Pecunia non olet: l’Italia che esporta la guerra

Cosi diceva Vespasiano venti secoli or sono. Come a dire che se c’è guadagno, basta “turarsi il naso” (tanto per restare in tema di citazioni) ed andare avanti. E’ cosi che va avanti il mercato delle armi. Un commercio redditizio, cui tutti partecipano e di cui tutti vogliono una cospicua fetta. Il nostro paese non fa eccezione: nel solo 2009 sono state date 1.230 autorizzazioni all’esportazione di materiale bellico in aree NATO e non, per un totale di 4.914.056.415,83 euro. Un settore, quello bellico, che in Italia non conosce crisi: più 30% nel 2009, un salto che ci ha portati al secondo posto sul piano mondiale. Davanti a noi solo il colosso statunitense, che controlla più dei due terzi del mercato globale. Una questione tanto controversa quanto sottaciuta, quella del mercato bellico, un export che non conosce momenti di flessione, tanto meno in virtù dell’ala di governo. Aziende più o meno conosciute che costituiscono uno zoccolo duro della nostra economia: Augusta (elicotteri), Alenia (da noi conosciuta solo per il suo piccolo contributo alla ricerca spaziale), Oto Melara, Fincantieri, Simmel (munizioni), Iveco, e infine l’universo di Finmeccanica. Un’offerta produttiva estremamente eclettica, in grado di soddisfare ogni esigenza in materia: si va dalle navi da guerra ai software. E infatti tutto il mondo ci cerca, e spesso i clienti più “politicamente scorretti” sono i più lucrosi: prima tra tutti, l’Arabia Saudita, con 1.100.852.235,30 euro (un po’ di sconto potevamo farglielo); armi o sistemi d’arma di calibro superiore a 12,7 mm, bombe, siluri e razzi, aeromobili, veicoli terrestri, solo per citare alcune specialità nostrane apprezzate nel paese arabo. Cosa dire poi dei 27.332.614,29 euro ricevuti dall’Egitto (la nipote di Mubarak era compresa?), 175.897.518,51 euro dagli Emirati Arabi Uniti, a cui non piacciono solo le nostre Ferrari. Anche il colosso indiano è sedotto dall’industria bellica italiana, tanto da spendere 242.798.793,44 euro nel Bel Paese. La lista dei nomi insospettabili è lunga: Thailandia, Qatar, Pakistan, Oman, Yemen.

Il dato veramente imbarazzante, però, è quello che fa riferimento alla Libia: il Colonnello ha fatto shopping bellico nel nostro paese per 111.796.654,50 euro solo nel 2009. Nel carrello troviamo bombe, siluri, razzi, missili ed accessori, aeromobili, apparecchiature elettroniche, corazzature o equipaggiamenti di protezione e costruzioni, apparecchiature per la visione d’immagini. Mica bruscolini: siamo i primi partner europei, davanti a Francia, Malta (che ha avuto la dignità di rimandare indietro la rampolla del Col), Germania, Regno Unito e Portogallo. In Libia non costruiamo solo autostrade lungomare, esportiamo gli stessi elicotteri con cui Gheddafi ha fatto strage di manifestanti. E infatti è stato un precipitarsi generale in Euroapa: la Francia annuncia la sospensione dell’invio in Egitto perfino di gas lacrimogeni; Germania segue a ruota con “preoccupazioni per le violazioni dei diritti umani nella risposta alle proteste”. Il 17 febbraio Parigi taglia le forniture anche a Bahrain e Libia, mostrando spirito di previdenza. E il Ministero degli Estreri britannico ha fatto lo stesso in poco tempo. E l’Italia cosa fa, al di là delle ambigue dichiarazioni di Berlusconi e quelle timide ed impacciate di Frattini? Si gode la scorpacciata, sordo ad ogni sollecitazione giunta da parte della comunità internazionale. Non si tratta dunque solo di fare una telefonata, perché noi siamo dentro agli affari libici fino al collo. Basti pensare che Finmeccanica, holding a maggioranza del Ministero dell’Economia (32,5%) ha come secondo azionista proprio la Lybian Investment Authority. “Vera e profonda amicizia”, la chiamava Berlusconi nel 2008, quando abbiamo permesso a Gheddafi finanche di piantarci la tenda in giardino e di andare in giro con schiere di animali che manco Moira Orfei. Non ci è bastata la guerra in Libia un secolo fa, evidentemente, ci piace esportare democrazia (“il vento di libertà”, direbbe Silvio) in superficie, e morte sotto banco. Basti pensare solo che elicotteri italiani ceduti dalla Libia al Ciad sono stati impiegati per bombardare i ribelli alle frontiere con il Sudan.

Berlusconi rassicura, Frattini tentenna, e la Difesa? Ignazio La Russa, a quanto pare, si sta godendo i primi caldi negli Emirati Arabi, in “visita ufficiale”, lontano dalle beghe nazionali.

Paese caldo non solo climaticamente, gli Emirati, visto che sono proprio in questi giorni vi si tiene l’International Defence Exhibition and Conference edizione 2011, “il più grande salone espositivo su difesa e sicurezza nel Medio Oriente e nel Nord Africa”, cui ovviamente non manca il padiglione italiano, in cui protagonista è, sempre più lapalissiano, Finmeccanica.

Bisogna cogliere la palla al balzo, “se non ora, quando?”. Perché si sa, l’onda rivoluzionaria e rivoltosa, cosi come la repressione, non è eterna.