Processo Rostagno e quella primavera trapanese mai arrivata

«Pensava che a Trapani potesse esserci quella “primavera” politica e sociale che emergeva altrove, e invece dopo un colloquio con il procuratore Borsellino, allora capo della Procura a Marsala, la sua concezione cambiò di colpo». Così Chicca Roveri, testimone nel processo per il delitto di Mauro Rostagno, il suo compagno di vita (è costituita parte offesa con la figlia Maddalena con gli avvocati Fausto Amato e Carmelo Miceli) ha ricostruito, in due lunghe udienze, dinanzi alla Corte di Assise che sta processando come mandante il capo mafia Vincenzo Virga e come esecutore il killer Vito Mazzara, il periodo trapanese, e di giornalista a Trapani, di Mauro Rostagno, ucciso, dalla mafia, il 26 settembre del 1988, a Lenzi di Valderice, a pochi metri dalla comunità Saman della quale era stato fondatore con la stessa Roveri e Francesco Cardella.

 Il foglio lasciato da Rostagno. Quali erano le «sensazioni» nuove e del tutto negative che Rostagno aveva percepito? Sono riassunte in un foglio vergato a mano trovato tra i suoi appunti. Gli intrecci tra istituzioni, anche giudiziarie, e lobby affaristico mafiose. Aveva affidato molta fiducia alla magistratura, credeva nelle indagini, «per poi rendersi conto – ha detto la Roveri – che in Tribunale a Trapani vi erano processi importanti stranamente bloccati», procedimenti poi celebrati negli anni ’90: quelli per la scoperta della raffineria di droga di contrada Virgini di Alcamo (la più grande d’Europa), quello per la loggia massonica coperta Iside 2, il processo alla vecchia mafia di Trapani e Paceco. A Rostagno poi interessavano le indagini sul delitto del magistrato Ciaccio Montalto (25 gennaio 1983) che alzarono il coperchio di una pentola di commistioni, dove si scoprirà l’esistenza di episodi di corruzione fin dentro il Palazzo di Giustizia, un magistrato venne arrestato, il pm castellammarese Antonio Costa. «Ricordo che nel processo per la vecchia mafia di Trapani – ha detto Chicca Roveri rispondendo ad una domanda dell’avv. Mezzadini, difensore di Vincenzo Virga – c’era un memoria scritto dalla moglie di un mafioso di Paceco, risalente quindi ad anni prima dove si faceva il nome di Vincenzo Virga come capo mafia di Trapani». Ora Virga è imputato di essere il mandante del delitto Rostagno. «Mio marito aveva scoperto un sistema di collusioni, per questo è stato ucciso, mentre gli investigatori invece di indagare su tutto questo, si occupavano dei nostri amori, delle nostre spese, nessuno ha mai indagato e letto i redazionali di Mauro». Ci sono voluti 23 anni e le intuizioni dell’allora capo della Squadra Mobile, Giuseppe Linares e di un «brigadiere» di Polizia vecchio stampo, Nanai Ferlito, per fare scoprire per esempio che un accertamento balistico corretto su quelle cartucce e bossoli trovati la sera del 26 settembre 1988 a Lenzi, non era stato mai fatto. «Mauro qui faceva il giornalista in una città – ha proseguito Chicca Roveri – che conviveva con la mafia, forse ancora oggi se si pensa che l’attuale capo mafia latitante Messina Denaro vive attorno a noi».

 L’ex guru che ora fa l’ambasciatore. La Roveri si è anche soffermata sui rapporti con Francesco Cardella. «Non si fugge via dinanzi ai processi – ha detto – si viene qui a testimoniare anche se è cosa pesante e che dà sofferenze, invece di rilasciare interviste». Io quando fui arrestata la prima volta per le i corsi di formazione a Saman, ho affrontato il carcere, ho patteggiato ammettendo di essere stata disattenta e stupida, poi  arrivò l’arresto per il favoreggiamento ai presunti assassini di mio marito, non sono scappata sebbene nell’aria si coglieva qualcosa, ho affrontato anche questa indagine (prosciolta e archiviata ndr), Cardella oggi è lontano dall’Italia e non gli parlo dal giorno del mio secondo arresto, l’ho rivisto un giorno in questo Tribunale deponendo in un processo dove lui era imputato di truffe e peculati commessi ai danni della Comunità, e quando raccontai le sue malefatte mi diede della “bastarda” fatto che denuncia ai giudici. Oggi fa l’ambasciatore del Nicaragua presso i Paesi arabi, no, si badi bene, presso la Norvegia o la Scandinavia».

Nel processo è entrata anche la vicenda del famoso fax di «punizione» inviato da Cardella contro Rostagno. Il pm Paci lo aveva indicato come proveniente da Publitalia, in realtà si trattava di Publimilano. In quel «fax» Cardella dava a Rostagno dell’ingiusto, dell’ingeneroso, del pericoloso, dopo una intervista pubblicata sul mensile King a firma di Claudio Fava. Una intervista dove parlava di mafia e droga. Rostagno aveva messo all’epoca il naso dentro gli affari della massoneria segreta che teneva come tanti burattini uomini importanti della politica, della burocrazia, delle banche, della città, fili che entravano dentro palazzi importanti, la prefettura, la questura, ma anche nelle case dei mafiosi. Voleva capire di più e qualcosa la scoprì, della presenza del capo della P2 Licio Gelli a casa di mafiosi di Mazara e Campobello, il riferimento di Gelli sarebbe stato il capo della mafia mazarese, Mariano Agate, l’uomo più vicino a Totò Riina (che all’epoca era latitante a Mazara) e ai Messina Denaro di Castelvetrano.

 Con le mani sporche di sangue. Chicca Roveri rispondendo ai difensori dei due imputati, Vito e Salvatore Galluffo per Vito Mazzara, Giuseppe Ingrassia e Stefano Mezzadini, non si è tirata indietro, anche alle domande più dolorose, come quella sulla sera del delitto: «Mangiò, bevve, si fece una doccia?» ha chiesto l’avv. Salvatore Galluffo, «non mangiai certamente e non mi feci alcuna doccia – ha risposto la Roveri – sono rimasta con le mani sporche del sangue di Mauro fino al giorno del suo funerale».

 Le domande della difesa hanno girato e sono entrate all’interno di diverse vicende, la vita della comunità, il comportamento di alcuni suoi ospiti, gli atteggiamenti di Francesco Cardella, «esiste un elenco di politici che potrebbero avere avuto un ruolo nel delitto» ha detto l’avv. Vito Galluffo, e Chicca Roveri ha parlato della sua concezione di delitto «politico mafioso» che non è distante da quella pista che ha portato alla sbarra i due odierni imputati, Virga e Mazzara. «Credevo che indagavano sulla mafia, quando invece lessi i verbali, mi accorsi che dipingevano in malo modo e a discredito la figura di Mauro, quasi fosse un barbone». Chicca Roveri è stata ancora ieri un «fiume in piena». Nel 1994 racconta di avere avuto accesso agli atti quando ci fu la prima richiesta di archiviazione presso la procura di Trapani: «Non c’era nulla che riguardava la mafia, non c’era nulla che era relativo al suo lavoro di giornalista, ai suoi editoriali, niente di niente. Quello che ritenevo essere un suo amico, Cannas dei carabinieri, che incontrandomi mi aveva rassicurato che era sulla mafia che indagava, scrisse un rapporto dove la mafia non compariva per nulla».

Ha anche ricordato come per Rostagno non era facile fare il giornalista: «C’era un continuo verminaio che circolava in città su di lui, si diceva che era un illuso, la peggio cosa che era un terrorista, si parlava che con Cardella affamavano i ragazzi della comunità, l’importante è che non si diceva che Mauro invece faceva le indagini, parlava dei mafiosi, della raffineria di droga di Alcamo, Mauro doveva passare per un pazzo o un fetente, ma non si doveva parlare del suo lavoro giornalistico». E invece risultava che la gente di Trapani alle 14 era pronta a sintonizzarsi per sentire il suo notiziario. Non sono mancati i momenti di tensione, come quando l’avv. Vito Galluffo ha contestato alla teste che lei della pista mafiosa non aveva mai parlato, il difensore ha ricevuto una risposta stizzita della Roveri, ma ha subito l’intervento del presidente della Corte, il giudice Angelo Pellino, «forse avvocato – ha detto – nessuno glielo ha mai chiesto».

Le difese hanno cercato di portare il controesame anche su altri terreni, le relazioni che Chicca ha pure ammesso di avere avuto con altri uomini, ma è difficile trovare elementi in queste faccende che possano portare al delitto, «sono stati spesso racconti scritti come fantasticherie, vicende rappresentate come se fossero scenari da Beatiful» ha risposto la Roveri, «tutto questo per non seguire la pista mafiosa».

 La pista per la Roveri resta un’altra, porta a Cosa nostra e ai suoi intrecci. E l’elemento nuovo lo ha tirato fuori la Procura con il pm Gaetano Paci che ha prodotto così quel foglio che si diceva vergato da Rostagno, una serie di nomi incrociati, i contatti tra mafia, massoneria e istituzioni giudiziarie e investigative. È il lavoro da giornalismo d’inchiesta condotto da Rostagno che in quel 1988 dà fastidio. Lo stesso pm Gaetano Paci ha formalizzato a fine udienza, ai giudici della Corte di Assise, la richiesta di interrogare per la seconda volta due testi, ritenuti reticenti: il generale in pensione dei carabinieri, Nazareno Montanti, ed il luogotenente dell’Arma, Beniamino Cannas. La procura distrettuale antimafia di Palermo ha accertato che i due militari, autori di informative redatte su notizie fornite da Rostagno, sentiti come testi in aula, avrebbero omesso di parlarne. Anche di quel verbale di sommarie informazioni dove Rostagno parla di un incontro tra Licio Gelli ed il boss mafioso Mariano Agate.

Così come la difesa, quasi per replicare colpo su colpo, con l’avv. Vito Galluffo, ha anticipato che chiederà la ricitazione del ten. col. Elio Dell’Anna, a proposito di una confidenza da questi raccolta da un giudice di Milano, quello che si occupava delle indagini sul delitto Calabresi, sul fatto che Rostagno poteva essere stato ucciso per farlo tacere sui risvolti di quel delitto imputato ai suoi ex compagni di Lotta Continua. «C’è un redazionale di Mauro che parla chiaro – ha detto la Roveri – dove dice che lui e Lotta Continua con quel delitto non c’entravano nulla».

 Ucciso per qualcosa di grosso. La difesa ha poi introdotto il capitolo su presunte responsabilità di politici nel delitto. È stato citato un verbale dove la Roveri affermava di avere discusso con Cicci Cardella su possibili trame che potevano arrivare da ambienti socialisti a proposito di uno scandalo (marsalese). «Si tratta di politici che non erano pecorelle smarrite nel bosco – ha risposto la Roveri – non erano soggetti singoli staccati dal contesto criminale». Ma per lei troppo poco per parlare di omicidio: «Ho sempre avuto la certezza che dietro la morte di Mauro non solo ci fosse la mafia ma qualcosa di grosso tanto che oggi a 23 anni siamo qui a discutere se è stata la mafia a ucciderlo».

Anche con l’avv. Vito Galluffo c’è stata qualche tensione. «La teste deve sapere che questo difensore era amico di Mauro» ha detto il legale, «ma per cortesia!» la risposta della Roveri. Il processo prosegue il 4 maggio, quando verrà sentita Monica Serra, la donna che accompagnava Rostagno in auto quella sera del 26 settembre 1988.