Bentivoglio, storia di un commerciante antimafia

(di Lucio Musolino e Fabio Cufari)
Poco più di un mese fa la ‘ndrangheta ha tentato di ucciderlo. Ma l’imprenditore di Reggio Calabria assicura: “Rifarei tutto”. La ‘ndrangheta ha tentato di ucciderlo poco più di un mese fa, ma l’imprenditore di Reggio Calabria Tiberio Bentivoglio rifarebbe tutto. Ha denunciato i mafiosi che volevano chiedergli il pizzo e gli hanno incendiato la sanitaria che gestisce assieme alla moglie. Voleva costituire un’associazione di volontariato e dalle intercettazioni telefoniche è emerso che il boss Santo Crucitti non era d’accordo. Ha testimoniato in aula durante il processo “Pietrastorta” che si è concluso il 9 febbraio 2010 con la condanna per associazione mafiosa dei suoi aguzzini i quali, però, sono stati assolti dall’estorsione nei suoi confronti.
Precisamente un anno dopo, il 9 febbraio 2011, l’imprenditore (che ora collabora con Libera) è stato gambizzato da due killer mentre si trovava in un suo terreno. Un proiettile ha colpito il marsupio che teveva a tracollo. Adesso, dopo almeno 5 attentati, vive sotto scorta.

“Io non vorrei mai diventare un simbolo per questi fatti – dice Bentivoglio – Sono semplicemente un piccolo imprenditore di questa città che ha deciso, insieme alla moglie, di aprire un’attività commerciale nel settore sanitario e prima infanzia. Le cose andavano molto bene e poi, a un certo punto, siamo incorsi nei cosiddetti “incidenti ambientali”. Il primo disturbo con la ‘ndrangheta l’ho avuto a luglio 1992 quando mi sono opposto e mi sono reso conto che stare dall’altro lato della barricata era l’unica cosa da fare. Ho dovuto subire, per la mia determinazione, diversi attentati. Ne ho avuto uno nel 1992, due nel 1998, uno nel 2003, uno nel 2005 quando un incendio mi ha completamente distrutto il negozio e nel 2008 hanno raso al suolo un mio deposito. Mi ero opposto a certe richieste che la criminalità organizzata fa a tutti i commercianti. Tutti i due processi si concludono con la condanna degli imputati per associazione mafiosa, però il mio capo di imputazione viene rigettato e viene annullata la mia costituzione di parte civile. Durante il processo, sono stato individuato dallo Stato come parte offesa, sono stato invitato a testimoniare e a dire la verità. E l’ho fatto, ma nonostante questo gli indizi non si sono trasformati tutti in prove”.
Quegli imputati, riconosciuti mafiosi per il giudice di primo grado, oggi sono liberi e vivono a poche centinaia di metri da Tiberio. Stando alle inchieste “Eremo” e “Pietrastorta”, Bentivoglio e la moglie sarebbero stati minacciati dal boss Santo Crucitti e dal braccio destro Giuseppe Romeo e “invitati” a recedere dall’iniziativa di dare vita ad un’associazione culturale a Pietrastorta. Un messaggio mafioso recapitato, secondo l’originario impianto accusatorio, il 13 aprile 2005 quando una bomba ha devastato l’esercizio commerciale di Tiberio che non aveva ricevuto il placet del boss come è emerso in un’intercettazione ambientale tra Giuseppe Romeo e Pasquale Morisani, oggi consigliere comunale di centrodestra.

“L’evento del 2005 è legato senz’altro a un’associazione culturale che insieme ad altri amici stavamo cercando di portare avanti. – spiega ancora l’imprenditore vittima della ‘ndrangheta – Stando alle intercettazioni, per alcuni malavitosi quest’associazione non si doveva fare e da qui, sono certo, è scaturita la distruzione del negozio. La ‘ndrangheta, qualsiasi cosa si fa nel territorio, deve tenere il controllo. Prima di tutto io disconoscevo che in quasi tutti i no-profit c’è sempre un profit. Non sapevo che, per fare un onlus, si dovrebbe chiedere il permesso ai capizona. Non l’avrei fatto comunque, figuriamoci per un’associazione di volontariato”.