Mafia: i Messina Denaro come i Corleone de “il Padrino”


“Io con mio fratello non c’entro niente. Sono stato una “preda” di questi quattro poliziotti, una “vittima” e basta”. Salvatore Messina Denaro parla così quasi usando distacco per il fratello Matteo, latitante dal 1993, e disprezzo per gli investigatori che l’hanno indagato, intercettato, ascoltandolo anche quando un giorno la figlia lo prese a male parole, dicendone di tutte i colori a lui e al resto della famiglia (di sangue), “siete davvero tutti dei mafiosi”. Salvatore Messina Denaro è tra le 19 persone per le quali la Dda di Palermo ha chiesto il processo per mafia, estorsioni, danneggiamenti, attentati, intestazioni fittizie, appalti pilotati, favoreggiamento al super boss latitante. Dinanzi al gup del Tribunale di Palermo, Lorenzo Matassa, è cominciata l’udienza preliminare, Salvatore Messina Denaro ha chiesto il rito abbreviato, lo stesso altri tre indagati.

Le frasi pronunziate da Salvatore Messina Denaro, ex preposto di una agenzia della banca Sicula della famiglia D’Alì, già una prima volta arrestato e condannato a 4 anni, e tornato in cella l’anno scorso, dopo che era stato tra l’altro sentito dire che una volta arrestati i Lo Piccolo, Matteo, suo fratello, “era oramai il numero uno”, fanno ricordare la trama di un famoso film che non si distacca molto dalla realtà: da una parte la saga cinematografica de «Il padrino» cominciata con la storia di don Vito Corleone, dall’altra la storia di una «famiglia» mafiosa vera, esistente, pulsante, di morte, vendette, inciuci e intrecci, fatta da boss venerati, come i Messina Denaro, da don Ciccio, morto, come don Vito nel film, di morte naturale, al suo erede, il figlio minore Matteo Messina Denaro, 48 anni, e ricercato dal 1993. L’unico punto che non combacia è la morte di un Corleone, «Sonny» uscì di scena morto ammazzato nella versione cinematografica tratta dal libro di Mario Puzo, don Ciccio Messina Denaro non perde nessuno dei suoi figli di morte violenta (cosa che è invece accaduta al suo consuocero, l’ex consigliere provinciale della Dc Vito Panicola, che uccise il figlio Giuseppe, sbagliando bersaglio, doveva essere ammazzato l’ex carabiniere Giovanni Ingrasciotta) ma per il resto tutto coincide col film: come nel clan Corleone, dove il bastone del comando mafioso andò al più giovane della famiglia, a Micheal, e non al più grande “Fredo”, che portò dentro sempre il risentimento per ma non facendo mai mancare il fatidico «rispetto», anche nei Messina Denaro il «patriarca» don Ciccio preferì Matteo al figlio maggiore Salvatore. E chissà perciò che non siano da leggere sotto particolare lente le dichiarazioni spontanee fatte ieri dinanzi al gup di Palermo, Lorenzo Matassa, da parte di Salvatore Messina Denaro. Salvatore Messina Denaro ha anche aggiunto di essere un uomo dalle scarse conoscenze: ha detto di non conoscere sopratutto il prof. Tonino Vaccarino, l’ex sindaco di Castelvetrano, la città dei Messina Denaro, in pieno Belice, che doveva infiltrarsi nella «cosca» per conto dei servizi segreti. «Io sono stato una “preda”», insomma una «vittima», uno che è stato «incastrato». Le intercettazioni dicono ben altro, svelano anche il «fastidio» cresciuto dentro la sua stessa famiglia con la figlia che in una occasione avrebbe espresso il suo risentimento per lui e gli altri parenti, «siete tutti davvero dei mafiosi» e questo pare quando si scoprì una «tresca» che Salvatore Messina Denaro in tutti i modi cercava di negare.

L’udienza preliminare dell’operazione «Golem 2» è cominciata ieri così con la voce di Salvatore Messina Denaro, 58 anni, e con la richiesta di rito abbreviato avanzata da lui e da altri tre indagati, Andrea Craparotta, 47, Matteo Filardo, 43, Raffaele Arimondi di 51. Ha chiesto di patteggiare la pena (2 anni) Salvatore Sciacca, 31 anni. L’udienza continua lunedì anche nei confronti del più anziano di tutti, Nino Marotta, 84 anni, ricoverato in ospedale. Gli altri indagati sonoMaurizio Arimondi, 45 ann, Calogero Cangemi, 61 anni, Lorenzo Catalanotto, 31, Tonino Catania, 44, Giovanni Filardo, 48, Leonardo Ippolito, 56, Marco Manzo, 46, Nicolò Nicolosi, 40, Vincenzo Panicola (cognato dei Messina Denaro), 39 anni, Giovanni Risalvato, 57, Filippo Sammartano, 53, Giovanni Stallone 53.Matteo Messina Denaro resta il grande assente è indagato e anche in questo processo è difeso da un avvocato nominato d’ufficio. Da tempo ha rinunciato ad un legale di fiducia.

Ieri si sono costituite le parti civili, gli imprenditori Perrone e Clemenza, il Comune di Campobello di Mazara, la Confindustria, il Fondo Antiracket Italiano, Addio Pizzo. Grandi assenti, ma non è una novità gli «enti locali» toccati dalla virulenza mafiosa, dalla mafia che non spara ma inquina l’economia, come la Provincia regionale e il Comune di Castelvetrano. O ancora il Comune di Partanna dove venne intimidata col fuoco la costituzione di un consorzio oleario. E’ di pochi giorni addietro invece con l’avvio del processo per il delitto Rostagno che sotto i riflettori dell’opinione pubblica molti enti locali hanno fatto a gara a costituirsi parti civili. Messina Denaro, adorato dai suoi complici, resta “intoccabile” per alcuni, anche per una costituzione di parte offesa.

Sono 19 le richieste di rinvio a giudizio avanzate dalla Procura antimafia di Palermo nei confronti di altrettanti soggetti coinvolti l’anno scorso nell’operazione antimafia denominata “Golem 2”. E’ un elenco di nomi importanti se si parla di valenza delle indagini e rappresentativi della “potenza” criminale di Cosa nostra, quella più moderna, che vive delle infiltrazioni nel tessuto economico. Ma c’è di mezzo tra i nomi indicati nella richiesta di rinvio a giudizio anche la mafia dei cosidetti insospettabili, dei “colletti bianchi”, quelli che fanno parte dell’area grigia dove Cosa nostra ha pescato e pesca a piene mani. In particolare il latitante Matteo Messina Denaro, che vive di una sorta di “venerazione” da parte di questi soggetti. Personaggi che intercettati sono stati sentiti dire che avrebbero il piacere di potere stare con lui, c’è chi ricorda che in una occasione fumarono assieme un pacchetto di sigarette: è Risalvato a ricordare che a Matteo Messina Denaro offrì a lui “compagnia”, la sua, per la latitanza, ma il boss gli avrebbe risposto dicendo che la compagnia non gli serviva e che semmai era più utile che lui lo aiutasse “da lì”, stando in mezzo alla gente, facendo l’insospettabile in giro per Castelvetrano. La richiesta di rinvio a giudizio riguarda anche la mafia di un tempo, il nome chiamato in causa è quello dell’anziano Nino Marotta, un nome legato addirittura ai tempi in cui impazzava nelle campagne belicine la banda di Salvatore Giuliano, il nome dei Marotta è poi inserito dentro quella “trattativa” mai del tutto scoperta che portò Stato e mafia ad allearsi per fare fuori lo “scomodo” Salvatore Giuliano, ucciso nel cortile di casa dell’avvocaticchio De Maria. E’ questa l’ìndagine “Golem 2” che segna ulteriormente il passaggio della mafia dalla violenza assassina all’infiltrazione nell’imprenditoria, le imprese vengono usate come armi fumanti per “intimidire”, perché l’intimidazione resta ed è quella di sempre, cambiano i mezzi ed i modi per esercitarla. In un territorio dove comunque Matteo Messina Denaro non deve fare tanta fatica per imporre le sue regole. Tra le pagine dell’indagine vi sono diverse faccende rimaste non chiarite, come la circostanza che per un periodo Matteo Messina denaro, camuffato, avrebbe avuto l’opportunità di girare per Castelvetrano, o ancora è spiegato il funzionamento del sistema postale: con tre invii di pizzini all’anno il boss per un lungo periodo è riuscito a tenere il controllo della “famiglia” e degli “affari”.

La ricostruzione delle indagini prospettata al giudice dalla Dda di Palermo parte dal riconosciuto ruolo di indiscusso capo mafia di Matteo Messina Denaro e dal fatto che gli uomini a lui più vicino sarebbero stati Franco Luppino (a giudizio a Marsala per Golem 1), il cognato Filippo Guattadauro (condannato per mafia ed estorsioni), suo fratello Salvatore, l’altro cognato Vincenzo Panicola, Giovanni Filardo e Giovanni Risalvato. Maurizio Arimondi, Calogero Cangemi, Lorenzo Catalanotto, Tonino Catania, Andrea Craparotta, Giovanni Filardo, Leonardo Ippolito, Antonino Marotta e ancora Vincenzo Panicola e Giovanni Risalvato avrebbero avuto il compito di occuparsi della latitanza del boss, ricerca di nascondigli, trasferimento dei “pizzini”, veicolare gli ordini. Dentro l’indagine il controllo di imprese e di appalti ma anche episodi specifici: l’incendio all’impresa Perrone, (indagati Catania e Sciacca) , dell’auto di Severino Lazzara e dell’attentato all’imprenditore oleario Nicola Clemenza (Catania e Nicolosi), l’incendio della casa estiva del consigliere comunale del Pd Pasquale Calamia (Risalvato, Catalanotto e Manzo), reo di avere pubblicamente auspicato durante una seduta del Consiglio comunale di Castelvetrano l’arresto del latitante Matteo Messina Denaro, il tentativo di incendio di un cantiere di una impresa di Favara (Catalanotto e Risalvato), la tentata estorsione all’impresa Spallina (Risalvato e Filardo), l’intestazione fittizia di quote societarie (Sammartano e Stallone per un caso, Salvatore Messina Denaro, Maurizio e Raffaele Arimondi per altri casi).

Altrettanto lungo doveva essere l’elenco delle parti civili costituite, ma si è ridotto a pochi, pochissimi. Non è cosa nuova, anche un altro processo appena conclusosi a Marsala contro Matteo Messina denaro ed il suo “pari” Giuseppe Grigoli, il “re” dei supermercati della Sicilia Occidentale, finiti tutti e due pesanemtne condannati, ha visto come unica parte offesa in aula la Confindustria di Trapani, nessun ente locale, a cominciare dalla città dei “padrini” che dovrebbe avere tutte le ragioni per chiedere di avere pagato il conto per il danno arrecato. Conto che invece spesso si chiede (a parole) a chi scrive o parla di questi fatti.

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