargli i figli, lui è in crisi, rischia il fallimento, ma è ormai nella spirale dell’intimidazione criminale. In cerca di credito, dopo il circuito bancario, si era rivolto ad un caro amico che gli consiglia proprio i camorristi.

Le intercettazioni dell’operazione “Vulcano”, spiega il giudice Piergiorgio Morosini anche lui presente al premio Ilaria Alpi, raccontano di latitanti che si nascondono negli albreghi del riminese, di omertà riscontrata in larga misura, e altro: “a Rimini si ricicla molto di più che a Palermo”. L’allarme è sempre più forte. Il procuratore Pignatone ricorda che gli imprenditori sono più disposti ormai a denunciare le vessazioni mafiose al Sud più che nel Settentrione, perchè c’è un maggior numero di associazioni che li tutelano.

“Eppure abbiamo la legislazione antimafia più avanzata di Europa”, lo ribadiscono oltre che Morosini, giudice del tribunale di Palermo ed esponente di magistratura democratica, anche Nicola Gratteri, procuratore aggiunto al Tribunale di Reggio Calabria, intervenuto durante il Premio. La normativa è vana però, come avere un software e non l’hardware. Ci vogliono risorse e maggiore formazione delle forze dell’ordine, se nella lotta alla mafia mancano benzina per gli automezzi, magistrati nelle procure, carta per le stampanti. Gratteri pone sul tavolo poi alcune cifre della Giustizia: l’economicità e la valenza dello strumento investigativo delle intercettazioni “10 euro al giorno più iva” e il costo di 460 euro al giorno per ogni detenuto.”Il commerciante è il vero termometro della pervasità delle mafie”, se il commerciante non denuncia l’usura è perché ha il timore che il sistema giudiziario non funziona, aggiunge Gratteri.

Mario Portanuova, giornalista e collaboratore del l’Espresso, ha denunciato anche una mancata presa di posizione forte, da parte di Confindustria in Lombardia, contro la mafia, e l’opposizione del Pdl per una commissione antimafia a Milano. La regione Lombardia, per i processi dell’operazione “Infinito”, si è costituita parte civile solo alle udienze postume, fanalino di coda dopo la regione Calabria e alcuni comuni limitrofi del milanese.

Non bastano quindi gli arresti per sgominare connivenze con le amministrazioni e la pervasità delle mafie, e si va oltre le asserzioni dei “governanti di turno” e della loro “propaganda” di lotta alla mafia, giustificata in parte solo per “dare il giusto riconoscimento agli uomini che operano sul territorio e caricare di significati d’importanza la cattura del latitante”, lo spiega Antonio Ingroia: ”Sarebbe illusorio, superficiale, pensare che la mafia si sconfigge solamente catturando i latitanti” , aggiungendo “la mafia non finisce nel momento in cui viene arrestato il latitante numero uno, il boss Matteo Messina Denaro”. La borghesia mafiosa promuove quindi sempre più il suo ruolo di complice all’interno della “holding mafiosa” assumendone adesso le direttive, è il caso dei fratelli Graviano del mandamento Brancaccio, sostituiti dal medico chirurgo Guttadauro, e del boss Salvatore Lo Piccolo, cui è invece succeduto l’architetto Liga.