Trapani: strane dimenticanze

L’aula del Consiglio provinciale dedicata a Mattarella, mentre gli enti locali dimenticano cosa sia la lotta alla mafia.Salvatore Messina Denaro il fratello del boss latitante Matteo verrà giudicato per le sue accuse di mafia col rito abbreviato senza che il Comune di Castelvetrano “patria” della cosca belicina si è costituito parte civile. Svista e dimenticanza dichiarate dal sindaco Gianni Pompeo sono rimaste tale e quali. “Se avessero voluto farlo -­ dice l’avv. Peppe Gandolfo attivista di Libera e legale dell’antiracket di Marsala che ha ha chiesto di costituirsi nei confronti dei quattro soggetti, Messina Denaro compreso, che hanno chiesto il rito abbreviato ­– poteva farlo, la costituzione era possibile, mentre per gli indagati che hanno deciso di affrontare  il rito ordinario, se rinviati a giudizio, ci sarà tempo, per tutte le parti offese che lo vorranno fare, e noi come antiracket di Marsala lo faremo, di costituirsi parte civile”. Unico ente locale presente è il Comune di Campobello di Mazara, altre parti civili sono Confindustria, due imprenditori, il fondo antiracket italiano, Addiopizzo. Continuano a disertare l’udienza sebbene avessero avuto diritto quantomeno ad avanzare richiesta di ammissione, la Regione, la Provincia regionale, il Comune di Partanna. 

Tutto questo accade mentre a 31 anni dal delitto del presidente Piersanti Mattarella la Provincia regionale di Trapani ha deciso sabato scorso di compiere un gesto importante dedicando l’aula del Consiglio provinciale ad un uomo che ha interpretato l’impegno politico come servizio ai cittadini, onorando la storia e la cultura della Sicilia cercando di difenderla dalle barbarie criminali e mafiose, dai corrotti e dai collusi. Oggi la Provincia regionale di Trapani colma un debito con uno dei suoi figli migliori e cerca di mettersi di più dalla parte di chi vuole governare coniugando questo esercizio di potere con il verbo servire e non con quello comandare o ancora peggio prevaricare.

 La soddisfazione però non può essere solo esercizio di retorica. Nei fatti la lotta alla mafia e il no alla mafia è solo parolaio. Ed allora c’è da ritenere che la presenza in altro processo, come quello per il delitto Rostagno, c’è stata forse ben sapendo dei riflettori che su quel dibattimento si sono inevitabilmente accesi. Processo dal quale è pure assente il Comune di Castelvetrano, sebbene risulti agli atti del processo che il delitto di Rostagno fu deciso in quel 1988 a Castelvetrano durante un summit presente il patriarca della mafia belicina, Francesco Messina Denaro. Ma anche in questo caso c’è stata una svista.

 Il pensiero comune che passa per la provincia di Trapani, per le stanze della politica e delle istituzioni resta purtroppo di grave sottovalutazione: si ritiene, come una volta ebbe a dire l’ex procuratore aggiunto della Dda di Palermo, Roberto Scarpinato, oggi procuratore generale a Caltanissetta, che l’organizzazione mafiosa resti quella impersonata da personaggi che l’hanno gestita tenendola lontana dai palazzi della politica, delle istituzioni, della economia. E invece non è così, e il presidente Mattarella l’aveva compreso e forse anche per questo fu ucciso. E l’aveva capito dando forza a quella spinta popolare che negli anni ’80 metteva in luce i segni di una crisi forte che doveva essere risolta dalle istituzioni, e Mattarella stava facendo questo, stava facendo crescere il Parlamento e il Governo regionale, ponendoli al fianco dei cittadini siciliani. Togliendo potere ad altri. Da atti processuali risulta che abbia messo alla porta anche personaggi politici discussi del trapanese, soggetti che volevano speculare costruendo anche laddove era impossibile costruire, come a Scopello dove qualche colpo di cemento si è riusciti comunque a metterlo, o ancora volevano realizzare una banca. I nomi sono ben conosciuti ma si fa finta di nulla: si tratta di un imprenditore Lo Presti, sparito per lupara bianca, e del suo socio, l’ex capo degli andreottiani trapanesi e deputato regionale della Dc, Pino Giammarinaro. Oggi Mattarella non c’è più, quella crisi della politica degli anni ’80, fatta di collusioni, inciuci, corruzione, l’abbiamo scoperta anni dopo, sappiamo di politici che si sono mossi nelle stanze più oscure della politica, grazie a questi intrecci negli anni 2000 abbiamo scoperto che ingenti risorse finanziarie sono finite nelle mani sbagliate, grazie ad alcuni di questi politici la mafia ha preso in mano le chiavi di casseforti pubbliche facendole diventare private, oggi c’è una nuova mafia che si muove a fianco di un mondo politico nuovo che a parole cerca la riscossa, sorge qualche dubbio se è davvero così per tutti perchè purtroppo restano bene attivi anche quei personaggi osteggiati da Mattarella.

 Non si parla molto e bene della mafia sommersa e di quella che è diventata impresa “e allora (cito ancora Scarpinato) mi sovviene una massima di saggezza popolare che insegna come le cose più importanti non sono quelle che si dicono, ma quelle che si tacciono”. A questa massima i politici non vogliono togliere alcun fondamento di verità, si permette alla mafia e ai suoi nuovi complici, tanti colletti bianchi, di restare ed entrare anche dentro i palazzi rimasti inviolati, mortificando e aggredendo il libero voto popolare. Suscita scandalo oggi il rientro in politica di un ex politico che ha patteggiato la pena, l’alcamese Norino Fratello, ha usato i benefici di una legge, ha ottenuto un assenso a vedersi cancellata la condanna, che nessun organo poteva rifiutarsi di concedere, perché ci sono leggi scritte in un certo modo, il cittadino però se vuole potrà rendere vano ogni desiderio, con l’arma del voto, dicendo no alle clientele.

 Ma quali sono le sollecitazioni che vengono dagli enti locali delle cui omissioni spesso non si parla preferendosela prendere con investigatori e inquirenti come se fossero solo loro le responsabilità, disconoscendo invece sacrifici compiuti e disinnescati da norme provvidenziali per gli indagati. Oggi in provincia di Trapani è stretto l’accordo tra la “borghesia” e la “lupara”. Ma oggi come ieri, le telecamere, i media, gli apparati culturali  sorvolano sugli interni borghesi, preferiscono  soffermarsi su altro. “Non si riflette mai abbastanza – dice ancora Scarpinato ­- sul fatto che il rapporto tra mafia e potere non opera solo nel momento dell’agire criminale, ma anche in un momento preliminare: quello strategico della costruzione del sapere sulla mafia, che poi si traduce nella  costruzione politica  della percezione sociale della mafia”.

 Ed allora? Sono pochi in questa provincia coloro i quali si sono dati un impegno, quello di lavorare, anche culturalmente, per dare alla gente elementi per avere la percezione della presenza della mafia che non è qualcosa di evanescente ma di reale, che vive di una cultura che va messa da parte, cacciata via, quella cultura che di tanto in tanto fa dire a qualcuno che di mafiosi ce ne vorrebbero uno ad ogni angolo di strada per garantire ordine e rispetto. Per fare questo c’è lo Stato con la sua costituzione e le sue leggi e non potrà mai esserci altra cosa che sostituisca questo sistema di legalità, perché la mafia rappresenterà sempre e comunque violenza, morte, illegalità. Ma spesso accade che sviste e dimenticanze non danno tempo a molti amministratori e politici e non solo del trapanese di fare queste riflessioni. Politici e amministratori che spesso citano Sciascia per parlare male dell’antimafia dimenticando quello che di più importante, a parte la storia dei professionisti dell’antimafia, Sciascia andava dicendo che la battaglia più importante per la supremazia democratica lo Stato la combatte in Sicilia. Sciascia lo diceva ieri, ma continuerebbe a dirlo certamente anche oggi. Sviste e dimenticanze a parte.