Mafia: il latitante Messina Denaro ed i suoi complici, la Dda di Palermo chiede il processo

Sono 19 le richieste di rinvio a giudizio avanzate dalla Procura antimafia di Palermo nei confronti di altrettanti soggetti coinvolti l’anno scorso nell’operazione antimafia denominata “Golem 2”.

E’ un elenco di nomi importanti se si parla di valenza delle indagini e rappresentativi della “potenza” criminale di Cosa nostra, quella più moderna, che vive delle infiltrazioni nel tessuto economico. Ma c’è di mezzo tra i nomi indicati nella richiesta di rinvio a giudizio anche la mafia dei cosidetti insospettabili, dei “colletti bianchi”, quelli che fanno parte dell’area grigia dove Cosa nostra ha pescato e pesca a piene mani. In particolare il latitante Matteo Messina Denaro, che vive di una sorta di “venerazione” da parte di questi soggetti. Personaggi che intercettati hanno parlato di lui come “il numero uno, oramai chi pigghiaru a tutti (in riferimento alle catture dei latitanti Lo Piccolo e Raccuglia ndr)” “oramai che hanno preso a tutti”. Soggetti che dicono che avrebbero il piacere di potere sstare con lui, c’è chi ricorda che in una occasione fumarono assieme un pacchetto di sigarette: è Risalvato a ricordare che a Matteo Messina Denaro offrì a lui “compagnia”, la sua, per la latitanza, ma il boss gli avrebbe risposto dicendo che la compagnia non gli serviva e che semmai era più utile che lui lo aiutasse “da lì”, stando in mezzo alla gente, facendo l’insospettabile in giro per Castelvetrano. La richiesta di rinvio a giudizio riguarda anche la mafia di un tempo, il nome chiamato in causa è quello dell’anziano Nino Marotta, un nome legato addirittura ai tempi in cui impazzava nelle campagne belicine la banda di Salvatore Giuliano, il nome dei Marotta è poi inserito dentro quella “trattativa” mai del tutto scoperta che portò Stato e mafia ad allearsi per fare fuori lo “scomodo” Salvatore Giuliano, ucciso nel cortile di casa dell’avvocaticchio De Maria.

E’ questa l’ìndagine “Golem 2” che segna ulteriormente il passaggio della mafia dalla violenza assassina all’infiltrazione nell’imprenditoria, le imprese vengono usate come armi fumanti per “intimidire”, perché l’intimidazione resta ed è quella di sempre, cambiano i mezzi ed i modi per esercitarla. In un territorio dove comunque Matteo Messina Denaro non deve fare tanta fatica per imporre le sue regole.

Tra le pagine dell’indagine vi sono diverse faccende rimaste non chiarite, come la circostanza che per un periodo Matteo Messina denaro, camuffato, avrebbe avuto l’opportunità di girare per Castelvetrano, o ancora è spiegato il funzionamento del sistema postale: con tre invii di pizzini all’anno il boss per un lungo periodo è riuscito a tenere il controllo della “famiglia” e degli “affari”. Stralciata è al momento la parte che riguarda l’ex sindaco Vaccarino, che per sua stessa ammissione fu in corrispondenza col boss, ma per incarico dei servizi segreti, e questo per un periodo di tre anni, cosa tenuta all’oscuro anche alla Dda e agli investigatori che la scoprirono proprio durante le intercettazioni. Vaccarino fu indagato e prosciolto in una prima parte dell’indagine.

L’udienza preliminare è fissata per domani 24 febbraio davanti al giudice delle udienze preliminari di Palermo. La richiesta di rinvio a giudizio è destinata ai fratelli, Matteo (latitante) e Salvatore Messina Denaro, 48 e 58 anni, Maurizio e Raffaele Arimondi, 45 e 51 anni, Calogero Cangemi, 61 anni, Lorenzo Catalanotto, 31, Tonino Catania, 44, Andrea Craparotta, 47, Giovanni e Matteo Filardo, 48 e 43 anni, Leonardo Ippolito, 56, Marco Manzo, 46, Antonino Marotta, 84 anni, Nicolò Nicllosi, 40, Vincenzo Panicola (cognato dei Messina Denaro), 39 anni, Giovanni Risalvato, 57, Filippo Sammartano , 53, Salvatore Sciacca, 31, Giovanni Stallone 53.

La ricostruzione delle indagini prospettata al giudice dalla Dda di Palermo parte dal riconosciuto ruolo di indiscusso capo mafia di Matteo Messina Denaro e dal fatto che gli uomini a lui più vicino sarebbero stati Franco Luppino (a giudizio a Marsala per Golem 1), il cognato Filippo Guattadauro (condannato per mafia ed estorsioni), suo fratello Salvatore, l’altro cognato Vincenzo Panicola, Giovanni Filardo e Giovanni Risalvato. Maurizio Arimondi, Calogero Cangemi, Lorenzo Catalanotto, Tonino Catania, Andrea Craparotta, Giovanni Filardo, Leonardo Ippolito, Antonino Marotta e ancora Vincenzo Panicola e Giovanni Risalvato avrebbero avuto il compito di occuparsi della latitanza del boss, ricerca di nascondigli, trasferimento dei “pizzini”, veicolare gli ordini.

Dentro l’indagine il controllo di imprese e di appalti ma anche episodi specifici: l’incendio all’impresa Perrone, (indagati Catania e Sciacca) , dell’auto di Severino Lazzara e dell’attentato all’imprenditore oleario Nicola Clemenza (Catania e Nicolosi), l’incendio della casa estiva del consigliere comunale del Pd Pasquale Calamia (Risalvato, Catalanotto e Manzo), reo di avere pubblicamente auspicato durante una seduta del Consiglio comunale di Castelvetrano l’arresto del latitante Matteo Messina Denaro, il tentativo di incendio di un cantiere di una impresa di Favara (Catalanotto e Risalvato), la tentata estorsione all’impresa Spallina (Risalvato e Filardo), l’intestazione fittizia di quote societarie (Sammartano e Stallone per un caso, Salvatore Messina Denaro, Maurizio e Raffaele Arimondi per altri casi).

Ha già anticipato la costituzione di parte civile la Confindustria di Trapani con il suo presidente Davide Durante, l’incarico legale è stato conferito all’avv. Giuseppe Novara.