A Sarno e Quindici, tredici anni dopo l’alluvione

(di Rossella Fierro)

Camminare sui tetti delle case, senza riuscire a respirare perché l’odore proveniente dai cadaveri sotto i tuoi i piedi, dalle carcasse di animali che calpesti, mentre il primo sole forte di una primavera che sa di morte ci mette il suo, ti trascina inevitabilmente nella tragedia. E’ questa la cartolina che è rimasta impressa nella mente di quanti tredici anni fa visitarono Sarno, Quindici e gli altri paesi campani (Bracigliano e Siano) all’indomani della tremenda alluvione. Un fiume nero di fango, acqua e detriti spazzo via i paesini alle pendici del monte Sauro che il 5 maggio del 1998 non resse alla potenza della pioggia. Centosessanta morti di cui undici a Quindici, il resto a Sarno. A tredici anni da quella furia inumana di cui solo la natura è capace, che ha cambiato per sempre l’aspetto della montagna che oggi appare come tagliata in due da un solco, non è cambiato molto in termini di ricostruzione e prevenzione. Nell’Italia che si sgretola sotto la pioggia da Sud a Nord, neanche lì dove le popolazioni hanno già conosciuto il vero e macabro significato dell’espressione ‘dissesto idrogeologico’, amministratori e chi di dovere ancora non sembrano prendere le dovute precauzioni. A Sarno le case sono state ricostruite negli stessi punti in cui erano crollate sotto il peso del fango, i canali per il drenaggio dell’acqua dalla montagna a valle sono abbandonati e colmi di rifiuti di ogni genere. In tredici anni la maggior parte delle opere di prevenzione appaltate, non è stata completata. Eppure a Sarno così come a Quindici quando piove la gente trema dalla paura ed è sempre ‘stato d’allerta’, perché il rischio di una nuova catastrofe è dietro l’angolo.

 

Ma, come già accaduto per il terremoto dell’80, i fondi sono arrivati ingenti per la ricostruzione, dove siano finiti però è un altro dei misteri campani. Fino ad oggi oltre 460 milioni di euro sono stati stanziati per ricostruire e mettere in sicurezza.
Fino a tre anni fa la questione è stata gestita dall’ex governatore Antonio Bassolino, a capo del Commissariato per l’emergenza, che incaricò a sua volta  il subcommissario, Pasquale Versace dell’Università di Calabria. Diciotto chilometri di canale per drenare acqua sono stati costruiti lungo il dorso del monte Sauro, ma dal 2008, da quando a dieci anni dalla frana la gestione è passata all’Arcadis – Agenzia regionale di difesa del suolo, tutto è fermo. Un’equipe senza precedenti di tecnici, ingegneri, geologi che avrebbe dovuto sancire la fine dell’emergenza e l’inizio della gestione ordinaria. Nelle casse dell’Arcadis però non c’è nemmeno un euro: così i lavori, anche quelli già appaltati, si sono bloccati. “Io non ho nessuna responsabilità – ha dichiarato l’attuale sindaco Amilcare Mancuso di centrodestra – e non è nemmeno colpa dell’Arcadis che ha presentato la richiesta di finanziamento. Ma finora dal governo non è arrivato un soldo”.

Non va meglio a Quindici (Avellino) dove ad oggi cento famiglie sono in attesa della conclusione delle opere di ricostruzione, persone a cui sono stati espropriati ettari di terreno in nome della messa in sicurezza della montagna ma che ancora non hanno avuto i fondi. Il sindaco Liberato Santaniello ha trasmesso alla Procura della Repubblica di Avellino tutti gli atti relativi alla mancata erogazione dei finanziamenti per la terza fase della ricostruzione post frana.

Intanto a Sarno, Quindici e gli altri comuni colpiti, in attesa di poter dormire sonni tranquilli nelle proprie case anche quando fuori piove, senza dover stare incollati ai vetri delle finestre per monitorare la montagna, oggi i “sopravvissuti” hanno ricordato i loro amici, colleghi, familiari che tredici anni fa furono risucchiati dal fiume nero. Lo hanno fatto in silenzio, sfilando nei vicoli che ancora emanano l’odore terribile di quei giorni. La normalità, quella che nella Campania che non fa notizia appare ancora un miraggio, è un’altra cosa.