Eldorado Molise. Il pericoloso depuratore consortile

(di Paolo De Chiara)
Un tanfo incredibile. Una puzza insopportabile. Intorno al depuratore consortile, che inizialmente doveva “servire” solo tre Comuni della provincia di Isernia (Carpinone, Pesche e Pettoranello di Molise), ci sono anche diverse abitazioni. Dal 2002, anno di nascita della struttura pericolosamente abbandonata, restano ancora diversi interrogativi. Dopo le autorizzazioni, la gestione, il traffico di rifiuti pericolosi, le irregolarità, le ispezioni dell’Arpa Molise e dei carabinieri, le interrogazioni parlamentari e regionali, la revoca delle autorizzazioni, la messa in liquidazione e il fallimento della società di gestione (la Carpino Ecologia a r.l.) rimangono ancora troppi punti oscuri. Scrive l’Arpa Molise nella relazione del 7 agosto 2003: “si ritiene che siano state violate le prescrizioni contenute nelle due determinazioni dirigenziali (128/2002 e 4/2003)”. Nelle conclusioni si legge: “i rifiuti pericolosi codice CER 07.07.01 vengono stoccati presso l’impianto in maniera non idonea e tale da provocare danno o pericolo per la salute pubblica e per l’ambiente”. Ma la relazione dice anche altro. “Le operazioni relative alla movimentazione dei rifiuti non vengono condotte con mezzi e sistemi tali da evitare perdite o dispersioni” e “non sono state annotate le operazioni relative allo scarico di rifiuti”. Perché è stato commesso tutto questo? L’Arpa, nella relazione, chiese la revoca delle determinazioni dirigenziali. Che arriverà con il provvedimento regionale 144 del 15 settembre 2003. Da allora cosa è cambiato? Perché si sente ancora quel forte tanfo? Cosa c’è ancora lì dentro? Come mai l’impianto, ancora oggi, è lasciato incustodito? Mentre la classe dirigente molisana continua a difendere l’indifendibile (“Questa regione – dichiarò lo scorso 24 novembre il governatore Iorio – non è l’«Eldorado» delle mafie, non è il luogo in cui possono essere realizzate impunemente impianti impattanti, discariche incontrollate o altri tipi di iniziative che sono in grado di danneggiare i cittadini o il territorio in cui vivono”) il depuratore continua ad essere accessibile a tutti. Il cancello d’ingresso è sempre aperto (perché danneggiato) e la rete metallica di protezione è stata tagliata a mestiere. Dentro si possono ancora trovare bottiglie di plastica con del liquido colorato, cisterne danneggiate con simboli che avvisano dei rischi per la salute, attrezzi, bidoni, recipienti aperti. Vasche di cemento piene (di cosa?), con chiari segnali di perdite. Rivestimenti inchiodati con tavole di legno. Già nel controllo ispettivo del 30 luglio 2003 si avvertono “forti odori, sgradevoli, acri e fastidiosi non solo in tutta l’area dell’impianto”. L’impianto di depurazione, per gli esperti, “viene utilizzato in modo difforme da quanto previsto in sede progettuale”. In che senso? “Le due vasche di ossidazione risultano utilizzate una come vasca di stabilizzazione dei fanghi e l’altra come vasca di stoccaggio dei rifiuti classificati con codice Cer 07.07.01”. Cioè pericolosi. “Di contro, le vasche progettate per la digestione dei fanghi vengono attualmente utilizzate per l’ossidazione dei reflui”. Nel registro di carico e scarico “sono annotate esclusivamente le operazioni riferite al carico dei rifiuti in ingresso all’impianto in parola e non quelle di scarico”. Il 22 luglio 2003 si è registrata anche la presenza (ma non solo) di una ditta del Nord (la Nuova Esa srl di Marcon, Venezia) impegnata a scaricare rifiuti pericolosi. Perché questo modus operandi? Sul depuratore continuano ad essere prodotti esposti. L’ultimo è stato inviato alla Procura di Isernia e alla Corte dei Conti di Campobasso dal coordinatore del Pcl Molise. “Perché gli ingenti danni ambientali – scrive Tiziano Di Clemente lo scorso 21 febbraio – causati dalla mala gestio amministrativa ed imprenditoriale devono rimanere a carico della collettività?”.
Ma perché nacque il depuratore consortile? Per smaltire le acque reflue di un’area industriale della provincia di Isernia. I Comuni interessati erano tre: Carpinone, Pettoranello e Pesche. Nel 2002 venne costituita la Carpino Ecologica per la gestione dell’impianto di depurazione. La società a responsabilità limitata, oggi dichiarata fallita, era costituita dal Consorzio Campano Trasporti Rifiuti con una quota pari a 50 mila euro e dai tre Comuni (Pesche, Carpinone e Pettoranello del Molise) con una quota di 25 mila euro. Con un capitale sociale sottoscritto (125mila euro) e un versato di 37 mila e 515 euro. Il Consorzio Campano Trasporti Ecologici (oggi Consorzio Campale Stabile), con sede legale a Benevento e guidato dal beneventano Alberigo Porcaro, attualmente è composto da 22 aziende consorziate. Che operano nel settore dei rifiuti. Nella relazione (6060 del 2003) del servizio prevenzione e tutela ambiente della Regione Molise emerge che il carico giornaliero per le esigenze dei tre Comuni era pari a 750 metri cubi. La potenzialità arrivava, però, sino a 4mila metri cubi al giorno. Nel novembre del 2002 (con determina dirigenziale n. 128) la Regione Molise autorizza, per cinque anni, la società Carpino Ecologica al “trattamento biologico-chimico-fisico e all’eventuale deposito preliminare nell’impianto di depurazione di rifiuti speciali non pericolosi provenienti da insediamenti esterni e conferiti con autobotti”. Dopo qualche mese la seconda autorizzazione. Il 9 gennaio 2003 (d.d. n.4) arriva il permesso per i rifiuti pericolosi. Nello stesso anno interviene l’Arpa con il controllo ispettivo, arrivato dopo le tante “segnalazioni telefoniche di alcuni cittadini residenti nel comune di Pesche, che lamentavano la diffusione di forti odori sgradevoli provenienti dal depuratore consortile”. Il quadro è drammatico. La relazione è chiara. Si elencano dettagliatamente i rischi, i pericoli e le operazioni che non si potevano fare. Il 21 agosto dello stesso anno arriva anche la diffida della Regione Molise. Entro 10 giorni la società doveva provvedere alla “totale eliminazione degli inconvenienti riscontrati nel corso degli accertamenti”. Con l’obbligo “di sospendere il conferimento dei rifiuti pericolosi e non pericolosi”, autorizzati dalle due determinazioni dirigenziali (128/2002 e 4 del 2003). Subito dopo l’interrogazione parlamentare di Nichi Vendola (Prc) e regionale del consigliere Italo Di Sabato (Prc) arriva la revoca delle autorizzazioni. Il 15 settembre 2003 (d.d. 144) viene revocata con effetto immediato “l’autorizzazione per il trattamento dei rifiuti classificati con il codice Cer 07.07.01 (pericolosi, ndr)”. Si fissa anche un termine. “Nella considerazione dei gravi inconvenienti ambientali determinati per aver acquisito e sottoposto a trattamento rifiuti pericolosi aventi caratteristiche e requisiti non conformi a quelli fissati dal provvedimento di autorizzazione” il dirigente regionale prescrive alla Società Carpino Ecologia di “provvedere, entro trenta giorni dalla notifica, alla rimozione ed al successivo smaltimento di tutti i rifiuti pericolosi giacenti presso l’impianto”. E’ stata mai rispettata la richiesta di bonifica della Regione Molise? Perché il puzzo fastidioso continua ad essere presente? Come mai è andata deserta la gara per la bonifica dell’area? Forse perchè i fondi (300mila euro) stanziati non coprirebbero i costi di bonifica? Da questa storia solo un funzionario “preposto alla gestione dell’impianto” è stato allontanato dalla Società consortile. Dichiarata fallita dal Tribunale di Roma nel 2008. Ma perché la sede legale, nel 2005, viene trasferita a Roma? E’ possibile accertare, oggi, che tipologia di rifiuti sono presenti nella struttura abbandonata e “aperta” a tutti? Perché l’impianto è stato lasciato incustodito? Ci sono prodotti pericolosi al suo interno? Con il nuovo esposto si attendono le mosse della magistratura pentra. Per capire cosa accade nella regione “eldorado”. Dove si continua a negare la presenza decennale delle organizzazioni malavitose. C’è l’imbarazzo della scelta. Per l’ex presidente dell’Antimafia Giuseppe Lumia: “le mafie sono arrivate. La ‘ndrangheta, la sacra corona unita (la cosiddetta “società foggiana” che è quella realtà pugliese che ha una sua consistenza) la camorra”. Troppi i segnali. A partire dalle inchieste, dalle denunce, dalle “strane” presenze, dagli affari, dagli arresti, dai sequestri di beni. Pochi giorni fa l’interrogazione parlamentare di Pina Picierno (Pd): “quali azioni intenda mettere in atto il ministro dell’Interno al fine di far piena luce sulla presenza di traffici di rifiuti e sversamenti abusivi in terreni e acque del Molise, tenuto conto che dall’inchiesta della Procura della Repubblica di Larino emergono contatti con aziende campane a rischio più volte attenzionate per i loro rapporti con la criminalità organizzata”. Anche la poca chiarezza “danneggia i cittadini o il territorio in cui vivono”.