Le “boss”: donne e camorra, vittime e carnefici

(di Rossella Fierro)

Sono mamme, sorelle, mogli e figlie, ma sono prima di tutto donne. Lo sono anche quelle di camorra che nella più grande e proficua spa d’Italia si dividono tra vittime e carnefici. Sono spesso però donne contro le donne, quelle affiliate. E’ di queste ore la notizia che una soldatessa, una tipa un po’ strana con la scritta “terrorista” tatuata sulla gamba, è stata arrestata perché aiutava nella latitanza Emilio Di Caterino, oggi collaboratore di giustizia, braccio destro di uno dei boss più sanguinari della storia della camorra, Giuseppe Setola. Lei è Laura Titta, un nome  quasi da barbie per una ragazza di 25 anni che stirava camicie, portava cibo e addirittura, per rendere meno noiosa la latitanza, amiche a Di Caterino. Laura non è una di quelle  che siamo abituati a vedere nelle immagini del Tg regionale scagliarsi contro i carabinieri quando vanno ad arrestare qualcuno, sdraiarsi  a terra, urlare, strapparsi i capelli. Insomma Laura non è una donna da sceneggiata plateale. Tutt’altro. E’, anzi era visto che adesso è in galera, una soldatessa. Una donna in divisa. E, gioco del destino oppure no, ma questo non siamo noi a stabilirlo, il suo arresto si intreccia con una delle vicende più scottanti della cronaca attuale, quella di Melania Rea, anche lei donna ma vittima innocente. Laura Titta infatti prestava servizio presso il 235° reggimento Piceno, lo stesso in cui lavora Salvatore Parolisi, volto ormai onnipresente a reti quasi unificate ogni sera, il vedovo di Melania. La donna in divisa è stata arrestata insieme ad altre 10 persone nel corso di un’operazione anticamorra, ma per il suo carattere violento e vendicativo iniziano ad occuparsi di lei anche i magistrati di Ascoli Piceno. Una sorta di mantide religiosa: Laura aiutava Di Caterino e lui in cambio le organizzava spedizioni punitive ai danni di suoi fidanzati e amanti che, a suo avviso, le avevano fatto qualche sgarro. La lista di donne di camorra è tristemente lunga. Intraprendenti, sinistramente coraggiose, spesso insospettabili signore, pronte a prendere in mano le redini di un clan o di un affare illecito al posto dei loro uomini, hanno dimostrato nel corso degli anni che la parità, purtroppo in questo caso, è stata ampiamente raggiunta. Una sorta di movimento femminile camorristico fondato da Pupetta  Maresca che già nel 1955 decise di scendere in campo: sparò un  intero caricatore contro il presunto killer di suo marito, il boss Pasquale Simonetti. Pupetta vendicò il marito nonostante avesse il pancione, era incinta di sette mesi. Se mentre Pupetta sparava quei colpi a sangue freddo avesse capito che stava rompendo un tabù, aprendo la strada ad una nuova rivoluzione di genere, non lo sappiamo. Non sappiamo neanche se abbia pensato per un attimo alle donne, madre, moglie o sorella che avrebbero poi pianto quel corpo trivellato di colpi.

Non solo Napoli però. Finì sulle prime pagine di tutti i giornali la cosiddetta “Strage delle donne”. Siamo a Lauro, Irpinia, è il maggio 2002. E’ il culmine della faida tra il clan Cava e quello dei Graziano. Più che la verde Irpinia sembra il farwest di Sergio Leone: sparano per strada dai finestrini di due auto, a terra restano tre donne Cava “morte sparate” e altre quattro ferite.  Anche in questo caso mogli e figlie. Il sangue ricopriva la strada principale del paese. Muoiono  Maria Scibelli, 53 anni, moglie del boss Salvatore Cava e Clarissa Cava figlia del capoclan Biagio. Sua madre Michelina, 51 anni, spirerà poco dopo. Tre donne morte. Anzi due, perché Clarissa aveva 16 anni, non aveva ancora avuto il tempo di crescere, di diventare una donna.

Sempre maggio, sempre Irpinia, sempre donne. E’ il 2008 quando venti affiliati al clan Graziano vengono arrestati. Le accuse sono associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata alle estorsioni, porto e detenzione illegale di armi, truffa aggravata ai danni dello Stato e condizionamento del voto elettorale del 2005 in occasione del rinnovo del consiglio comunale del piccolo centro del Valle di Lauro. Tra di loro spiccano i nomi di tre donne: la moglie di Arturo Graziano, al vertice del clan,  la madre e la moglie di Felice Graziano, meglio noto come  “Felicione”, arrestato l’anno precedente. La Dda di Napoli sostenne che proprio le tre donne gestivano gli affari del sodalizio camorristico.

Donne che ammazzano, che rubano, che drogano, che inquinano, che corrompono, tutto in nome della Camorra. E dall’altra parte della barricata le vittime, altre donne. Come Annalisa Durante freddata ancora bambina sotto casa o Silvia Ruotolo uccisa anche lei per sbaglio sotto gli occhi attoniti dei suoi bambini o Gelsomina Verde torturata per ore e poi uccisa con tre colpi alla nuca perché colpevole di aver amato in passato uno “scissionista”. Vittime innocenti le cui tragiche storie non hanno scalfito i cuori di madri, mogli o sorelle, perché quando si diventa affiliate della camorra, della mafia, della ndrangheta, si smette probabilmente di essere donna. 

(pubblicato su www.ilciriaco.it il 15giugno 2011)