La Dda di Palermo e il Senatore D’Alì

L’indagine nei confronti del senatore Antonio D’Alì, ex sottosegretario all’Interno e oggi presidente della commissione Ambiente del Senato, si è conclusa. La Procura antimafia di Palermo ha notificato al politico l’avviso di chiusura delle indagini. Adesso ha 20 giorni di tempo per eventuali prove difensive, per chiedere altre indagini che provino l’inesistenza dir responsabilità come sostengono i suoi avvocati, che negano ogni rapporto tra il politico e la mafia, non è escluso che il senatore D’Alì chieda di essere anche sentito dal magistrato.

Sono diversi i capitoli di accusa che lo riguardano, quasi che sia esistito un rapporto storico consolidato tra lui e la famiglia mafiosa di Castelvetrano, quella dei Messina Denaro. Il contenuto dei faldoni porta a ritenere che la Dda di Palermo, ribaltando l’intenzione di un anno addietro, quando cioè chiese l’archiviazione dell’indagine sul senatore trapanese, adesso si appresti a chiedere il suo rinvio a giudizio. Perché nel giro di un anno il lavoro inquirente ha portato a raccogliere nuove prove sulle responsabilità del presidente della Commissione Ambiente del Senato.

Tra gli elementi di accusa anche quello relativo ai lavori da 100 milioni di euro per rifare il porto di Trapani in occasione delle gare della Coppa America del 2005. Lavori sui quali la mafia entrò non trovando ostacoli, nonostante che a vigilare vi fossero la Protezione civile nazionale, la prefettura, il Comune di Trapani. Il senatore D’Alì sarebbe stato il referente di alcuni degli imprenditori legati a Cosa nostra. Agli atti dell’inchiesta anche l’improvviso trasferimento da Trapani del prefetto Fulvio Sodano. Nel 2003 venne mandato dal Governo Berlusconi da Trapani ad Agrigento, sottosegretario all’Interno era all’epoca proprio D’Alì. Sodano ha consegnato un documento col quale testimonia lo scontro avuto con il sottosegretario a proposito di beni confiscati. Il prefetto andò via da Trapani dopo avere stoppato Cosa nostra nel tentativo di riappropriarsi della Calcestruzzi Ericina, una impresa confiscata al boss mafioso Vincenzo Virga.