L’Idv e il cambio di marcia di Tonino

(di Elia Fiorillo)

La faccia di Tonino Di Pietro non è né euforica né minacciosa. Eppure la sua espressione dovrebbe essere un misto di contentezza e di spacconeria visto che le firme ai referendum lui le ha raccolte, a differenza di qualche importante suo compagno di viaggio. E, cosa più essenziale sul piano politico, l’istituto dei referendum stavolta il quorum l’ha raggiunto, al di là dell’invito di andare tutti al mare rivolto dal Cavaliere. Come mai allora il Tonino solitamente scalmanato, che non perde occasione per gridare ”abbasso il governo” e chi lo guida, stavolta non pronuncia la parola magica, dimissioni, che pure tante volte ha ripetuto in un ritornello senza fine?

             L’andata a casa di don Silvio da Arcore, per converso, l’ha invocata a poche ore dalla chiusura delle urne il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, unitamente alla presidente del partito, Rosi Bindi, che non stava proprio nella pelle per la vittoria dei sì.

             Non sia mai detto che Tonino si sia lasciato scavalcare a sinistra da Bindi e Bersani. Non saprà parlare bene la lingua patria, come ha affermato lui stesso, ma in fatto di cervello fino l’ex pubblico ministero non scherza. Come mai allora il cambio di marcia? Semplicemente perché ha capito che per governare non può star sempre sopra le righe, c’è bisogno di moderazione, di misura. Insomma, l’Italia dei valori non potrà più cavalcare tutti i mal di stomaco del Paese per ottenere – sono parole di Di Pietro – ”voti di diarrea politica”. Bisogna, invece, proporre all’elettorato uno schieramento che si è evoluto e ”ritiene necessario passare dalla fase dell’opposizione a quella dell’alternativa”. Per la verità queste affermazioni di cambiamento il leader dell’Idv le fa dal Congresso del febbraio 2010, quando l’attuale sindaco di Napoli, De Magistris, provava a guidare la fronda interna al partito. Certo, da allora incidenti di percorso, lui ed il suo partito, ne hanno avuti. Dei 29 deputati portati a casa da Italia dei valori alle ultime elezioni politiche, qualcuno ha cambiato casacca, passando con il nemico di sempre, il Caimano-Silvio. Se ne sono andati in sette. Come non ricordarsi di Domenico Scilipoti? Meglio, come fare a cancellare lo Scilipoti, salvatore berluschino, diventato incubo notturno di Di Pietro?

             L’occasione presentatasi con la vittoria ai referendum ha dato a Tonino la possibilità di giocarsi la carta della ”responsabilità” sotto gli occhi di tutta l’opinione pubblica. Ha ripetuto alle varie emittenti televisive che lo intervistavano – subito dopo la vittoria -, che non andava fatta confusione tra il voto referendario e il governo; che i cittadini di tutti gli schieramenti avevano votato su questioni sensibili, concrete, come acqua, nucleare, parità di fronte alla legge. Era sbagliato, quindi, fare di tutta l’erba un fascio e alzare il tiro oltre misura, leggi governo. Il vero obiettivo dipietrista è di assumere la leadership all’interno dello schieramento di centro-sinistra. Per fare questo ha la necessità di differenziarsi da Nichi Vendola, facendo assumere a quest’ultimo la figura del ribelle senza costrutto, del contestatore immaginifico che non può guidare l’alternativa a Silvio. In ballo c’è l’individuazione del candidato alla presidenza del Consiglio alle elezioni del 2013 per lo schieramento di centro-sinistra. Nella visione di Di Pietro le aree che andranno alle primarie con qualche speranza di vittoria sono la sua e quella del Nichi. Quelle che hanno vinto le amministrative e hanno creduto nel popolo referendario. A suo avviso Bersani è troppo impegnato a far l’equilibrista in un partito che non riesce ad attrarre l’elettorato e a spiccare finalmente il volo. Nella sfida alle primarie Bersani non si candiderà, sempre secondo le probabili congetture di Tonino Di Pietro, gettando in campo la Bindi o Letta. Su questi due l’ex pm ritiene di potercela fare, contando sui moderati e provando a rispolverare il suo ruolo di star nel periodo di “mani pulite”. Anche oggi il clima di corrutela che si respira rispecchia la fine della Prima Repubblica. Allo stato attuale non gli conviene iscriversi ai sostenitori della mozione di sfiducia al Governo. Se il popolo di Pontida non creerà uno strappo improbabile con il presidente Berlusconi, allora una mozione di sfiducia non avrà i numeri per passare. Meglio stare a guardare, non inimicandosi i ”legalisti” del Pdl, che pur ci sono. Non si sa mai.