Delitto Rostagno, gli affari antichi e attuali della massoneria segreta trapanese

C’è il processo in corso contro il presunto mandante, Vincenzo Virga, riconosciuto capo mandamento di Trapani, e il presunto esecutore, Vito Mazzara, conclamato killer della cosca della città. In Corte di Assise per il delitto di Mauro Rostagno sono loro due gli imputati, il primo, Virga, indicato da diversi pentiti come quello che nel 1988 ricevette l’ordine di far fuori Rostagno dal defunto patriarca della mafia belicina Francesco Messina Denaro, padre dell’attuale latitante Matteo, l’altro, Mazzara, accusato anche lui da pentiti e poi secondo la Dda è «incastrato» dalla perizia balistica della polizia scientifica che confrontando i metodi di esecuzione di alcuni delitti per i quali è stato condannato in via definitiva, ha riscontrato incredibili coincidenze nel caricamento delle cartucce.

Ma non c’è solo il processo. C’è un’indagine stralcio che è rimasta aperta presso la Dda di Palermo. I magistrati antimafia non disperano di risalire al movente di quel delitto. Per adesso lo scenario è fatto dall’attività giornalistica di Rostagno. Non cambia lo scenario nel nuovo capitolo investigativo. Il lavoro di giornalista di Rostagno dagli schermi della tv privata Rtc è quello che ha dato fastidio a Cosa nostra trapanese, ma il tentativo della Procura antimafia è quello di arrivare al particolare, al motivo scatenante. E dunque ha attirato molta attenzione l’ultima parte del lavoro giornalistico di Rostagno, condotto pochi mesi prima di essere ucciso, quello relativo alla scoperta in città di una loggia massonica «coperta». L’Iside 2, così genericamente conosciuta, dietro le quinte del circolo Scontrino di via Carreca, dove risultarono iscritti massoni, mafiosi, politici, burocrati, esponenti del mondo delle banche e delle istituzioni. Un nome potrebbe essere già finito iscritto nel registro degli indagati, quello del capo mafia di Mazara Mariano Agate. Lui era iscritto a questa «loggia», lui era stato oggetto di resoconti giornalistici redatti sulle sue «malefatte» da Rostagno, Agate in quegli anni ’80 avrebbe ricevuto il capo della P2 Licio Gelli, e Rostagno era su questo che stava «investigando».

«È una massoneria molto mafiosa quella trapanese» esordisce il procuratore aggiunto della Dda, Antonio Ingroia: «È vero – conferma – c’è un’indagine che stiamo seguendo, i rapporti tra Gelli, Agate, io credo che su questo possa venire fuori qualcosa di più, così come sulla presenza a Trapani nello stesso periodo del centro Gladio».

Il nome di Agate era ricorrente negli articoli di Rostagno, all’epoca seguiva con molta attenzione il processo per il delitto del sindaco di Castelvetrano Vito Lipari, dove il boss mazarese era imputato.

Lei spesso ha detto che dietro il delitto Rostagno c’era la mafia ma non solo la mafia. Si riferiva allora alla massoneria?

«Molto non posso dire, indubbiamente Trapani è sempre stata crocevia di tante cose, mafia e massoneria hanno lasciato impronte in diversi delitti, faticosamente oggi stiamo cercando di ricostruire gli scenari dell’epoca, certo il giornalismo fatto da Rostagno all’epoca dava fastidio ad una città che era paludosa e sonnacchiosa».

Lei si è fatto un’idea di chi era il Rostagno giornalista?

«Era un giornalista fuori luogo e fuori da quel tempo, in totale isolamento, portatore di un giornalismo esclusivo, possiamo dire pioniere di quello di oggi, andava in avanscoperta ma con le spalle scoperte.

 Cosa era la loggia coperta Iside 2. «La lottizzazione delle cariche più alte dell’amministrazione comunale di Trapani» E non solo. Ma anche di altre poltrone. Fin dentro il Palazzo di Giustizia. Un progetto che non rimase sulla carta ma fu portato avanti. Anche dopo l’esplodere dello scandalo. Le logge segrete del circolo Scontrino rimasero in attività anche dopo la loro scoperta per merito della Squadra Mobile, a metà degli anni ’80.  La sentenza di condanna di primo grado fu pronunziata il  5 giugno 93. Pochi anni dopo divenne definitiva. Solo due condannati, il prof. Gianni Grimaudo (3 anni) e un professionista, Natale Torregrossa (2 anni). Per loro non si sono però mai più aperte le porte del carcere, Torregrossa ebbe il condono, Grimaudo fu affidato ai servizi sociali e lavorò con i francescani.

Tutti gli altri iscritti nelle logge di Grimaudo sono rimasti ognuno sulle loro selle. Anzi diversi riuscirono ugualmente a proseguire nelle rispettive carriere, e questo porta oggi a dire ai magistrati che quel programma di «occupazione» delle cariche cittadine non fu interrotto dall’indagine. Le logge scoperte furono l’Iside, Hiram, Cafiero, Ciullo d’Alcamo, e la femminile Osiride e poi la loggia C, il cui elenco era custodito in un’agendina del maestro venerabile Grimaudo, lì erano scritti i nomi di mafiosi, massoni, burocrati e politici. Grimaudo seguiva e raccomandava vicende giudiziarie come quelle in capo al castellammarese Calabrò o al famoso sacerdote don Agostino Coppola, il prete che sposò Riina durante la latitanza.

 L’indagine di oggi. Non è un tornare a rivangare il passato. Mettere sulla stessa linea come sembra voglia fare la Dda di Palermo il delitto di Mauro Rostagno con le vicende della massoneria segreta e coperta presente in città negli anni ’80, significa andarsi ad occupare ancora della realtà. Trapani è una città dalla forte tradizione massonica. Logge segrete e deviate, quelle che come l’Iside 2 del gran maestro Gianni Grimaudo non appartenevano ad alcuno ordinamento internazionale, ma solo a quello «mafioso». Basta ricordare un particolare: a «benedire» le logge del prof. Grimaudo si spostò da Palermo a Trapani il commercialista Pino Mandalari, un personaggio estroso, alto, robusto, imponente, barba folta, che non era altro che il commercialista del capo dei capi di Cosa nostra, Totò Riina. Oggi l’abitudine alla massoneria segreta sembra non sia finita. Così come non è finita la mafia. Così come non sono certo usciti dal tessuto politico, sociale ed economico molti di quei soggetti che erano iscritti nelle logge del circolo Scontrino. Le carriere di tanti non si sono interrotte. Qualcuno è possibile trovarlo ancora in auge e se non è più in servizio, perchè in pensione, è rimasto a far parte della schiera dei potenti. C’è un altro elemento da aggiungere alla mafia e alla massoneria, e agli intrecci misteriosi tra le due organizzazioni che hanno un unico fine, quello di sostituirsi allo Stato. Mafia, massoneria e salotti. E il quadro può dirsi completo. Gli ordini di quello che accade attorno a noi continuano oggi come ieri a partire da questo crocevia. Ne era convinto nel 1988 Mauro Rostagno, ne sono convinti oggi investigatori e inquirenti, che magari passano pure per «untori» perchè forse non sbagliano a vedere le cose ma c’è un tessuto sociale ancora non pienamente consapevole a Trapani, un muro di gomma che continua a circondare la città. Negli anni 80 si diceva che la mafia non esisteva, oggi si dice che la mafia è sconfitta, il comune sentire non cambia, per tanti, politici in particolare, la mafia non c’è. E questo mentre invece un senatore della Repubblica, Tonino D’Alì è indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, un consigliere provinciale, Pietro Pellerito, è condannato a sei anni per avere favorito un mafioso facendo fare un falso, un vice presidente della Regione, Bartolo Pellegrino risulta essere stato corrotto dai mafiosi, due parlamentari sono finiti sotto processo per mafia, anche se le loro condizioni di salute hanno fermato la celebrazione dei processi, per ricordare gli accadimenti più recenti, ma si potrebbe continuare ricordando l’attuale sindaco di Valderice, Camillo Iovino, sotto processo per avere fatto da portaordini ad un imprenditore mafioso che dal carcere riusciva a fare uscire i suoi messaggi ed i suoi ordini.

Il quadro, nel quale tanti potenti ci stanno, non è un quadro qualsiasi, dentro ci sono investigatori come quel gruppo di carabinieri che hanno dimenticato di allegare agli atti dell’indagine Rostagno documenti che se esaminati e presi in considerazione non avrebbero loro permesso in quel 1988 di scrivere che la mafia non c’entrava nulla nel delitto di Mauro Rostagno. Il quadro di oggi è quello che ieri è servito alle trattative tra mafia e Stato. Trattative che potrebbero non essersi mai fermate. Rostagno fu ucciso forse non per qualcosa che aveva scritto ma per qualcosa che ragionando stava per scrivere. Il 1988 è l’anno in cui Cosa nostra trapanese si trasformò. Rostagno era uno che ragionava sulle cose. Ragionava troppo  e capiva. Il suo ultimo servizio lo fece a Marsala, tornando in auto disse a chi lo accompagnava che aveva capito tutto. La mafia non poteva avere ostacoli sulla sua strada, non poteva correre il pericolo di essere scoperta nei suoi intrecci. E Rostagno che aveva capito tutto fu ucciso..