Processo Rostagno: tra i documenti a cercare il movente

C’è un elenco di servizi giornalistici che messi in onda da Rtc a ridosso del delitto di Mauro Rostagno che di fatto era la «guida» giornalistica della tv locale, furono oggetto delle prime indagini della Squadra Mobile di Trapani. Notizie che secondo l’allora dirigente Rino Germanà, oggi questore a Forlì, e che il 16 febbraio verrà sentito nell’ambito del processo dove sono imputati i conclamati mafiosi Vincenzo Virga e Vito Mazzara, possono avere suscitato precisi fastidi, venivano toccati «affari» che erano così grossi da non potere escludere che vi potessero essere «interessi occulti», «mafiosi».

Germanà nel suo rapporto del 10 dicembre 1988 fa l’elenco di questi servizi: le vicende di malapolitica della famiglia Manuguerra (Psdi), la «tassa» imposta da soggetti per arrivare a Mothia, le indagini su Palazzo D’Alì, il processo per l’omicidio del sindaco di Castelvetrano Vito Lipari, l’informazione in Sicilia, i contatti tra la mafia di Catania e quella di Trapani, la scoperta a Trapani della loggia massonica coperta Iside 2, i traffici di droga, il concorso per vigili urbani a Marsala, gli spettacoli dell’ente teatro mediterraneo (Marsala) per i quali ci sarebbero state fatture gonfiate, indagini che non andavano avanti per le soffiate di un maresciallo (corrotto) dei carabinieri. Alcune di queste vicende portavano dritto in casa dell’allora potente Psi marsalese, e Rostagno (annota Germanà) ricevette copia anonima di atti giudiziari relativi a questa indagine con scritto a mano una sorta di sfida, se lui quella notizia fosse mai riuscito a divulgarla. Erano notori infatti i buoni rapporti tra Cardella, fondatore con Rostagno di Saman, la comunità di Lenzi davanti alla quale Mauro fu ucciso, e il senatore del Garofano Pietro Pizzo, ma meglio ancora i rapporti tra Cardella e la famiglia Craxi, all’epoca intoccabile politico nazionale. Rostagno dello scandalo parlò lo stesso in tv. E altro pare era pronto a dire. Una «gola profonda» di Mauro Rostagno potrebbe essere stato un sindacalista della Cisl marsalese, Nino Santoro che dopo il delitto avrebbe più volte contattato l’unico testimone oculare del delitto, Monica Serra, che viaggiava assieme a Mauro in auto, chiedendole se avesse riconosciuto gli assassini. Santoro però interrogato ha smentito la circostanza che scaturiva da ciò che la Serra (pure teste nel processo appena cominciato) aveva detto ai poliziotti, e aveva anche aggiunto di non avere mai parlato di «scandali» con Rostagno.

Intanto il processo alla sua prima udienza offre alcuni risvolti di cui parlare. l pronunciamento dei giudici della Corte di Assise di Trapani a proposito dell’ammissione delle parti civili al processo per il delitto Rostagno ha sancito ancora una volta che la mafia corre da queste parti più della politica, anticipa i tempi, Cosa nostra trapanese si è fatta già «la sua grande città», mentre i politici discutono ancora se creare una sola città unendo Trapani ad Erice.Le due città infatti non sono separate, esclusa l’antica vetta medievale, a valle il territorio è unico, Trapani ed Erice in certi punti sono città una dentro l’altra, con confini davvero risibili, che talvolta complicano, ma non rendono impossibile, la vita amministrativa, che se è problematica magari spesso lo è per colpa di funzionari e politici poco pratici. Il risvolto allora qual’è? E’ presto detto: i giudici hanno ammesso come parti civili i Comuni di Trapani, Erice ma anche Valderice (quest’ultimo maggiormente per il fatto che Lenzi dove fu commesso il delitto è frazione valdericina) sostenendo che si tratta di un unico territorio ma non parlando di “geografia”: hanno sostenuto che qui “non si possono coglire distinzioni” a proposito di esercizi dell’attività criminale e mafiosa. Probabilmente con la stessa motivazione poteva essere ammesso il Comune di Paceco, che fa parte dello stesso hinterland, che però non si è fatto avanti, così come non si è fatto avanti un Comune per il quale non si può parlare di continuità territoriale con gli altri ammessi, ma poteva essere parte in causa per l’origine del delitto: quello di Castelvetrano. Si è fatta pubblicità, si è scritto in tutti i modi, che a Castelvetrano, a casa del «patriarca» della mafia Francesco Messina Denaro, padre dell’attuale latitante Matteo, fu deciso di uccidere Rostagno. Ma il Comune di Castelvetrano non si è costituito. Nemmeno in questo processo.

Le parti civili ammesse hanno grandi compiti, quello, per primo, di contribuire a fare venire fuori «pezzi di verità». Indagini colme di «depistaggi» dice il pm Antonio Ingroia «sintomo di altri interessi, fu un delitto di non sola mafia». Le difese degli imputati hanno fatto più o meno velato cenno a quella indagine, andata in archivio, sulla pista interna, un omicidio maturato dentro la Saman: «Ci sono stati errori e innocenti in carcere» commenta invece Ingroia che ricorda come la sera del 26 settembre a pochi metri dal cancello della Comunità, «qualcuno che Rostagno conosceva, lo abbia indotto a fermarsi. Era giusta l’intuizione di una colonna interna, ma è un delitto di mafia».