Il test ha fatto flop.

Il processo di rilettura della scuola pubblica in un’ottica di gestione manageriale non accenna ad arrestarsi, e le prove Invalsi, cui migliaia di studenti delle scuole primarie e secondarie sono sottoposti in questi giorni, ne sono la prova. Scopo dell’Istituto di valutazione del sistema d’istruzione, è quello, facile a intuirsi, di valutare il livello raggiunto dagli alunni dei vari istituti sparsi per lo Stivale: un’attività di controllo che il ministero svolge, a campione, da sempre. La differenza risiede nella capillarità con cui vengono distribuite le prove Invalsi, che consentirà alla singola scuola di attestare il suo livello e confrontarlo con la media nazionale. La questione, però, si fa succulenta quando entra in gioco il fondo stanziato dal Miur per le scuole più meritevoli, che potranno ambire ad un bonus di 70.000 euro. Una cifra che anche per una scuola superiore di un migliaio di studenti rappresenta un vero e proprio patrimonio, e che costituisce poi il vero motivo per cui i dirigenti scolastici non debbano auto-escludere il proprio istituto dall’indagine nazionale. La prima contraddizione appare già in tutta la sua palese assurdità: che senso ha premiare economicamente le scuole in cui gli studenti hanno un livello di preparazione di per se altissimo? E’ evidente che le strutture che possono garantire una migliore preparazione siano anche quelle dotate di servizi migliori quali corsi pomeridiani, sportelli di recupero, laboratori di informatica e scienze. Che sono le scuole situate (ça va sans dire) in massima parte al nord, e accentrate nelle zone metropolitane. Oltre ovviamente, agli istituti paritari, che con un’abile mossa del ministro Gelmini (che non ha mai tradito il suo amore per gli istituti privati) sono stati inclusi nell’abbuffata invalsi. Un po’ come far piovere sul bagnato. Premiare non il merito, ma la produttività, proprio come si fa nelle strutture aziendali, dove chi più lavora accede ai premi di produzione, e chi non partecipa alla crescita dell’azienda viene conseguentemente tagliato fuori. L’applicazione di questa logica alla scuola pubblica, l’istituzione alla portata di tutti per antonomasia, il luogo deputato all’azzeramento delle differenze sociali, dove ognuno dovrebbe avere la possibilità di crescere e realizzarsi, è semplicemente aberrante. Anche la modalità in cui si svolgono i test, nel formato “a crocette” che va tanto di moda oltreoceano, piuttosto che nella più tradizionale (e per una volta possiamo farcene vanto) formula a risposta aperta, volta ad esaltare le capacità di analisi e critica individuale. A far emergere ciascuno dalla massa. Per non parlare del questionario contingente al test, in cui vengono richieste agli alunni (massima parte dei quali è minorenne) informazioni del tutto personali, come la composizione ed il livello culturale del proprio nucleo familiare. Informazioni per le quali occorre il consenso alla trattazione dei dati personali da parte dei genitori: tanti dei quali non erano nemmeno stati informati dello svolgimento della prova.
Si predilige invece la logica della competizione, del serie A e serie B. Perchè viene da se che siano soprattutto i dirigenti scolastici a spingere affinché le prove abbiano esiti eccellenti nel proprio istituto. E che non tollerano eventuali boicottaggi, proprio come è successo all’Istituto d’Arte di Roma, dove un’intera classe è stata sospesa dal dirigente scolastico per aver consegnato il test in bianco. Lo rende noto il collettivo romano Senzatregua, una delle associazioni che più ha promosso la protesta contro i test ministeriali, e che ha anche diffuso i dati del boicottaggio per la capitale, che è arrivato in alcuni casi oltre l’80%: come al Liceo Orazio, dove 108 alunni su 130 hanno consegnato in bianco, oppure al Socrate, dove si strappano i codici di riconoscimento del test, o all’Aristotele, dove gli studenti hanno svolto il test in maniera casuale e di conseguenza incorreggibile. Numeri che cozzano decisamente contro le note ministeriali, che diffondono un ben più “politically correct” 0.2% di astensione, e che rappresentano che un tassello nella protesta che ha coinvolto tutta Italia.
I test Invalsi rappresentano l’ennesima variazione sul tema della meritocrazia, l’ennesima mossa demagogica di un governo che ha considerato la scuola pubblica esclusivamente come il campo più adatto per effettuare tagli di bilancio, e che ora vorrebbe farsi vanto di questo metodo di “premiazione del merito”. L’ennesimo calcio in faccia alla parte più fertile e promettente del nostro Paese, che anche questa volta, e per fortuna, non ha mancato di farsi sentire.