Porto di Gioia Tauro, crisi del monopolio

(di Angela Corica)
È un tracollo. Ma come tutte le cose in Calabria si sarebbe potuto evitare. La crisi che ha colpito il porto di Gioia Tauro, uno dei più grandi scali del Mediterraneo, rappresenta l’apice di un percorso che ha origini lontane. Questa volta le attività hanno subito un blocco di 30 ore con il panico dei 1200 lavoratori che da mesi, o forse anni, temono per la perdita del posto di lavoro. Il presidente dell’Autorità portuale Giovanni Grimaldi, da parte sua e forse per non creare allarmismo, non ha definito un fatto grave la chiusura per 30 ore del porto. Ma, nello stesso tempo, ha introdotto la chiave di lettura di quest’ultima crisi: «i difficili rapporti commerciali fra Medicenter container e Msc».

Rispettivamente la società del gruppo Contship che gestisce il terminal e la seconda compagnia di navigazione del mondo. Msc è infatti l’ultimo grosso cliente rimasto a Mct. Tutto ha inizio nel settembre del 2008. In quel periodo a Gioia Tauro scalavano le più grandi compagnie del settore. La Grande Alliance, la Maersk e Msc, che consideravano il porto gioiese “la porta naturale verso l’Europa per i traffici dei container”. Mct, invece, per agevolare il lavoro di trasbordo dei container decise di dislocare nel porto di Cagliari le navi della Grand Alliance, usufruendo degli incentivi pubblici messi a disposizione dalla Regione Sardegna. Questo tipo di organizzazione venne da tutti sottovalutato. Successivamente Maersk spostò il grosso dei suoi traffici a Port Said, nel Canale di Suez. A scalare il porto gioiese rimase solo Msc. Una grande compagnia che, col tempo, cominciò a chiedere di entrare nella gestione del terminal.

Oggi, dunque, il fatto che si dica che non ci siano navi – così come ha dichiarato Mct per spiegare il blocco temporaneo delle attività (il primo caso del genere in 16 anni di vita della struttura) – e che il porto debba chiudere 30 ore per questo, ha più il sapore di giustificazione che di verità. Evidentemente, Mct, non vuole ancora cedere il controllo delle banchine che ha avuto in concessione cinquantennale dallo Stato. Nonostante sappia che per mantenere le attività del porto ai livelli raggiunti non possa rischiare più di tanto. E i lavoratori? Purtroppo a questo si arriva solo in ultima analisi. E la Regione è piuttosto indietro per un programma che preveda il rilancio del porto. Se lo scorso anno, infatti, il grosso dei portuali è andato in cassa integrazione per la crisi economica internazionale, quest’anno gli operai sono al centro di un braccio di ferro che non li coinvolge direttamente ma ne condiziona il destino lavorativo. Al porto ora non resta che cercare altri clienti o accettare le richieste di Msc. Per il resto questa vicenda ha sempre visto anche i sindacati divisi.

Il Sul (a cui aderisce un locale coordinamento dei portuali) lontano dalle posizioni dei colleghi di Cgil, Cisl, Uil e Ugl. Questi ultimi hanno chiesto e ottenuto un vertice in Confindustria a Reggio Calabria per mercoledì, estendendo la loro preoccupazione anche al presidente dell’Autorità portuale, al governatore della Calabria Giuseppe Scopelliti, e al presidente di Confindustria. Forse è la volta buona che anche le organizzazioni sindacali si presentino unite sul fronte porto, evitando divisioni che fino ad oggi non hanno prodotto nulla. E che possa così terminare il monopolio di un’unica società privata nel porto. Di fronte alla crisi la politica è sempre piuttosto assente o, comunque, tarda a dare risposte. In tempi non sospetti il deputato di Futuro e Libertà , Angela Napoli, aveva presentato diverse interrogazioni parlamentari sull’argomento. La Napoli ha sempre chiesto la polifunzonalità del porto criticando, di conseguenza, l’attuale gestione monopolistica che oggi sembra arrivare al capolinea. Sulla riunione fra i sindacati e la Mct, infatti, si è mostrata piuttosto scettica ed ha ribadito che il “governo deve intervenire su un problema che colpisce tutta la regione”.

Basti pensare che il porto produce il 50 per cento del Pil della Calabria, mentre il governo è impegnato per la realizzazione del Ponte sullo Stretto… La Napoli ha inoltre tenuto a precisare che da tempo Medicenter sta investendo a Tangeri, in Marocco, e questo la dice lunga sulla crisi odierna che sembra nascere dalla volontà del colosso tedesco di non tenere lo scalo calabrese al centro delle proprie strategie. Resta il fatto che siamo di fronte all’ennesimo esempio di una regione in cui manca ogni tipo di panificazione. Dove si fa presto a distruggere paesaggio e territorio – vedi il caso del Centro siderurgico nella Piana di Gioia Tauro – anche con soldi pubblici, ma senza realizzare concretamente quell’indotto che serve a far girare l’economia. È forse il caso di dire che tutti i nodi stanno venendo al pettine.