Ferrara sì, Ferrara no

Ferrara sì, Ferrara no. L’Elefantino, come ama firmarsi, torna in televisione. Su Rai1, alle 20,30, in primissima serata, nello spazio che fu un tempo di Enzo Biagi.

Scandalo, orrore, vergogna. I giornali gridano indignati. Smorfie di disgusto su bocche che dicono: “Hai visto?! Giuliano Ferrara in Rai, al posto che fu di Biagi. Senza parole!”, mentre si fa segno di no con la testa, ormai è un abbandono a se stessi senza più alcuna speranza.

Ma perchè Giuliano Ferrara no e Michele Santoro sì. Perchè Travaglio sì, Floris sì e i tutti i programmi schierati da una parte vanno bene, mentre il direttore del Foglio no? Due pesi e due misure, che rappresentano al meglio la deriva manichea verso cui la società italiana è approdata. Come ha detto il direttore del Tg di La7, Enrico Mentana, “in televisione c’è spazio per tutti”. Non è chiaro, dunque, lo scomodarsi per un programma come quello di Ferrara. Diverso il caso in cui i programmi televisivi vengano cancellati, censurati e rimossi dal palinsesto per motivi politici: qui sì che è bene mobilitarsi. Ma scandalizzarsi per un programma tv che non rappresenta le nostre idee, che non è conforme ai nostri ideali – non sempre pervenuti -, condotto da un personaggio istrionico e riottoso del nostro panorama giornalistico e televisivo, pare solo una trovata politica, coerente e continuativa con i cori da stadio, con la guerra per bande e la divisione della società nel bianco e nel nero. Un dubbio e una domanda però sorgono. E questa volta rivolta al pubblico di destra, e ai politici che lo rappresentano. Da mesi al centro del dibattito politico in tema di telecomunicazione il contraddittorio è sicuramente un argomento scottante. In Rai non è possibile, infatti, esprimere un parere o descrivere fatti senza che il giorno successivo qualcuno sbotti chiedendo la presenza di un giornalista, di un politico o addirittura di un comico o satirico che dir si voglia, a seconda dei casi, che rappresenti e punzecchi l’altra parte politica. O la richiesta che si critichi la sinistra e poi la destra, volgendo l’attenzione continuamente da una parte e dall’altra come in un partita di tennis, con conseguente torcicollo e giramento di testa.

Ma se questo vale per Luca e Paolo a Sanremo, rei di aver criticato troppo Silvio Berlusconi; se il contraddittorio è richiesto per Travaglio, per Vauro o per Saviano nel suo “Vieni via con me” condotto insieme a Fabio Fazio. Se il contraddittorio vale per tutti quei programmi che ospitano un politico con una casacca di un colore e nel quale deve necessariamente essere presente un’altro peone di altro colore. Se in tutti questi casi nella Rai e nelle stanze della politica si fa un gran vociare, una sequela di critiche e invettive, con titoli di giornali e articoli che chiedono il “giusto ed equo trattamento di entrambe le parti politiche”; ebbene, considerata l’assurdità di tali richieste, ma per quale motivo questa regolina sporca, deviante, ridicola e snervante per il telespettatore, non vale anche per Giuliano Ferrara?

La risposta è sempre la stessa: nella guerra mediatica cui siamo giornalmente sottoposti anche questo fa parte del conflitto. Usare costantemente due pesi e due misure, due approcci diversi a secondo degli interessi di parte, senza voler guardare al problema con un occhio più lucido e meno stanco da questo can-can.