Siamo pescatori, salviamo vite umane.

I 51 superstiti del naufragio nel Canale di Sicilia hanno lasciato ieri Lampedusa con un aereo in direzione di Brindisi. Dall’isola, intanto, partivano elicotteri e motovedette della Capitaneria di porto e della Guardia di Finanza alla ricerca dei corpi degli altri profughi provenienti dalla Libia che avevano tentato la traversata a bordo di un barcone di 13 metri. Si tratta di 250 persone, secondo i sopravvissuti e le due motovedette della Guardia Costiera che nella notte di mercoledì sono intervenute sul luogo del disastro. Uomini, donne e bambini che i soccorsi non sono riusciti a strappare alla furia di un mare forza sei. Cosa è successo, quali sono state le cause che hanno provocato l’ennesimo affondamento nel Canale di Sicilia, lo stabilirà l’inchiesta già aperta dalla Procura di Agrigento. Un atto dovuto, secondo alcuni, un’indagine che cercherà di ricostruire minuto per minuto le fasi della tragedia, secondo altri. SONO passati dieci minuti dall’una di mercoledì, quando le autorità maltesi lanciano l’allarme, c’è un barcone in difficoltà (ma, come abbiamo scritto ieri, le condizioni non vengono descritte come tragiche) con a bordo centinaia di profughi. Il “bersaglio”, come si dice in gergo tecnico, è a 39 miglia da Lampedusa, da qui partono due motovedette della Guardia Costiera che arrivano sul posto alle 4,05.
Il barcone è in difficoltà, il motore in avaria, le pompe non più in grado di espellere l’acqua imbarcata a causa di una falla. Una delle motovedette si avvicina e fa da riparo al legno dei profughi con l’obiettivo di impedire che le onde alte fino a tre metri ne provochino il ribaltamento. Sul barcone uomini e donne si agitano alla vista dei soccorsi, si spostano tutti su un lato proprio mentre la barca rivolge nuovamente il fianco alle onde. A questo punto la tragedia. Il barcone dei boat-people si ribalta, i profughi finiscono in mare. Dalle due motovedette vengono lanciati cime
e salvagenti. In 50 vengono issati a bordo delle due motovedette, tre sono salvati da un peschereccio
della marineria di Mazara del Vallo, “Il Cartagine”, chiamato dalla Capitaneria a prestare soccorso
.
E questa non è una novità per i pescatori che si spingono fino alle acque territoriali maltesi, tunisine e libiche ogni notte. Paolo Giacalone è l’armatore del “Cartagine”, gli chiediamo di raccontarci la tragedia. “Guardi che non è la prima volta che i nostri pescherecci salvano vite umane nel Canale di Sicilia. Conosciamo e rispettiamo la legge del mare che pone al di sopra di ogni altra cosa la vita umana”. Giacalone ci parla dell’allarme di mercoledì. “Io ero a terra, e come ogni notte ero in costante contatto con i miei uomini che pescano al largo. Quando Francesco Rifiorito, il comandante del Cartagine, mi avvisa dell’sos ricevuto, nessuno dei due ha dubbi sul da farsi. Si molla tutto e si va”. Mollare tutto, tirare a bordo le reti, rinunciare al pescato e dirigersi verso un’operazione rischiosa. “Ne abbiamo salvati tre,ma l’angoscia è per le centinaia di persone morte in mare. Questa è gente che cerca un futuro, lo cerca qui, in Italia e noi abbiamo il dovere di regalargli un sogno”. L’armatore Giacalone si appassiona quando parla del suo lavoro. “Non capisco certe cose della politica, è lontana dalla realtà quando si parla di immigrazione. Vengano a Mazara se vogliono vedere un vero modello di integrazione. Ma lei lo sa che sui nostri pescherecci gli equipaggi sono divisi a metà, quattro africani e quattro italiani. E vanno d’accordo, soffrono gli stessi disagi, vivono le identiche gioie. Eppure noi abbiamo sofferto tanto per la guerra del pesce, quando i nostri pescherecci venivano sequestrati dalle autorità tunisine. Erano giorni di inferno, multe da centinaia di milioni di lire. Poi abbiamo affrontato la questione con pazienza, abbiamo parlato con i tunisini, formato società miste, lavoriamo insieme. Perché il Mediterraneo è grande e può dare lavoro a tutti. È un mare di pace che non può diventare un mare di mor te”.
Gli armatori, riuniti nella Confederazione imprese della pesca di Mazara del Vallo, hanno scritto anche una lettera a Frontex,“perché qualcuno capisca la nostra disponibilità e ci rimborsi almeno i danni che subiamo quando prestiamo soccorso”. E se Frontex e le autorità italiane non dovessero rispondere? Giacalone sorride: “Faremmo quello che abbiamo sempre fatto. Salvare vite. Siamo pescatori, gente che lavora più col cuore che con la testa”.

(pubblicato su Il Fatto Quotidiano  8.aprile.2011 )