Don “Marianino” Agate ha perduto il trono

Ricordate la figura di “don” Mariano Arena, il «galantuomo» di paese che nel libro di Sciascia, “Il giorno della civetta” rappresentava la “saggezza” (si fa per dire) mafiosa, uno che aveva buone amicizie grazie alle quali disseminava il paese di reati e intrallazzi, amicizie ministeriali? Dalla fantasia letteraria (si fa anche questo per dire) alla realtà, Mazara e il suo boss “don” Mariano Agate. Nessuna differenza con il “don” Marianino di Sciascia, mafia e amicizie potenti, mafia e massoneria, mafia e politica, mafia e impresa. Per decenni e decenni Mazara dei Vallo ha convissuto con lui, nessuno scandalo e nessuna indignazione per le sue malefatte, nemmeno quando si è scoperto che a Mazara “don” Marianino aveva portato in villeggiatura il boss dei boss di Corleone, Totò Riina. Il Comune in quel periodo fu sciolto per inquinamento mafioso, ma il nemico per tutti era lo Stato che aveva mandato i commissari. Poco importava se erano usciti fuori vicende strane, logge segrete dove si decidevano investimenti miliardari, come l’acquisto con i soldi di Cosa nostra siciliana di un isolotto a Malta, l’isola di Manuel, per realizzare un fantastico villaggio turistico. C’erano di mezzi massoni, notai, politici, addirittura nel processo in cui si parlò di questa storia, il processo cosidetto “Petrov” un avvocato pensò di chiedere l’audizione del senatore a vita Giulio Andreotti per i suoi noti rapporti con l’allora premier maltese Dom Mintoff, uno che a quanto pare con i mafiosi siciliani aveva parlato. Ecco “don” Marianino Agate è stato dentro queste vicende, per un periodo è entrato e uscito dal carcere e ogni volta a Mazara c’era il passaparola come si vede nel film de “Il giorno della civetta” con il banditore che gira il paese per annunciare che “don Marianino era tornato”, uscito dal carcere, “arrestato ingiustamente” e nel frattempo cambiava anche il capitano dei carabinieri, veniva mandato via quello che lo aveva fatto arrestare. A Mazara nel 1992 per fare cambiare un commissario di Polizia la mafia pensò invece all’omicidio, era il 14 settembre del 1992 e sulla strada litoranea, vicino alla zona delle spiagge, ad un agguato riuscì a sfuggire l’allora dirigente, oggi questore di Piacenza, Rino Germanà, uno di quelli “tosti” che indagava sulla mafia e sulle sue casseforti, che poco prima di sfuggire al commando composto da Matteo Messina Denaro, Leoluca Bagarella e Giuseppe Graviano, aveva indagato sulla Banca Sicula della famiglia D’Alì.

Don Mariano Agate oramai in carcere da tempo non si è mai fatto mancare niente. E le cose non le ha mai mandate a dire. Ha impersonato il binomio più forte del potere mafioso, quello fatto da mafia e imprenditoria. Oggi molti hanno scoperto la mafia sommersa, la mafia che fa impresa, don “Marianino” questo strumento lo ha sperimentato per tempo, mentre si compivano le carneficine, lui vendeva cemento e monopolizzava il mercato, e nel frattempo “cumannava assai”. Anche stando in carcere, da dietro le sbarre gestiva l’impresa, gli affari, Cosa nostra, stringeva alleanze con le ndrine calabresi per maxi traffici di cocaina dalla Colombia, mandava messaggi agli avvocati (e in particolare a qualcuno di quelli che sedevano _ siedono – in Parlamento) per ringraziarli sulle norme di legge che venivano scritte in modo tale da non far male a Cosa nostra e ai suoi uomini d’onore. Adesso tutto è finito per don Marianino. O almeno si spera che sia davvero così.

Il capo mafia non può fare più l’imprenditore. Ha perduto il suo trono, il suo “castello” dal quale per decenni ha comandato. Mariano Agate, 71 anni, colui il quale sarebbe il capo della mafia trapanese se fosse stato libero, perché più potente del giovane rampante, e assassino, Matteo Messina Denaro, latitante dal 1993, non ha più il controllo della sua impresa, la «Calcestruzzi Mazara» è stata sequestrata e adesso per ordine del Tribunale delle Misure di prevenzione è stata confiscata. Sottratta al controllo di chi l’ha usata come una arma, per inquinare il mercato, come centro nevralgico per i summit di mafia che qui potevano svolgersi senza che nessuno pensasse mai a denunciarli, un luogo dove dare appuntamento a chi poi doveva essere ucciso, una trappola quindi di morte, l’impresa da dove nel 1993 partì una parte del tritolo che poi venne usato nelle stragi di quell’anno tra Roma, Milano e Firenze. Confiscata l’impresa, applicata la misura della sorveglianza speciale ai due soci di don Mariano, a suo fratello Giovan Battista, 68 anni, e a Nino Cuttone, 74 anni,  cinque anni di sorveglianza speciale per ciascuno. Don Mariano  Agate è il nome che più si incrocia nelle indagini che riguardano la cupola siciliana, l’avanzata dei corleonesi di Riina, la distruzione della vecchia mafia, l’attacco allo Stato e gli inciuci con le istituzioni, i collegamenti con la massoneria e la politica, le strategie stragiste. L’uomo capace di fare il volto buono, il paciere, ma anche mostrare la faccia burbera violenta, come quando un giorno da un’aula di Tribunale a Trapani, dove era imputato con i boss catanesi Santapaola e Mangion, dell’omicidio del sindaco di Castelvetrano Vito Lipari, fece cenno ad avvicinarsi ad un operatore televisivo, un cameraman di Rtc, la tv dove in quel momento c’era Mauro Rostagno a fare il giornalista, e Mariano Agate proprio a Rostagno mandò con quel suo collaboratore un messaggio, “ditegli a chiddu ca varva e vestito di bianco che a finissi di riri minchiate” – dite a quello con la barba e vestito di bianco che la finisse di raccontare minchiate. Rostagno seguiva quel processo e smontava gli alibi degli imputati.

 La sentenza di confisca firmata dal giudice Pietro Grillo, presidente della sezione misura di prevenzione, e che ha accolto le conclusioni del pm Andrea Tarondo, sancisce l’esistenza di un pieno riscontro al fatto che da queste parti, nella provincia di Trapani, spesso mafia e impresa possono costituiscono un binomio indissolubile, fusi uno dentro l’altro. Cosa Nostra trapanese ha definitivamente perduto un suo «pezzo» importante nella strategia di controllo delle imprese e delle attività edilizie, pubbliche e private. L’azienda si trova all’ingresso di Mazara, in contrada Serroni – località Cartubuleo, impresa secondo il Tribunale interamente mafiosa, strumentale all’attività di Cosa Nostra, sin dalla costituzione della società e costruzione dell’impianto ad opera di Francesco Messina, «mastro Ciccio u muraturi», morto suicida oltre un decennio addietro: l’ordine a costituirla era arrivato dalle «famiglie» mafiose che facevano parte della società “Stella d’Oriente”, dietro la quale si celava un crocevia tra mafia e massoneria. Da allora in poi la «Calcestruzzi Mazara» ha prodotto cemento monopolizzando il territorio, ospitato summit di mafia, dentro sono stati ordinati omicidi, di Ernesto Buffa e Agostino D’Agati, commessi a Rimini nel 1991. E poi sono stati uccisi lì dentro i boss marsalesi Vincenzo D’Amico e Francesco Craparotta, eliminati e fatti sparire per ordine di Totò Riina che in questi uffici venne a presiedere riunioni di Cosa Nostra. Lì in tempi recenti si sono concordate le strategie della nuova mafia, quella imprenditoriale di Matteo Messina Denaro. Ora è lo Stato a gestirla. Un’impresa nata mafiosa e tale lo è stata per 30 anni, una società per azioni quotata nell’ordine dei 5 milioni di euro. A controllare questi conti per lungo tempo è rimasta una giovanissima professionista, Cinzia Puma, che per un periodo ha condiviso l’incarico di presidente del collegio dei revisori dei conti della spa di Mariano Agate con quello di presidente del collegio dei sindaci della Provincia regionale. La Puma dopo un tira e molla ha deciso di lasciare l’incarico nell’azienda dei mafiosi. Quando oramai era arrivato il sequestro giudiziario.