Nel sacchetto o nel pallone?

(di Francesco Perrella)
L’operazione è di quelle destinate a fare storia. Almeno stando alle dichiarazioni del Ministero dell’Ambiente, il nostro paese sarà il primo in Europa a vietare, urbi et orbi, la produzione e la diffusione di sacchetti di plastica. Una manovra tempestiva, vanto del ministro Prestigiacomo che rivendica lo scampato rischio che fosse inclusa nel decreto Milleproroghe, ritardando ancora la sua entrata in vigore, fissata per il 1 gennaio 2011. Non esiste una precisa normativa europea a riguardo, e tutto è lasciato all’iniziativa dei singoli Stati: in Irlanda e Belgio si sta tentando senza troppo successo di imporre una tassazione straordinaria sui sacchetti, ed in Francia la taxe sur le sac è gia stata cassata dal Senato; in Spagna invece l’aggravio fiscale è stato approvato, ma l’eliminazione definitiva è fissata addirittura per il 2018.
“Lo slittamento era nella bozza e io mi sono opposta: sarebbe stato insopportabile – ha spiegato il Ministro al termine del Consiglio dei ministri – che alla vigilia della scadenza della norma ci fosse stato nuovamente un motivo per non farla entrare in vigore. Mi sono molto battuta e tutto il governo si è dichiarato favorevole al fatto che si procedesse senza ulteriori proroghe. Per le scorte faremo accordi coi produttori e i consorzi che riciclano la plastica, non credo che ci saranno problemi”.

E cosi l’Italia, perennemente vessata dall’Unione Europea in materia di rifiuti, si ritrova all’avanguardia su tutti. Bello vero? Bello, ma non totalmente vero, almeno stando alle carte. Il divieto in questione fa riferimento ad una norma inclusa nella legge finanziaria approvata dal governo Prodi per l’anno 2007, che prevedeva che la vendita di sacchetti di plastica fosse messa al bando dal 1 gennaio 2010, limite in seguito prorogato di un anno. Una normativa decisamente vaga, per la quale manca ancora un decreto attuativo. E finché non verrà fatta chiarezza ognuno continuerà a tirare acqua al proprio mulino. Come polemicamente dichiarato da Enrico Chialchia, direttore Unionplast, “Il 1 gennaio 2011 non entrerà in vigore nessun decreto, per il semplice fatto che il Consiglio dei Ministri non ha adottato nessun provvedimento attuativo. Ad oggi la situazione è questa: nulla è cambiato rispetto alle disposizioni della legge 296 del 2006, che imponeva come data limite per la commercializzazione dei sacchetti il 1° gennaio 2010 (successivamente prorogato di un anno), che non è mai stata attuata proprio perché i decreti attuativi non sono stati emanati. A questo proposito ricordo anche che la 296 non prevedeva nessun regime sanzionatorio, dunque non si capisce nemmeno sulla base di quali disposizioni dovrebbero essere inflitte le multe”.

Sul versante opposto, replica il senatore del Pd e direttore di Legambiente, Francesco Ferrante, secondo cui “La legge 296 è stata approvata” , ed è quanto basta per far entrare in vigore il provvedimento. Anzi accusa aspramente Unionplast di aver sottovalutato la questione per assumere posizioni perennemente sulla difensiva, senza mai prendersi carico di come convertire la produzione al biodegradabile. Inoltre, “bisogna dare tempo ai rivenditori di esaurire le scorte. Ma non è vero – continua il senatore – che le multe non possono essere inflitte perché manca una precisa indicazione sul sanzionamene nella legge 296, questa è una sciocchezza”. Effettivamente, sotto questo punto di vista (che alla fine, diciamolo, è quello che sta più a cuore a tutti) la situazione è ancora più complessa, perché entrano in ballo anche le amministrazioni locali. Già 150 comuni (Torino in testa) hanno messo in atto iniziative contro l’uso di sacchetti di plastica, e possono anche elevare sanzioni ai trasgressori. Proprio come si fa per chi “sgarra” nell’uso della raccolta differenziata porta a porta. Intanto, a pagare sono i consumatori, che alla cassa si vedono rifilare un sacchetto biodegradabile anche a 15 centesimi di euro (prodotto da un’azienda, unica in Italia, ad averne il brevetto).