Via i boss dall’Affruntata

“La Pasqua non può convivere con la mafia”. Da monsignor Luigi Renzo parte il messaggio di legalità, rivoluzionario in una Regione che ha sempre visto la ‘ndrangheta in prima linea, anche durante le manifestazioni religiose. Il divieto riguarda l’impossibilità per i boss di portare le statue a spalla durante l’Affruntata a Sant’Onofrio, nel vibonese. L’Affruntata (termine dialettale che corrisponde alla parola incontro) è un evento che ha luogo una volta all’anno in quasi tutti i Comuni calabresi. Dinanzi a centinaia di fedeli viene rappresentato il momento simbolico in cui San Giovanni annuncia a Maria Addolorata (vestita di un lungo mantello nero in segno di lutto) la resurrezione di Gesù. Le figure religiose sono le tre statue che sfilano per la via principale del paese. Una volta che San Giovanni dà a Maria la “buona novella” (la resurrezione) questa si leva il mantello nero del lutto per incontrare il Cristo risorto. La manifestazione si conclude con l’incontro fra i tre (Maria, Gesù e San Giovanni) che sfilano accompagnati in genere dalle note della banda del paese. Tutto normale a parte il fatto che anche su questa tradizione religiosa vi è l’ombra della ‘ndrangheta. Per questo motivo, lo scorso anno, furono esplosi, sempre a Sant’Onofrio, dei colpi di pistola contro la casa del priore. Allora come oggi si era tentato di allontanare i boss, impedendo la loro partecipazione attiva all’evento che consiste nel portare le statue a spalla. Una prerogativa che negli anni è stata dei mafiosi, che in questo modo sfoggiano la forza, mettendo in bella mostra la loro superiorità.  Ma alla ‘ndrangheta il messaggio coraggioso di monsignor Renzo (dato con largo anticipo per evitare i problemi che l’anno scorso fecero slittare la manifestazione di una settimana) non è piaciuto. Dopo il “no” alla partecipazione dei boss all’evento si è, infatti,  scatenata la reazione della ‘ndrangheta. Le forze dell’ordine, il prefetto e il vescovo avevano infatti deciso di fare portare i santi ai giovani della parrocchia o affidare il servizio ai volontari della protezione civile e alle squadre di calcio locali. L’effetto è stato l’intimidazione ai due presidenti delle associazioni sportive. A Luigi Naccari sono state tagliate le gomme della macchina. Mentre a Francesco Petrolo sono arrivate minacce di morte. Quest’anno, nonostante l’intervento preventivo del vescovo di Mileto- Nicotera – Tropea, la ‘ndrangheta ha voluto dimostrare che non si arrende. Per questo motivo il prefetto di Vibo Valentia, Luisa Latella, ha avvisato: “stop alle minacce, o le statue dell’Affruntata saranno portate dai carabinieri e dai vigili del fuoco”. I boss dimostrano di non volersi allontanare dalle tradizioni religiose che, probabilmente, hanno avuto come protagonisti i loro antenati. Riti tribali e tradizioni di quella mafia legata ad una cultura ancora molto arretrata. Quella dei cosiddetti “portatori” (le persone che conducono le 3 statue a spalla per le vie principali del paese) ha in buona parte dei comuni, origini lontane. Vi rientrano tutte le categorie antropologiche. All’inizio, infatti, la scelta di chi doveva “portare” i santi era “l’incanto”. Una sorta di sistema d’asta che si svolgeva nei giorni precedenti la festa o durante lo svolgimento della stessa. In alcuni centri, come Vibo Valentia, la scelta viene invece fatta di anno in anno a seconda dei criteri di robustezza o di privilegi ereditati dalle singole famiglie. Far vedere che si è più forti insomma. Ecco perché la ‘ndrangheta, nonostante i riflettori siano tutti accesi verso questo evento, non molla. Per non interrompere una tradizione che i padri hanno voluto conservare nel tempo, dimostrando in ogni paese di essere i più forti. In alcuni centri, finita l’era dell’incanto, sono sempre le stesse famiglie che ogni anno (da decenni ormai) portano i santi a spalla, tradizione che si tramanda di generazione in generazione. E su questo non si discute affatto. Laddove è così radicata questa tradizione non bisogna decidere sulla scelta dei portatori, proprio per evitare reazioni violente e malumori. La “rottura col passato” auspicata dal monsignor Renzo, significa quindi spezzare questo legame fra la ‘ndrangheta e la partecipazione attiva dei boss ai riti religiosi. “Rendendo protagonisti i giovani che frequentano la parrocchia, facendoli partecipi anche dell’organizzazione”. Una scelta indispensabile per allontanare i mafiosi dalla vita sociale, religiosa e culturale dei centri calabresi. Sicuramente non facile. Ma può darsi che da Sant’Onofrio parta un segnale positivo nella lotta alla ‘ndrangheta che anche gli altri comuni calabresi possono scegliere di portare avanti, ribellandosi così alla cultura mafiosa.