Arrestato ‘O copertone’, il ragioniere dei Casalesi era ricoverato in Alta Irpinia

(di Rossella Fierro)

Soprannome macabro per il cassiere dei Casalesi, Vincenzo Schiavone arrestato nella notte di Pasqua a Sant’Angelo dei Lombardi, in provincia di Avellino. ‘O copertone’. Così era soprannominato il cugino e uomo di fiducia di Sandokan, nomignolo macabro per uno dei 100 latitanti più pericolosi d’Italia, tra i killer più spietati  del cartello camorristico di Casal di Principe. ‘O copertone’ aveva l’abitudine di bruciare le sue vittime insieme a resti di pneumatici all’interno di una delle centinaia di discariche abusive del territorio campano. Ricercato dall’ottobre 2008, per essere sfuggito all’esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa il 16 settembre 2008 dal Gip di Napoli Alberto Capuano, nell’ambito dell’operazione Spartacus III svolta dalla DDA napoletana, Vincenzo Schiavone, 37 anni, si trovava nel paesino dell’Alta Irpinia da sei giorni, ricoverato sotto falso nome presso una clinica privata, la “Don Gnocchi”, per un percorso riabilitativo in seguito a problemi oncologici avuti in precedenza. Si è lasciato ammanettare senza opporre resistenza. Quando gli uomini della squadra mobile di Avellino e del commissariato di Sant’Angelo dei Lombardi hanno fatto irruzione nella stanza numero sette della struttura ospedaliera, Schiavone era circondato da parenti ed altri degenti ignari della reale identità del loro vicino di letto. Nel suo computer tre anni fa, la polizia ritrovò l’intera contabilità del clan con i nomi di tutti gli imprenditori e i commercianti, sottoposti al racket. ‘O copertone’ cassiere, capo delle ‘risorse umane’, una sorta di amministratore delegato del clan, capace di gestire meticolosamente fatturati di centinaia di milioni di euro, con entrate e uscite mensili. Come in una vera azienda, nei libri contabili di Vincenzo Schiavone era tutto registrato: 4mila euro al mese per Francesco Schiavone e Giuseppe Russo, mille per Luigi Basile ex autista di Antonio Bardellino, e così via: 140 affiliati percepivano regolarmente stipendio fisso dalle mani di Schiavone, per un ammontare di circa 300mila euro. Tra i vari capi d’accusa associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione pluriaggravata, ricettazione, porto e detenzione illegale di armi da fuoco. Schiavone è stato individuato grazie ad un lungo lavoro di indagine svolto dagli agenti del vicequestore di Avellino, Pasquale Picone, in coordinamento con la Dda di Napoli.

Se il ministro Maroni si è immediatamente complimentato con il capo della polizia Antonio Manganelli, di origini avellinesi, per aver portato a casa “un’altra grande affermazione dello Stato contro la camorra” perché “con la cattura del suo cassiere il clan dei Casalesi è sempre più debole, colpito al cuore dei propri interessi patrimoniali”, Rosario Cantelmo, procuratore aggiunto della Dda di Napoli, ha espresso la sua preoccupazione per la contaminazione criminale che sta investendo l’Irpinia, da sempre territorio “franco” nella geografia camorristica campana. “L’Irpinia – ha commentato  Cantelmo  – viene considerata una zona tranquilla, ma, tuttavia, non è nuova a questo tipo di vicende e già in passato è stata utilizzata come nascondiglio: nel novembre 2009 furono infatti arrestati a Monteforte Irpino, i fratelli Nicola e Pasquale Russo, capi dell’omonimo clan Nolano, ricercati da 16 anni. Oggi, invece, è toccato a Schiavone che, pur trovandosi in una struttura sanitaria da almeno sei giorni, sembra non  avesse esibito documenti per il ricovero. Abbiamo vinto una battaglia, ma non la guerra”.