Il volo senza fine del DC-9 di Ustica

L’orizzonte degli eventi è, ipotizzano gli astrofisici, quel limite teorico situato all’interno dei buchi neri, da cui nemmeno la luce può sfuggire ed entro il quale è impossibile osservare qualsiasi fenomeno fisico. Per qualche strano gioco di libera associazione delle idee, ho pensato all’orizzonte degli eventi ricordando il trentunesimo anniversario della Strage di Ustica. E’ come se, da quella terribile sera del 27 giugno 1980, il DC-9 della compagnia Itavia, con alla cloche i piloti Enzo Fontana e Domenico Gatti e 79 persone a bordo, non si sia più fermato, e stia proseguendo nel viaggio inesorabile verso l’orizzonte degli eventi che costituiscono questa intricata, per usare un eufemismo, brutta storia.

Da quella maledetta sera di trentuno anni fa, dalla prima ora, è stato tutto un crescendo di ipotesi, di accuse, di testimonianze, di ricostruzioni. Dalla telefonata di rivendicazione al Corriere della Sera da parte dei Nuclei Armati Rivoluzionari, gli stessi, si pensa, che un mese dopo avrebbero fatto altre 85 vittime alla stazione di Bologna, e ritenuta da molti un depistaggio. E il ritrovamento, venti giorni dopo, del Mig-23 libico precipitato sulla Sila, ufficialmente il 27 luglio 1980 ma, secondo alcuni, a ridosso della tragedia del DC-9. Una coincidenza che ufficialmente è ancora tale. Mentre tanti gridavano al cedimento strutturale di una “carretta dei cieli” appartenente ad una compagnia che non navigava in buone acque.

Come altre, innumerevoli, sono le coincidenze. Come le pagine sparite dai registri radar di Marsala. Come il fatto che, a inizio anni ’80, il Tirreno sembra essere diventato un parco giochi per l’aviazione di numerosi Stati. Particolarmente frequentato quella sera di fine giugno, come emerge da testimonianze oculari e, soprattutto, da alcuni tracciati radar che evidenziano anomalie all’interno dei “plots”. Come quello della stazione radar di Poggio Ballone, cui sarebbe anche giunto, per tre volte, un segnale di allarme lanciato da un caccia della nostra Aeronautica Militare, pilotato da Mario Naldini ed Ivo Nutarelli. I due comandanti moriranno tragicamente, pochi anni dopo, durante un’esibizione delle Frecce Tricolori a Ramstein, in Germania; e questa si, pare essere una coincidenza tragica e decisamente sfortunata per le sorti del processo riguardante la Strage, cui i due militari avrebbero sicuramente potuto apportare importanti contributi. Una coincidenza anche l’infarto che ha colpito ad appena 32 anni il capitano Maurizio Gari, capo controllore a Poggio Ballone, di servizio quella sera. Cosi stabilisce l’inchiesta del giudice istruttore Rosario Priore, che invece conserva qualche riserva riguardo altre due morti sinistre che ruotano intorno alla tragica fine del DC-9. In primo luogo quella del maresciallo Mario Dettori, altro controllore forse di turno il 27 giugno 1980, trovato impiccato in un modo definito “innaturale” dalla Polizia Scientifica; “Sono molto scosso… Qui è successo un casino… Qui vanno tutti in galera!”, aveva confidato alla moglie dopo la Strage di Ustica. Anche il maresciallo Franco Parisi, di turno la mattina del 18 luglio 1980, presunta data dello schianto del Mig-23 libico, è morto suicida, impiccandosi pochi giorni dopo aver ricevuto la convocazione a comparire in tribunale. Ma, conclude con (obbligatoria) prudenza il giudice Priore, “Sui singoli fatti come sulla loro concatenazione non si raggiunge però il grado della prova”.

L’aspetto più controverso di tutta la vicenda rimane sicuramente, però, il recupero del relitto del DC-9 Itavia, avvenuto solo sette anni dopo la tragedia ed affidato in maniera perentoria alla francese Infremer. Avrebbe detto il presidente della Commissione Stragi, Libero Gualtieri: “Quando abbiamo interrogato il generale del Sismi, Pasquale Notarnicola, lui ha detto queste testuali parole: La verità è stata lasciata in fondo al mare”. Inutile dilungarsi qui sulla scia di sospetti che la società francese ha portato con se negli anni, a partire dal filo che la legherebbe con i servizi segreti di Parigi.

E per il giudice istruttore, infatti, non ci sono dubbi sull’attività di depistaggio perpetrata da “soggetti che a vario titolo hanno tentato di inquinare il processo, e sono riusciti nell’intento per anni”. Si inizia a parlare di “muro di gomma”, di un’opera scientifica di deviazione delle indagini, che per più di qualcuno assume i contorni del complotto. Ed all’inchiesta per appurare chi abbia sulla coscienza quegli 81 morti si sovrappone quasi quella per depistaggio, che vede sul banco degli imputati i generali Bertolucci, Ferri, Melillo e Tascio. Verranno tutti assolti. Ed anche se per il giudice Priore non vi sono dubbi che “L’incidente al DC-9 è occorso a seguito di azione militare di intercettamento, il DC9 è stato abbattuto, è stata spezzata la vita a 81 cittadini innocenti con un’azione, che è stata propriamente atto di guerra, guerra di fatto e non dichiarata, operazione di polizia internazionale coperta contro il nostro Paese, di cui sono stati violati i confini e i diritti”, i responsabili materiali della strage non possono essere individuati.

Ventotto anni dopo il fatto la Procura di Roma apre una nuova inchiesta a seguito delle dichiarazioni dell’ ex-Presidente del Consiglio Francesco Cossiga, storicamente sostenitore della teoria del “cedimento strutturale”, che punta l’indice contro l’aviazione d’oltralpe. Certo è un bel cambio di rotta per il senatore. Attualmente l’inchiesta verterebbe sulle rogatorie internazionali partite un anno fa.

Nel commemorare, ad un meeting del suo partito, la tragedia di Ustica il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanardi ha affermato che “Tutte le indagini hanno escluso che ci sia stata una battaglia nei cieli, quella sera, e dai tracciati dei 21 aerei militari che il 27 giugno del 1980 erano in volo sul Tirreno emerge che nessuno si è avvicinato all’aereo Itavia”. E per l’ex presidente della Commissione d’inchiesta sulla strage di Ustica Aurelio Misiti, ora sottosegretario ai trasporti, “La causa della strage di Ustica è nota, è una perdita di tempo cercarla ancora: piuttosto bisogna auspicare che si conosca chi ha messo la bomba e chi l’ha fatta mettere”.

Di parere un po’ diverso, invece, il Presidente della Repubblica Napolitano, che in un messaggio ai familiari delle vittime, dice “ogni sforzo deve essere compiuto, anche sul piano internazionale, per giungere finalmente a conclusioni che rimuovano le ambiguità, i dubbi e le ombre che ancora oggi circondano quel tragico fatto […]non potremo mai dimenticare lo sgomento di quella notte. Per questo le istituzioni e la società civile hanno il dovere di essere al fianco di chi è stato colpito da questa assurda tragedia e pretendere che sia fatta chiarezza su uno degli episodi più terribili e ancora oscuri della storia recente del nostro Paese”. Dove Giovanardi vede una chiarezza lampante, Napolitano scorge punti ancora oscuri. Due posizioni che lasciano, nella loro diversità dicotomica, quantomeno perplessi. Quantomeno desiderosi che il punto alla fine di tutta la vicenda venga posto ancora un po’ più in là.

Intanto, DC-9 sembra proseguire il suo viaggio verso la zona grigia dove le ombre si allungano ed i contorni si mescolano. Dove i confini tra la prudenza delle indagini ed il depistaggio, tra il coraggio delle nuove ipotesi ed il complottismo fantascientifico si fanno labili. In un contesto internazionale che ci vede schierati in una nuova guerra dei cieli accanto ad alleati da cui stiamo attendendo risposte. Quelle risposte che non ci darebbero indietro gli 81 passeggeri che non sono mai atterrati a Punta Raisi, ma che ci spettano come cittadini che scrivono giorno per giorno la storia di questo Paese: una storia che vogliono vivere, e non subire. Il volo Itavia prosegue il suo viaggio nella storia degli anni più bui del nostro Paese. Ed ogni anno che passa il punto di non ritorno sembra essere più vicino.