Una strage di Stato

(di Francesco Perrella)
Partecipare ad un evento organizzato dal Popolo delle Agende Rosse lascia dentro di se un emozione che poche altre volte si riesce a provare in situazioni simili. Non è solo la commozione del ricordo, non è solo il grido di chi vuole dire ancora una volta “io non dimentico”. Si avverte la netta sensazione di essere uniti e coesi, una grande famiglia che si riunisce non tanto per commemorare, ma per ribadire ancora una volta che gli uomini passano ma gli ideali restano. Come i novecento ragazzi (ma non solo) che ieri sera hanno letteralmente invaso l’aula magna della facoltà di economia alla Sapienza di Roma per assistere alla presentazione del film “19 luglio 1992 – Una strage di stato”, un progetto nato dalla collaborazione delle redazioni del blog di 19 luglio 1992 e del Fatto quotidiano e che porta le firme di Marco Canestrari e Salvatore Borsellino. Un film a metà tra il documentario e l’inchiesta, che si snoda con non poca difficoltà tra gli eventi che ruotano intorno alla scomparsa del magistrato Paolo Borsellino, ripercorrendo le tappe cruciali di quei primi mesi del 1992 che tanto hanno cambiato la storia del nostro paese. L’attività con il pool di Marsala, l’attentato al fraterno amico Giovanni Falcone, la nascita di nuove e ambigue sigle politiche siciliane, le indagini sui contatti tra mafia al sud e imprenditoria al nord, le tesi inquietanti su un patto nato nella zona grigia in cui stato e anti-stato avrebbero stretto l’alleanza per sopravvivere l’uno alla stagione di Tangentopoli, e l’altro a quella delle prime condanne eccellenti per associazione mafiosa. Un percorso scandito dalle testimonianze di quanti sono stati vicini al giudice Borsellino e tutt’ora condividono la sua battaglia per la legalità, come il collega e “allievo” Antonio Ingroia, il pm antimafia Antonino di Matteo, il vice-questore aggiunto Gioacchino Genchi, collaboratore del giudice Falcone che visse in prima persona le indagini su via D’Amelio, giornalisti come Marco Travaglio, Nicola Biondo, Giuseppe Lo Bianco e Umberto Lucentini, ma anche persone comuni come i volontari delle “scorte civiche” che si impegnano a dare il loro sostegno a quei magistrati che si ritrovano a combattere la criminalità in situazioni difficili. Si rivivono quei giorni anche attraverso la voce dell’attore Claudio Gioè, che la presta alle parole di Manfredi Borsellino. E non si può fare a meno che provare una viva emozione nel sentire ripercorrere i ricordi di Salvatore che ci parla di come il fratello fosse, ancor prima che un servitore dello stato, una persona di rara umanità; un uomo al contempo fragile e coraggioso, fedele ad i suoi ideali fino alla morte eppure fiaccato per gli eventi che vedeva svolgersi attorno a lui. Un film che non è solo il ritratto di un uomo e cronaca di un periodo, ma immagine della passione che le Agende Rosse (quelle che un tale definì “rosse comuniste”) trasfondono alla loro battaglia per la legalità, una lotta che non è più solo militanza ma è cultura dell’antimafia, è assumere quei valori e quegli ideali come un abito da indossare quotidianamente per sentirsi veramente uomini e donne liberi. Un movimento che non ha la minima paura di mostrare con orgoglio l’agenda che qualcuno ha deciso dovesse sparire, e che da simbolo dell’ambiguità e dello squallore di quella scellerata trattativa diventa ora emblema di un popolo che non vuole scendere a compromessi quando si parla di legalità.
Nel dibattito che è seguito alla proiezione emerge soprattutto il legame tra gli eventi di diciotto anni fa e l’attuale situazione italiana. Gioacchino Genchi, che ha posto l’accento sugli aspetti più controversi sulle indagini della strage di via D’Amelio, ha sottolinea come egli stesso non si aspetti “nulla da quelle indagini, fin quando l’Italia avrà come presidente del consiglio un uomo che ha avuto il coraggio di definire eroe un volgare assassino, un mafioso”. Enrico Fierro, giornalista del Fatto Quotidiano già impegnato nell’antimafia, ha ricordato di un un altro episodio inquietante, la misteriosa sparizione della nota redatta dal commissario Antonio Ammaturo sul sequestro di Ciro Cirillo e, parlando dei fatti di oggi, sottolinea come sia in atto una vera e propria “devastazione delle istituzioni” da parte dell’attuale classe dirigente, motivo per cui è errato considerare fatti come il “Ruby gate” di secondaria importanza. Il magistrato Luca Tescaroli, che lavorò accanto a Giovanni Falcone, paragona la nostra epoca all’ “età di Commodo”, in cui era lecito da parte di un criminale benestante mandare in rovina i suoi accusatori e scampare ad ogni processo, di un parallelismo tra il periodo delle stragi ed un’evoluzione della situazione politica in Italia. La serata si conclude con un commosso intervento di Salvatore Borsellino, che conclude dicendo “la speranza di Paolo non era per se stesso, perchè lui vedesse sconfitto quel cancro contro cui aveva tentato di combattere. La sua speranza era per i giovani, lui voleva per quei giovani un paese diverso, per quei giovani quel “fresco profumo di libertà”, ed io finalmente ho capito che sono questi giovani la mia speranza. E’ importante che questi giovani possano vivere in un paese che sia degno di potersi dire tale, in cui possano avere un futuro. Ed ora che ho capito che sono loro la mia speranza, ora che so che anche quando io non potrò più ci saranno loro a continuare a gridare “resistenza”, ora ho capito che potrò essere felice il giorno in cui andrò a trovare mio fratello”. Ed alza sulla testa l’agenda rossa con l’immagine di Paolo, in un esplosione di applausi.