Cimitero mediterraneo

C’è l’insopportabile cinismo di Belusconi che nel giorno della tragedia promette di passare il prossimo week end a Lampedusa e scherza, gigioneggia, si lascia andare a battute buone per l’eterno, pessimo avanspettacolo cui ha ridotto anche la tragedia infinita dell’immigrazione.”Ho registrato il marchio bunga bunga, lo userò in tutte le regioni”,dice davanti ai “governatori” riuniti per discutere dell’emergenza profughi dalle coste del Nordafdrica.E c’è il dolore misto alla gioia di chi, tra quei 250 corpi inghiottiti da onde altre tre metri, pensava di aver perso tutto e con una telefonata ritrova un filo di speranza. E la disperazione degli elicotteristi della Guardia di Finanza che impotenti vedono galleggiare  tra le onde del canale di Sicilia decine di corpi.”Piccoli erano corpi di bambini.Dall’alto sembravano bambolotti sballottati dalle onde”, ci racconta chi dal cielo sta pattugliando il mare alla rricerca di altri superstiti oltre  i 51 già portati sulla terraferma.Peter Hugoi è un ragazzo eritreo di 24 anni, è nel piccolo Poliambulatorio di Lampedusa avvolto in una coperta termica.Ha visto la morte in faccia.Le acque gelide del Mediterraneo gli hanno paralizzato muscoli e volontà. Ha bevuto un thè caldo, si è riscaldato col tepore flebile di una stufetta elettrica e ha ripreso un pò di forze.

Le usa per raccontare la sua tragedia.”Ho perso tutto,le onde erano altissime, soffiava un vento forte,ho visto sparire lfidanzata”.Gli occhi si abbassano, un nodo in gola spezza le parole di Peter. Medici, soccorritori e giornalisti ammutoliscono.Un silenzio di compassione che, per mirscolo,viene rotto dallo squillo di un cellulare.. E’ la raagazza, la giovane fidanzata di Peter.L’hanno salvata, è viva ed è a Lampedusa, alla base Loraan.Si riabbracceranno presto.E’ solo una delle òpochissime storie a lietop fine dell’ultima tragedia nel Canale di Sicilia. Il naufragio del barcone partito dal porto libico di Zuwarah con a bordo tra i 250 e i 370 profughi.Erirtrei, somali, nigeriani, sudanesi, lavoratoiri schiavi nelle città libiche, e forse prigionieri nelle galere o nei centri di detenzione per clandestini di Gheddafi.Erano partiti sei giorni fa, riferiscono alcuni testimoni (altri parlano di una traversata solo tre giorni),a bordo di un barcone di pesca.Quattrocento dollari il prezzo del viaggio della speranza che doveva portarli v ia per sempre dalla guerra e dal regime.Stipati in 250, o forse più ( sul numero le testimonianze dei sopravvissuti sono vaghe) su un legno che in genere trasporta poche decine di persone. Forse senza “un comandante”, o scafista, perchè la metodologia adottata dalle oprganizzazioni di trafficanti di uomini non lo prevede più. Troppo rischioso , meglio affidarsi ad un gps che fissi la rotta in direzionde del faro di Lampeduisa.”Tecnicamente si può fare – dice Antonio Morana, comandante della  Capitaneroia di Porto dell’isola- ma basta un mare grosso come quello di queste ore e tutto finisce in tragedia”.

L’allarme  è arrivato all’alba , lanciato dalle autorità militari di Malta alla Capitaneria di Porto di Laampedusa.La barca è a 39 miglia dall’isola, ancora in acque territoriali maltesi.Secondo la ricostruzione di una nostra fonte,le autorità di Valletta forniscono una descrizione “non allarmante” della situazione.Il barcone dei profughi imbarca acqua ma il motore funziona, questo vuol dire che le pompe per espellere l’acqua funzionano. Il mare nelle acque di Lampedusa è forza 4, sul òpunto dove si trova il bartcone è 5/6, con onde alte fino a 3 metri e un vento che soffia a 29 nodi.I mezzi della Capitaneria partono subito da Lampedusa.La situazione è grave, vengono allertati e trasferiti sul posto anche la nave “Flaminia” e il motopeschereccio della marineria di Mazara del Vallo, Cartagine. Quando la motovedetta italiana arriva sul punto il motore del barcone è fermo, il legno imbarca acqua.l mezzo italiano offre un “ridosso” all’imbarcazione proveniente dalla Libia (tecnicamente fa da riparo). All’improvviso, racconta la nostra fonte, la barca dei profughi si è “traversata”, nel senso che ha offerto kil fianco alle onde. E’ stato quello il momento del massimo panico, la gente sul barcone sovreccarico si è spostata tutta su un lato.”Siamo salvi”, raccontano i superstiti. Questo gridavano donne, uomini e bambini che tendevano le mani ai soccorritori. Una situazione rischiosissima, che rischia di far capovolgere il barcone, dalla motovedetta italiana viene lanciata una cima per cercare di raddrizzare l’imbarcazione.perazione inutile perchè il legno dei profughi si incrina su un lato, forse si spacca (le testimonianze sono ancora contraddittorie), centinaia di profughi  finiscono in mare.Una scena apocalittica, che ci viene raccongtata da chi ha assistito al naufragio.”ho visto uominoi colare a picco subitoi, altri che pure nuotavano e potevano salavarsi,lanciarsi in direzione dei loro amici per aiutarli.L’acqua era  gelida a quel punto.Quando ti avvolge ti blocca. Il corpo va in ipotermia, si paralizza e tu vai a fondo come un pezzo di marmo”.Cinquantu no sopravvissuti (c’è anche una donna incinta all’ottavo mese), 250 dispersi nel Canale di Sicilia,40 donne, tantissimi bambini. Fuggivano dalla guerra e sognavano pace e libertà.

(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 7 aprile 2011)