Mafia: quella di Trapani sa come e quando votare

Non manca molto perché finisca di scontare la sua pena dopo che in appello gli è stata ridotta a poco più di 5 anni dai sei anni e otto mesi del primo grado, ma per l’imprenditore di Valderice, provincia di Trapani, Vincenzo Mannina, in carcere dal 2007, arrestato nell’ambito dell’indagine della Squadra Mobile di Trapani, “mafia e appalti seconda fase”, si profila la possibilità che, una volta libero si troverà a dovere dare conto, per altri 4 anni, all’autorità giudiziaria e alle forze dell’ordine, dei propri comportamenti e spostamenti. Ma non solo, alla confisca dei beni decisa in sede di processo penale, potrebbe aggiungersi quella eventualmente pronunciata dalle misure di prevenzione. Il pm Andrea Tarondo, lo stesso magistrato che ha coordinato le indagini sulle connessioni tra mafia, politica e imprenditoria a Trapani, ha chiesto infatti al Tribunale l’applicazione della sorveglianza speciale per 4 anni a carico di Mannina e la confisca di tutti i suoi beni. I difensori di Mannina, Pino Oddo e Vito Galluffo si sono opposti alla richiesta, concluderanno nell’udienza del 22 marzo.

La vicenda di Mannina è quella che si intreccia con gli ultimi affari scoperti di Cosa nostra trapanese: i rapporti con la politica e la partecipazione alle campagne elettorali in favore del centrodestra, il tentativo di realizzare una banca locale, il controllo degli appalti, l’imposizione delle forniture invece che del pizzo alle imprese che conducevano lavori pubblici, le mani su una gran parte dei lavori di trasformazione del porto di Trapani e di parte della città centro storico e litoranea, il tentativo di riprendersi la Calcestruzzi Ericina, confiscata già ai mafiosi e che i mafiosi rivolevano, il controllo del ciclo del cemento. Basta e avanza tutto questo, provato con sentenze definitive, per potere dire che a Trapani la mafia non è rimasta a guardare mai e in quest’ultimo decennio non è rimasta inattiva sicuramente e che Vincenzo Mannina ha avuto il suo ruolo come fidato collaboratore del capo della «cupola, il pacecoto don Ciccio Pace. Vincenzo Mannina per la giustizia è «un imprenditore potente grazie al fatto di aderire al sodalizio mafioso, che ne ha comportato un rafforzamento per la potenzialità operativa e intimidatrice dell’associazione». Vincenzo Mannina «ha assicurato all’organizzazione criminale “Cosa Nostra” continuità e soprattutto varietà di apporti essenziali per il raggiungimento dei suoi fini, ricevendone in cambio appoggio per l’affidamento alle sue imprese delle forniture relative ai lavori per opere da realizzare nel territorio controllato dalla famiglia mafiosa». Uomo del capo mafia Francesco Pace, lui è il «prescelto» da Pace per il “riacquisto” della Calcestruzzi Ericina, l’azienda confiscata ai mafiosi che i mafiosi rivolevano, «un’operazione delicatissima e strategicamente vitale per l’associazione mafiosa, Mannina in questo non riveste il ruolo di mero prestanome, ma diretto partecipe dell’elaborazione delle scelte strategiche». Un tentativo stoppato dall’energico «no» dell’allora prefetto Fulvio Sodano che dal Governo dell’epoca (Berlusconi imperava e sottosegretario all’Interno era il senatore Tonino D’Alì oggi sotto indagine per concorso esterno in associazione mafiosa) ricevette un grazie con un trasferimento improvviso lontano da Trapani e dalle vicende trapanesi. La misura di prevenzione contro Mannina ascoltato a parlare in auto con il padrino Ciccio Pace di trasferimenti di funzionari dello Stato, prefetto, questore, capo della Mobile, e della disponibilità di altri funzionari, come l’ex dirigente del Demanio Francesco Nasca, e scatta per l’essersi subordinato, più come complice e non come «vittima» al boss Francesco Pace, la confisca delle sue aziende nasce da una precisa considerazione fatta dai giudici: «Si sono ingiustamente avvantaggiate in virtù del fatto che l’imputato partecipava ad un collaudato meccanismo di turbativa del mercato e della libera concorrenza oltre che di spartizione degli affari».

Mannina operava nel periodo in cui il cemento ed il suo commercio risultò all’esito di successive indagini quasi per intero controllato dalla mafia. Mafia che nel frattempo si interessava di altro: la costruzione di case in cooperativa, l’appoggio ed il sostegno ai latitanti, i contatti con le altre cosche della Sicilia, il condizionamento della vita politica, sociale, economica, della vita di ogni trapanese insomma, personaggi sempre serviti e riveriti. Una mafia che auspicava che a vincere le elezioni (le ultime nazionali) non fosse il centrosinistra.

“I tempi dei Comunisti sono finiti TONINO ! Si ma parlando con te …speriamo… le leggi non sono più come una volta… minchia una volta comandavano loro… ora sono cambiate le cose…Berlusconi  se salgono di nuovo i Comunisti… consumati siamo!  no… non salgono… non vedi quello che hanno fatto ?…ce ne possiamo andare da Castelvetrano …votiamo giusti ! …ce ne possiamo andare dall’Italia se salgono… … PRODI… questo babbu ! ci consuma a tutti…votiamo giusto quando sarà NANAI !”