Lettera aperta a Angelo Provenzano

(di Giuseppe Lumia)

Signor Angelo Provenzano,lei non è il figlio di un boss mafioso che vive nell’Ottocento. Lei vive in una società progredita, ha studiato e possiede tutti gli strumenti per capire che non sono in gioco i diritti alla salute e alle cure di suo padre, ma le pesantissime responsabilità di chi si è macchiato di reati gravissimi e che ancora oggi tace e continua ad essere un esponente di primo piano di Cosa nostra. Questo è un dato di fatto col quale lei deve fare i conti.
Di fronte a ciò, infatti, non si può reagire con l’ipocrisia o il negazionismo. Il figlio di un boss del calibro di Provenzano non può far finta di nulla, a meno che la cultura mafiosa lo pervada al punto tale da non essere più in grado di comprendere quale sia la realtà dei fatti e da ritenere che esista sempre una scorciatoia, una soluzione accomodante e compromissoria per ottenere un privilegio.
Diciamo le cose come stanno: Bernardo Provenzano è stato un boss che si è macchiato di efferati omicidi, si è fatto carico di orribili stragi, ha organizzato una delle più potenti e collusive “Cosa nostra”. Ha negato diritti e umanità a tanti servitori dello Stato e ha danneggiato non solo il territorio di Corleone, della Sicilia, ma anche il Paese sotto il profilo della credibilità istituzionale e tenuta democratica.
Nonostante tutto questo il boss mafioso Bernardo Provenzano ha diritto ad essere curato. Non il diritto al privilegio ad essere curato a casa, ma nelle strutture carcerarie che sono organizzate per farlo, secondo le regole del 41 bis e dell’ordinamento penitenziario; regole che non possono essere viste come un fastidio, nè come una vendetta, ma come l’esercizio dei doveri della giustizia.
Adesso mettiamo da parte suo padre e, visto che lei si è esposto pubblicamente, accetti il confronto.
Primo: perché usa ancora un tono giustificatorio nei confronti della mafia? La mafia è sempre stata un male e una rovina.
Secondo: piuttosto che glissare su cosa sia la mafia oggi ci dica la sua opinione e ne prenda le distanze, in modo chiaro e netto, senza esimersi dal dovere che ogni cittadino ha di essere contro la mafia.
Si documenti sulla storia di Peppino Impastato e veda di prenderne qualche sprazzo di esempio per produrre una rottura culturale dentro di sè, in famiglia e così anche nella società.
In sintesi, se vuole riassumere in sè il ruolo di figlio che ama il padre e quello di cittadino che rispetta le regole della democrazia ha solo una strada: trasformi la rabbia che ha in corpo in coraggio per convincere suo padre a collaborare e svelare cosa è avvenuto in 50 anni di collusioni tra mafia, politica e pezzi deviati delle istituzioni. Così potrà guardare negli occhi suo padre, libero da qualunque forma di complicità e omertà e riscattare se stesso e il futuro dei Provenzano da una maledizione a cui difficilmente potrete sottrarvi, soprattutto sul piano morale e umano.