L’odore della città

(di Olga Lumia)

Mancava ai vicoli oscuri o illuminati dai flash dei turisti. Alle giornate in macchina sotto la pioggia battente e sopra i sampietrini. A quella voglia di incontrarsi che non coincideva più con il solito specchio.

    Agrigento, eppure, era lì, sputtanata e immobile, coi suoi Templi e chioschi sul mare, la sua parlata aperta e la sua resa al riscatto. E, in ogni istante e parola, il confronto con la metropoli che aveva scelto, si faceva sempre più ovvio.

    “Si sente che sei siciliana”, sentenziava una qualsiasi, con lo sguardo camuffato da simpatico stupore. E partiva con l’imitazione dell’accento. Lei si chiedeva: “Fossi stata veneta o lombarda, l’avrebbe detto con la stessa faccia da idiota?”.

    Come se ci fosse qualcosa di strano nell’essere siciliani, invece che romani. “E, poi, se sono siciliana, e’ chiaro che si sente. Come si sente che sei romana e dici Itallia, invece che Italia”, pensava.

    Quei romani del “dimo”, “famo”, “magnamo”, tutti felici per la loro storia del Caput Mundi e tutti pronti ad una fettuccina e una bevuta in un dopoteatro, romani per caso, ma fieri di quella casualità,  li sentiva distanti e vicini.

    E, ora, si stava mescolando con quei romani che, con il loro sorriso, accoglievano tutto e tutti, ma non sapevano nulla della piccola citta’ che si affacciava immobile sul mare. Non sapevano di San Calo’ e del suo popolo triste e stanco che arrancava in salita, sotto il sole cocente e sotto la pioggia di pane; ne’ del vecchio pino perduto in una notte di bufera. Ne’ del Kaos e della lunga strada centrale che si snodava tra file di vecchie case e nuovi negozi. Ne’ del sole che batteva sui cornicioni, sui panni stesi ad asciugare e sui capelli dei bimbi che giocavano al Piano Lo Presti.

    Ma, forse, quei bambini, ormai, esistevano soltanto nella sua immaginazione. Adesso  che  il ventre della cittadina si era svuotato e le sue viscere erano scivolate verso la periferia, quei ragazzini erano adulti nei quartieri dormitorio.

    Centoventimetriquadri in cooperativa. Mafia. Vista mare. E una bella casa linda e luminosa, da alternare a otto ore di scrivania e computer al catasto.

    Ora, invece, lei viveva nella città più bella del mondo.

    La Roma immersa nel verde e nella storia, bagnata dall’acqua inquinata che, pero’, la sera, brillava alla luce della luna e delle vetrine scintillanti e faceva da specchio al Cupolone e a mille ponti, palazzi e statue.

    La Roma raccontata da De Sica, Flaiano, Fellini e Pasolini. La Roma incontrata nel bianco e nero degli occhi cerchiati della Magnani. La Roma dei teatri e delle mostre, del traffico colorato di lamiere e fari. La Roma dei politici e dei cortei, dei giapponesi e dei tedeschi. Del cacio e pepe e carbonara. Televisione e riflettori. E quintali e quintali di alberi verdi e ville comunali.

    Dall’altra parte dello stretto, intanto, la città di Empedocle, continuava a dormire, ignara di avere perso una figlia. Un’ intera famiglia.

     E le sue lunghe, lunghissime giornate, si lasciavano ancora scandire dalla brezza marina che sfidava la collina al tramonto e dalla passeggiata in via Atenea con il quotidiano sotto il braccio.

     Agrigento l’indolente, nascosta sotto il cemento anni Settanta. La piccola città, con il suo unico significato e i suoi tanti significanti. Paralizzata, ignorante e colta, luminosa, bella, disoccupata. Noiosa, abusata, rilassata. Col mare. Gioiosa, provinciale, bacchettona, ultramoderna. Coi divorziati e le famiglie allargate e i suoi palazzi da venti piani. Il centro storico marcio, i quartieri dormitorio, l’acqua che mancava, i soliti pazzi per le vie e i soliti politici dentro le stanze. I  soliti discorsi di cambiamento.

     Così stava cercando di iniziare a scrivere il suo racconto su Agrigento e sulla sua misura. Sciasciana sicilitudine.

     Ma, poi, mentre scriveva, l’aveva assalita un odore, un profumo vischioso e fresco, antichissimo. Impetuoso e pungente. Le sembrava l’odore delle sei del pomeriggio, a maggio o settembre quando, con la vespa, andava al mare e passava sotto i Templi.  In mezzo a gerani, agavi e gelsomini.

    A sinistra della sua testa, le colonne doriche, immobili e fiere, scandivano i mandorli che accoglievano gli uccelli al tramonto. A destra, si lasciava dietro la città sempre più piccola, tenuta insieme da due o tre noti grattacieli.

    A quel tempo, non sapeva ancora quanta distanza avrebbe messo tra sé e le sue persone, le loro case e le loro vite. Tra sé e la sua città.

    Adesso, con il suo portatile sulle ginocchia, in una sera piovosa a Roma, molti anni più lontana da quei pomeriggi in vespa, stava scrivendo il suo racconto sulla terra del suo ventre. Continuava a vederla.

Buttava lo sguardo oltre il vetro imperlato di pioggia, scavalcava le migliaia di auto in fila per il ritorno a casa e, dietro il Colosseo, poggiava le mani sulla ringhiera tiepida del Viale della Vittoria. Nel 1984.

Da qualche parte, arrivava una musica gracchiante, sputata fuori da una polverosa autoradio di un qualunque diciottenne “prendo la  tua macchina papà”.

Anastasia, grandi cerchi alle orecchie e capelli nero corvino, biascicava parole di scuola e, intanto, lei lasciava che il suo sguardo adolescente andasse oltre la ringhiera grigio-fascio del Viale e scendesse per la valle, rimbalzando sui tetti delle case abusive, per sostare un poco sul porticciolo e perdersi nel mare.

La grande luce che invadeva quella giornata, le impastava le emozioni. E non l’avrebbe più lasciata.

Avevano le spalle coperte da un picchetto di amici che presidiava, ogni giorno all’uscita di scuola, lo stesso pezzo di marciapiede e, lei e Simona, avevano  un albero. Il loro albero. Se ne stavano lì, appoggiate per ore, a parlare e a immaginare niente di chiaro. Soltanto i loro quindici anni, dentro quello steccato che vedevano rosa e del quale non cercavano l’uscita.

E, nelle giornate di quell’inverno sgretolato e nuovo, con l’aria limpida e frizzante che le segnava il profilo, gli stivali decisi sull’asfalto, la lunga sciarpa intorno al collo, da sotto la frangia dei capelli lei, in ogni angolo, incontrava con gli occhi l’odore della città.

 Camminava tra le facce che le andavano incontro per la strada, con la testa ferma e un mezzo sorriso provvisorio sulla bocca. Il suo passo scandiva il tempo come un metronomo.

All’improvviso una melodia. Annunciato da un piccolo fremito,  l’odore di sempre. Era accanto e dentro di lei. Fuori dai suoi jeans e dentro il suo petto.

Lo stesso aroma che sentiva da bambina, d’estate, con le finestre della casa di Via Atenea aperte. Quando il sole se ne era andato appena via, soddisfatto.

 La luna filtrava e argentava tutto intorno.  Lei fluttuava sul dondolo e si lasciava carezzare dalla brezza leggera della sera e dal richiamo dei gerani nella terrazza.

 Da Via Giambertoni arrivavano vocii di passanti e odore di mare, misto a quello di pietanze d’”Ambasciata”. Uno ad uno, quell’odore, conquistava i gradini del Cortile Contarini e la cingeva piano. Mentre la sua ombra allungata sulla parete, intrappolava  l’attimo e lo proiettava nel passato e nel futuro, evaporando in un’eterna, leggera, nuvola di brividi e profumi.

La piccola città, con i suoi tetti e uccellini, appariva, allora, come il “migliore dei mondi possibili”. Accadeva lì, in quei momenti. Cercarlo altrove era impensabile. E quel profumo, le dava la certezza di avere in mano la vita e tutte le sue chiavi.

     Invece, in un qualunque giorno romano, senza odore, una festa di speranze e un funerale di paure, alternavano frastuono e silenzio nella sua mente e si davano il cambio a rintocchi. Come quelli di un’enorme, paurosa campana, che esplodeva in un suono fragoroso e possente. E che  lei non  poteva capire perché le entrasse dentro e vibrasse nelle viscere ma, poi,  le dava il tempo per un respiro breve e profondo.

    Quel giorno, la luce della stanza si faceva grigia come la sera, come l’inizio del futuro di lei senza la sua città, come la strada interminabile e fredda che avrebbe percorso a piedi verso casa. Come quei maledetti gradini lucidi, che faceva finta di scendere sicura, ma le scappavano sotto i piedi, come dei fottuti tapis-roulants.

    E lei, lo sguardo tra il meravigliato e il triste speranza non concessa, guardava dentro di sé la sua città farsi sempre più piccola in lontananza e sparire dietro le pieghe del suo cuore.

    Adesso, irrimediabilmente in strada, camminava scansando ad ogni passo il rumore terribile e spaventoso delle parole dei passanti, le loro facce deformate e senza occhi, roteanti in mezzo alle luci di quella sera illusa, con le sue piccole aspettative di fine settimana appena arrivato. La lunga sciarpa intorno al collo e gli stivali sull’asfalto.

    Il passo di lei, non batteva il tempo come un metronomo, giacché non c’era nessuna musica che si avvicinava, ma soltanto un lungo, eterno sconforto che si faceva spazio tra quella folla estranea che le veniva incontro. Senza poterla salvare.   

    Però, lontana dai suoi luoghi, in giornate così diverse per ritmi, facce e pensieri, sempre e con forza, continuava ad accaderle.

    Assalita dall’odore della sua città, in mezzo al traffico, barricata nella sua auto con i finestrini serrati allo smog metropolitano, dietro la scrivania al lavoro, con la testa sul cuscino, comunque e ovunque, avvertiva il bisogno di incontrarla. Non per tornare fisicamente indietro, a ripiegarsi su se stessa.

    Era invece un bisogno diverso, letterariamente noto a chiunque avesse letto dei siciliani che lasciano la loro terra. Il bisogno di continuare a tenere stretta la propria carne e proteggerla. Di continuare a respirarsi come quello stesso odore.

    Un’urgenza, un’istintualità, che la portava ad associare ogni cosa facesse, vedesse o ascoltasse ad ogni cosa che avesse fatto, visto o ascoltato dal punto di vista di un altro sole.

    Era l’odore dei bambini del Piano Lo Presti, dei loro capelli e golfini.        Della salsedine sulla pelle e del pane di casa. Delle albe di Capodanno e del piccolo bosco accanto alla spiaggia. Delle gomme da masticare, dai mille colori, dentro un’ampolla, in una bottega di Via Foderà. Di una rosa che l’aveva ferita. Del tufo muschioso delle vie strette e umide del centro.

    Era il bisogno di sentire parlare come lei al Chiostro del Bramante o in Piazza di Spagna. Di coincidere con i tempi dilatati e lenti della sua stessa dilatazione  e lentezza.

    “Sai che l’odore è la cosa che ricordiamo più a lungo durante tutta la nostra esistenza?- Gli diceva con l’aria distratta e lo sguardo fuori dal finestrino- si imprime indelebilmente nella nostra mente e nel nostro cuore. Gli odori rimangono per sempre. Le immagini sono più deboli”.

     E, per questo, l’odore era comunque ritrovato, anche adesso che appariva perduto. Perché sarebbe rimasto sempre lì, dentro e fuori dal tempo, sospeso con lei in un’eterna coincidenza.

     Perché il tempo e lo spazio erano soltanto un modo di calcolare i movimenti, una costruzione mentale, concetti relativi.

Adesso, lei sapeva che un movimento sotto il sole, un soffio di frescura a sfida dell’asfalto cocente, i quartieri che l’avevano cresciuta, lo scivolarsi l’uno dentro l’altro, attraverso gli occhi, con chi avrebbe amato, il dondolo coi gerani, i viaggi già fatti e quelli da fare, erano tutti racchiusi lì. Nell’abbraccio apparentemente svanito tra lei e l’odore della città.

Tutto cio’ che era successo e che sarebbe accaduto, avrebbe continuato ad essere in un eterno Adesso. Così lei avrebbe continuato a sentirlo ogni mattina, prepotente, nell’aroma del caffè e dentro lo stupore di ogni sua notte.

E, quell’odore di terra secca e gelsomini, di “rabbateddru” , limoni e salsedine, se lo sentiva appiccicato addosso e dentro.

Perché non bastavano il Circo Massimo, i ponti, le chiese, i palazzi nobiliari e le infinite statue a fare da scudo a quell’ impeto quotidiano. A quella voglia di tornare a coincidere con se stessa nei ferragosto in spiaggia o nei pomeriggi pungenti, davanti alla bifore di Santo Spirito. Allo scorcio di quadro svelato, camminando per Via Atenea e gettando lo sguardo in Via Giambertoni.

La piccola città svettava alta in cima ai suoi pensieri, sfocata e irraggiungibile. Avvolta nel pulviscolo d’Africa e odorosa di canditi e ricotta. Discreto acquerello senza tempo, da guardare in cartolina e immaginare piano.