Yara è tutto finito. Ritrovato il corpo

E adesso chissà se i poveri resti di Yara riusciranno a raccontare la verità sulla vicenda disumana di questa ragazza scomparsa tre mesi fa. Se riusciranno ad illuminare almeno per un attimo il tragico giallo della fine di una tredicenne che dalla vita aveva avuto tutto. Bellezza, salute, intelligenza e quella voglia di crescere, diventare donna,affermarsi che qualcuno ha spezzato. Qualcuno ancora tenacemente avvolto nelle nebbie del mistero. Il corpo di Yara è stato trovato a qualche decina di chilometri da Brembate., il luogo dove la ragazza era scomparsa la sera del 26 novembre scorso. Poco lontano dal centro che coordina le ricerche. L’ultima beffa che la sorte ha riservato in questa storia carica di misteri. Tante piste che sono state battute inutilmente in questi tre mesi, e ognuna sembrava puntare nella direzione giusta. Ogni rivelazione, ogni segno, ogni indizio anche minimo, sembrava indicare la strada per ritrovare Yara viva.
“Ho visto parlare Yara con due uomini”, rivela quasi subito un ragazzo. Si ricostruiscono gli identikit dei due, qualcuno altro parla di uno strano furgone che si vede girare per le vie di Brembate e che rallenta davanti alle scuole. Si fanno avanti anche veggenti a raccontare le loro sensazioni. Ma di Yara nessuna traccia. Neppura quella scovata dal fiuto dei cani poliziotto che fanno ritrovare un giubbotto nero in un cantiere, aiuta. Passano settimane e la ricerca di risultati a tutti i costi fa inciampare chi indaga. La vicenda del giovane marocchino Mohammed Fikri è l’errore più grande e pericoloso. Un colloquio telefonico in arabo tradotto male e il biglietto per un viaggio in nave in Marocco portano al fermo del giovane. Nei paesi attorno a Brembate, tra le villette che si contendono lo spazio con i capannoni di piccole industrie e i cantieri di centri commerciali, rischia di prender fuoco la voglia di farla finita con i “negri”.
Le prove contro Mohammed sono deboli, il colloquio è stato tradotto in modo equivoco, l’impianto accusatorio fa acqua da tutte le parti. Il giovane viene scarcerato e tutto rincomincia daccapo. Come il primo giorno. Ipotesi e voci, chiacchiere e sospetti si accavallano. Si parla anche della vendetta contro il padre di Yara, un imprenditore che anni prima aveva avuto rapporti conflittuali con una azienda legata a personaggi forse in odore di camorra. Anche questa pista si rivela sbagliata. Dov’ è Yara? Chi l’ha presa? Come è possibile che una ragazza di 13 anni, brava a scuola, senza amicizie equivoche, con una unica passione, quella della ginnastica ritmica, sparisca così? Sono settimane di angoscia per la famiglia Gambarisio, che sceglie di vivere il suo dramma nel silenzio. Il paese è preso d’assalto dalle telecamere, la loro villetta è circondata dai giornalisti , il caso di Sarah Scazzi si va esaurendo e la tv del dolore cerca nuovi drammi che possano arricchire l’audience. Ma i gambirasio si concedono ai fari della tv solo per dire poche, importanti e laceranti parole. “Ridateci nostra figlia. Aiutateci a ricostruire la via della nostra normalità. Imploriamo la pietà di quelle persone che trattengono Yara, desideriamo che nostra figlia faccia ritorno nel suo mondo, nel suo paese,, nella sua casa, nelle braccia dei suoi cari”: è l’appello letto dal padre della ragazza. Parole che non riescono a segnare il cuore di marmo di chi prese Yara la sera del 26 novembre. E ora tocca a quei poveri resti tentare di indicare la strada per dare un po’ di giustizia a questa ragazza morta a tredici anni senza un perché.